Se l’aula non è un campo di battaglia, tutto muore

Di Emanuela Tangari

 

Un giovane studente con grandi difficoltà. Un esame, la commissione. Un argomento remoto che si rivela attualissimo perché parla della vita.

Anziché riempire vasi, accendiamo pure fuochi; ma che senso ha, se poi non ci stiamo dentro, se non raccogliamo il bello del conflitto?

Confrontarsi e ascoltare gli amici insegnanti è sempre curioso: si assiste all’esatta contemporaneità di incanto e disincanto, di gioie e dolori della scuola. Questo che segue è un fatto di incanto.

L’occasione è stata data da un cosiddetto “esame di passaggio” (per chi recupera due anni in uno) in uno dei molti licei che lo prevedono. Tra i candidati, un ragazzo con numerose difficoltà (caratteriali e dovute a recenti esperienze affrontate) si presenta davanti alla commissione tremante e in piena crisi d’ansia, con le lacrime agli occhi per il sentimento di incapacità percepita. I docenti fanno il possibile per creare una condizione di agio e tranquillità, domandandogli da quale materia e tema volesse iniziare per esporre la sua tesina. La risposta ha generato (almeno in chi ha qualche conoscenza in proposito) una certa sorpresa: questo studente aveva scelto di iniziare da filosofia, e in particolare di presentare Empedocle, un filosofo greco del 492 a.C. In due parole, questo filosofo teorizza che esistono quattro principi fondamentali da cui tutto deriva: la terra, l’acqua, l’aria e il fuoco. Questi quattro principi sono mossi da due forze: l’amore e la discordia. Il primo unisce, dando origine all’armonia; la seconda divide, originando il caos. Il mondo (e la vita) oscilla sempre tra queste due condizioni.

Se chiunque può dire di aver sentito almeno una volta nominare filosofi come Socrate, Platone e Aristotele, lo stesso non si può certo dire per Empedocle, che occupa un posto minore e marginale tra i grandi autori della filosofia antica. Perché proprio lui, allora? La brava docente di filosofia, per spirito di curiosità e per assecondare il dialogo, ha posto la domanda direttamente al candidato, il quale – malgrado le enormi difficoltà oratorie – non ha esitato a rispondere: “Attraverso questo filosofo ho capito una cosa importante, che mi stava accadendo anche nella vita: ho capito che non si può evitare lo scontro tra le cose, tra le persone, e che questo scontro produce qualcosa di buono. In tutto ciò che ho vissuto e che mi ha fatto soffrire, ho capito che io devo farcela da solo e posso farcela da solo, però ho sempre bisogno di un altro o di altri che mi ricordino che ce la faccio da solo”.

Ecco lo splendore: che un filosofo di 2500 anni fa possa descrivere, fino a illuminare, l’esperienza di un ragazzino di 16 anni; che nessuna insicurezza, tremore, difficoltà comunicativa può impedire di riconoscere il vero che da qualche parte si legge, si ascolta, si trova, e che non si ha quindi paura di dire neanche davanti ad una commissione di docenti.

Ma se è vero che a quel ragazzo nessuno può togliere la sua scoperta (di Empedocle, ma in fondo di sé stesso), è altrettanto vero che la vera sfida è per chi gli sta davanti, a lui come a tutti gli altri: che cosa dice Empedocle (o qualsiasi altro autore della filosofia, della storia, dell’arte, della musica, della scienza) a noi, a chi deve comunicarlo, raccontarlo, a chi fa i conti anche con quel disincanto della scuola o dell’università? Che cosa dice a un insegnante, a un adulto, l’ammissione di un giovane studente che forse ha paura di tutto, ma non ha paura di affermare che “lo scontro è necessario per vivere, sennò non ci sarebbe più vita”?

Non è raro che le aule si trasformino o siano trasformate in campi santi, invece di campi di battaglia, come se l’ideale della vita (e dell’educazione) fosse diffondere la maggiore tranquillità, la maggiore stasi, il minore dissenso e inquietudine. Si sente dappertutto ripetere il noto aforisma secondo il quale “insegnare non è riempire un vaso, ma è accendere un fuoco”: ma accendere un fuoco vuol dire starci dentro, infuocarsi da sé, lasciar bruciare ciò che è vecchio, lasciar sgorgare ciò che nasce, con tutti i rischi che questo comporta. Forse, ogni volta che si pronuncia (o si sente pronunciare) questa frase può servire chiedersi: io sono disponibile ad accendere questo fuoco, ad assumermene le conseguenze, a bruciarci dentro, se necessario? E quanti conosciamo che desiderano e sono disposti a questo?

Ovviamente si può non esserne capaci o pronti, per limite o difficoltà: ma non si può negare che in questo scontro, e forse solo in questo scontro, nasce la vita, che prima di ogni capacità o cultura richiede la disponibilità ad esserci. Perché la prima condizione per accendere un fuoco e predisporre un’aula per “apparecchiarsi a sostener la guerra” della conoscenza (sia degli autori sia di sé stessi) è probabilmente solo quella di volerci stare fino in fondo, di continuare a starci anche quando l’altro è incomprensibile, ribelle. Fino a scoprire, come lo studente di cui sopra, che proprio di quell’altro io ho bisogno perché lui mi ricorda la mia vita, la mia forza o la mia mancanza.

Tra i frammenti di Empedocle si legge: “Con la terra vediamo la terra, con l’acqua l’acqua / con l’etere l’etere divino, e poi con il fuoco il fuoco distruttore, / con l’amore l’amore e con l’odio l’odio rovinoso”. Il simile conosce il simile, potremmo dire.

Forse tra tutto il disincanto delle pratiche amministrative, dei banchi singoli e delle fastidiose mascherine, può essere interessante provare a guardare le cose con quel po’ di incanto che chiama incanto, di simpatia che chiama simpatia, di amore che chiama amore. Può essere sorprendente provare a conoscersi e a scontrarsi (e poi è così bello fare pace!), ad infuocarsi pure quando l’altro/a sembra annoiato, sciocco, contorto.

Può darsi che questo non produca nulla, nel peggiore dei casi non cambierà la demotivazione che caratterizza studenti, adulti, docenti o chiunque. Oppure può accadere che qualcuno disposto a restare presente sia l’occasione (per un ragazzo o un adulto) di riconoscere la propria connaturale umanità, fatta allo stesso tempo di individualità e di desiderio di compagnia, di indipendenza e mancanza. L’occasione di far nascere da un autentico scontro un autentico incontro. Di riconoscere (e magari ammettere) che in effetti io posso fare tutto da me: lavorare, studiare, bere un caffè, parlare, mangiare, dormire e stare senza di te. Però non voglio.

 

Fonte: ilsussidiario

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