Di nuovo sulla linea di partenza i docenti di ogni ordine e grado della scuola italiana, ancora qualche giorno per gli studenti.

C’è chi ha già riscaldato i motori con gli esami per recuperare i debiti e gli scrutini. Tanti saranno i cambiamenti nei collegi dei docenti e nei consigli di classe, molti portano con sé i dolori del ruolo tanto ambito ma ottenuto lontano da casa. Le polemiche e le proteste hanno investito parte dell’estate, poi, una volta partiti e sulla pista, saranno la passione educativa e la professionalità le caratteristiche che distingueranno gli insegnanti dai tristi algoritmi del Ministero.

Dall’1 settembre ogni scuola, che piaccia o no, dovrebbe richiamare in ciascun docente il senso più alto che raccoglie gli anni di studio, di approfondimento, di specializzazione, di abilitazione, di gavetta, di fatica, di orgoglio ferito, di un mestiere calpestato.

Ci si può piangere addosso o al contrario dimostrare ogni giorno, ogni ora, ogni campanella, che l’alta missione del docente supera gli ostacoli della burocrazia poco efficiente. C’è chi continuerà a protestare, a gridare slogan, ma la vera protesta consisterà nel dare in aula (e non solo) il meglio di sé, lo slogan più incisivo sarà la buona parola che gli studenti ascolteranno quel giorno grazie ad ognuno di noi. Non sarà semplice, non lo è mai, tuttavia la nostra non è una sfida per il podio il più alto, poiché la gara verrà vinta ogni volta che avremo fatto al meglio il nostro dovere e le medaglie le riceveremo dagli studenti stessi, magari quando meno ce lo aspettiamo.

Non abbiamo scelto una professione facile, per quanto si dica il contrario, certamente abbiamo scelto una professione felice!

Chi non la vive così, forse ha sbagliato strada, probabilmente sin dall’inizio. Qualcuno dirà che non è vero, che lungo il cammino si è persa la voglia, che le Istituzioni mettono i bastoni fra le ruote, che non c’è riconoscenza, che gli studenti sono svogliati. Se fosse così, dunque, perché continuare ad allenarsi, a mettersi sulla linea di partenza l’1 settembre, a concorrere, a sfidare l’impossibile record? Vi sono due risposte possibili: la prima è la necessità di tirare a campare e di uno stipendio per quanto inadeguato, l’altra è il credere veramente nel valore dell’insegnamento per la crescita globale degli studenti, per l’educazione della gioventù, per rendere la società migliore attraverso la cultura, per realizzare se stessi. Stando coi piedi per terra, raggiunge il traguardo con dignità e spirito di servizio chi sa mettere insieme nella propria vita la prima esigenza con la seconda istanza.

Questo, però, si fa sul campo, sul trampolino, nella vasca, al poligono, sul ring, sulla pedana – continuando la metafora delle Olimpiadi – con la certezza che c’è chi fa il tifo per noi, vicino o lontano, sapendoci dentro quell’aula per duecento giorni di gare.

Il “sacro fuoco” dell’insegnamento non va acceso dall’esterno, arde già dentro ogni docente che sia degno davvero di tale missione.

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