Le buone notizie a scuola non ci arrivano mai dal governo o dalle leggi, ma le riceviamo dalle relazioni quotidiane con gli alunni e con gli ex alunni, oltre che dal confronto con le famiglie e i colleghi. Nonostante la prima affermazione lasci l’amaro in bocca, la seconda riempie il cuore e ci fa dire che ne vale la pena!

Penso a Milena che mi ha cercato più volte a scuola per donarmi la bomboniera della laurea, la stessa che negli anni degli studi superiori, in un momento complesso tra me e la sua classe, si avvicinò all’uscita, fece un gran sorriso e mi disse, parafrasandolo, quanto spesso ripetevo loro: “Stia sereno professore, tutto passa”. Io già lo sapevo ed ero sereno, però sentirselo dire con tanto afflato è stato importante.
Ripenso al volto sorpreso e felice di Silvia che ha visto alcuni suoi docenti del liceo presenti nella aula magna dell’Università  il giorno della laurea; ci aveva invitato con la delicatezza di chi sa che di mattina non sarebbe stato facile lasciare la scuola, tanto che si è pure scusata al vederci.

E che dire dei tanti ex allievi “freschi freschi” che raccontano i primi giorni di università, di trovarsi bene da un lato ma anche di rimpiangere in alcuni casi la scuola per il clima familiare e la centralità della persona che respiravano e provavano.
E poi ci sono le storie di coloro che ti cercano per un consiglio personale, per presentarti “l’amore della loro vita”, per dirti che hanno trovato un lavoro nonostante le difficoltà di questo periodo, perché non sanno a chi chiedere quella cosa importante e sono certi che tu sarai comunque lì ad ascoltarli senza giudicarli come facevi prima.

Ci sono gli ex allievi che diventano nel tempo amici e collaboratori di piccoli o grandi progetti:
Giuseppe che annualmente parla agli alunni in classe di poesia, letteratura e vita; Mirko e Alessandra che sono testimoni stabili e preparati, per le loro competenze specifiche nell’ambito della comunicazione, all’interno di un laboratorio che gestisco all’università.
Tra questi amici c’è il gruppo forte e affidabile del volontariato, che negli anni della scuola ha iniziato l’esperienza di servizio a favore dei senza dimora e dei migranti o in oratorio, che non ha voluto lasciare dopo ed anzi ora è corresponsabile di ciò che si fa.

Ne vale la pena, dicevo all’inizio, perché così vediamo come la scuola abbia formato con fatica e umiltà alla vita, alle relazioni significative e durature, ad obiettivi alti, ai valori che contano, al prendersi cura degli altri al di là dei ruoli o delle posizioni oltre che, naturalmente, ai contenuti delle discipline e alle competenze essenziali per l’università e il lavoro.

La buona notizia, allora, non è tanto l’evento del momento, bensì tutto il percorso: quella storia di vita con nome e cognome scritta tra i banchi giorno per giorno, il cammino di ciascuno che supera qualche tappa e vede la meta più vicina, il seme piantato che diventa albero e poi frutto.

 

Marco Pappalardo

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