Storie di eroi dimenticati

La Resistenza ebraica in Italia, storie di eroi dimenticati.

Un evento organizzato dall’IMA Lecco, presso la “Casa dell’Economia” della Camera di Commercio, che ha permesso a centinaia di alunni e opinion leader del territorio, di incontrare da vicino una realtà che non si può dimenticare, attraverso interventi di alto spessore e testimonianze dirette. Ospite gradita è stata Nicoletta Teglio, figlia di Massimo Teglio, “Primula Rossa” della DELASEM, a cui è stato dedicato il film “Fuga per la Libertà”, interpretato da Sergio Castelletto.
Gli altri ospiti: Paola Fargion, scrittrice e moderatrice, il Dott. Luca Alessandrini storico, Direttore dell’Istituto storico F. Parri di Bologna, il Prof. Meir Polacco, figlio di Giorgio Polacco, il “Partigiano Remo” di Giustizia e Libertà.

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A sinistra Nicoletta Teglio, figlia di Massimo Teglio, Primula Rossa” della DELASE, a destra di Roberta Casiraghi, ex alunna FMA Lecco

L’esperienza di Roberta Casiraghi, ex alunna delle FMA Lecco

L’ex-allieva delle Figlie di Maria Ausiliatrice di Lecco, Roberta Casiraghi, ha raccontato la sua esperienza relativa al ritrovamento di documenti di una famiglia ebraica da parte di suo padre, ecco la sua testimonianza.

“Novembre dell’anno 1943…” Affrontando in classe questo periodo storico e tutti gli avvenimenti politici e sociali ad esso correlati, mi ha turbato sentire quante ingiustizie hanno subito molti uomini, ma in particolare gli ebrei, e mi sono perciò chiesta il perché di così tanto odio e rancore nei confronti di questo popolo da parte di due ideologie molto potenti, quali il fascismo e il nazismo.

Proprio in quel periodo di studio, mio papà eseguendo la pulizia di una soffitta, si ritrovò fra le mani alcune lettere appartenenti a una famiglia di ebrei, i Landsberg; mise in salvo quei documenti e li portò a casa.

Incuriosita, cominciai a far scorrere le righe di quelle pagine: leggere la vita di questa famiglia non riguardava più studiare una lezione di storia, ma avvicinarsi a una realtà vissuta. Immergendomi in queste lettere ho potuto comprendere meglio la sofferenza e l’immensa tragedia che molte persone hanno subito durante la Seconda Guerra Mondiale.

Fra le lettere quella che mi ha colpito maggiormente è quella scritta dalla figlia Erica.

Racconta che nel novembre del 1943 la sua famiglia, composta da padre di origini ebraiche, madre cattolica e un fratello, Enrico, è costretta a lasciare la propria casa di Firenze per nascondersi in un paesino in provincia di Bologna, Pianaccio, per non farsi trovare dalle SS tedesche. Vengono ospitati da un certo Gigi Biagi, il quale inizialmente si rende disponibile aiutando la famiglia e dichiarandosi un accanito antifascista, ma successivamente si scopre essere il capo della Guardia Nazionale Repubblicana del Paese e che era sempre al corrente di tutto.
Ad un certo punto la ragazza si ammala e quindi devono chiamare il medico del Paese, il quale si insospettisce del fatto che la famiglia si trovi in un posto così nascosto e con tanti bagagli e successivamente scopre che il padre è di origini ebraiche.
Il Biagi quindi dice loro che non vuole avere dei problemi e che sarebbe stato meglio se si fossero allontanati dalla sua casa. Così fanno, ma lasciano lì alcuni bagagli in quanto egli stesso promette loro di tenerli al sicuro. Ritornano a Firenze e dopo qualche giorno Erica si reca a Pianaccio per recuperare i bauli, ma trova solo urla e minacce e viene a conoscenza del fatto che in quello stesso giorno erano passate le S.S. Tedesche e avevano sequestrato i bauli. Per recuperare i bagagli, il padre incomincia a girare per gli uffici tedeschi e scopre che si trovano nella caserma di Lizzano. I familiari non vogliono andare a prenderli, ma il padre risponde di avere la coscienza pulita e di non aver nulla da nascondere.
Possiamo pensare a una decisione ingenua e superficiale, ma in realtà aveva tutto il diritto di richiedere ciò che gli era stato tolto. Sono quindi portati alla presenza del maresciallo Liemener, il quale accusa l’uomo di essere ebreo e lo dichiara subito in arresto. Il resto della famiglia venne cacciata fuori senza sapere dove avrebbero portato il padre. Dopo giorni di ricerche, vengono a sapere che si trova a San Giovanni a Bologna. Si recano lì, ma non possono vederlo. In seguito viene portato a Fossoli (Modena) e da lì in Polonia, ad Auschwitz. Da quel momento non si ebbero più sue notizie. Il resto della famiglia torna a Firenze e successivamente si trasferisce a Milano. Solo alla fine del documento è stato possibile scoprire che tutto ciò era successo in seguito a una denuncia che il Biagi stesso e il dottore di Lizzano presentarono alle S.S. Tedesche di Bologna. La lettera termina in questo punto, perciò non so bene cosa possa essere successo in seguito, ma l’unica cosa di cui sono certa è che il povero padre non poté mai più riabbracciare i suoi cari.

Leggendo questo scritto ho pensato a quante altre situazioni del genere sono purtroppo capitate durante la Seconda Guerra Mondiale, quante persone sono state costrette ad allontanarsi dalla propria casa e rifugiarsi in un posto tranquillo con la speranza di non essere trovati e pregando che tutto finisse in fretta.

Testo di Roberta Casiraghi

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