Di Marco Pappalardo

“La voce è degli studenti, il silenzio è degli ignoranti” è uno degli slogan più ricorrenti sui cartelli appesi fuori da una scuola in occasione di uno degli scioperi tipici di questo periodo. Non importa per quale motivo, si può anche non conoscerlo o essere frutto di notizie false oppure ingigantite dal passaparola sul web, l’importante è protestare, stare fuori dai cancelli dell’istituto tra la prima e seconda ora al massimo e poi svanire lasciando traccia con scritte come quelle riportate. Eppure quelle parole – per quanto siano nell’insieme una frase d’occasione – ci interpellano, perché noi sulla “voce” nelle aule scommettiamo ogni giorno e contro “l’ignoranza” lavoriamo senza sosta.

Cosa vuole dire allora? Che la scuola non risponde all’istanza di dar “voce” agli studenti? Che c’è un silenzio voluto e connivente con l’ignoranza?

Innanzitutto finché gli scioperi tengono fuori dalla scuola gli studenti (ma io penso che lo stesso valga per i docenti), e quindi le problematiche si affrontano all’esterno, non si riuscirà a trovare un punto d’incontro e a costruire un dialogo vero e costruttivo. Infatti quante intense e ricche discussioni, quanti dibattiti sono nati e cresciuti nelle ore di una materia o di un’altra, quanti nelle assemblee di classe e di istituto, e ancora nelle tante attività organizzate all’interno per trattare e approfondire temi attuali.

È necessario e utile che dentro la scuola si raccolgano queste “voci” e trovino lo spazio adeguato per diventare occasioni e opportunità per crescere, migliorare, condividere, superare l’ignoranza.

Accade invece, per consuetudine, per vuotezza, per convenienza, per ideologie varie, per manipolazioni occulte (ormai sui social e persino anonimi), che si cerchi fuori ciò che si può trovare solamente dentro le dinamiche studente-studente, studente-dirigenza, studente-alunno, qualche volta pure famiglia-scuola. È come se, quando si hanno problemi in famiglia, prima ancora di parlarne ed affrontarli tra i membri, si vada dallo psicologo o dall’avvocato, ciò fuori dal nucleo familiare.

Forse la vera ignoranza – cioè non conoscenza e quindi mancata consapevolezza – è proprio questa; con l’aggravante in realtà che “chi non conosce” non fa silenzio, bensì parla, sproloquia, insinua, mormora, confonde, condiziona, minaccia persino. Ora, non si tratta di far diventare la scuola o le ore in aula una sorta di tribuna politica oppure un costante talk show, mettendo da parte le discipline, ma di far sì che lo studio e i contenuti proposti stimolino, illuminino, educhino le “voci” degli studenti; infatti è impossibile che secoli e secoli di cultura di ogni ambito non abbiano nulla da dire su ciò che accade nel presente o, avendolo di certo, non si riesca a farlo percepire agli studenti, affinché non cerchino fuori dalla scuola quello che è connaturato alla scuola!

C’è, infine, un “silenzio” fondamentale da rispettare, segno di conoscenza e per nulla di ignoranza, ed è quello che serve per ascoltare quelle “voci”, pure quelle più fievoli; questo “silenzio” – tipico di ogni educatore promuovente – va esercitato in modo concreto, perché diventi uno stile relazionale e contagi positivamente.

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