Di Maria Grazia Tripi

Un mese fa un gruppo di giovani ha ucciso Antonio Stano. Una riflessione sul segno che questa orribile vicenda potrebbe dare a tutti coloro che hanno a cuore l’educazione dei giovani.

La morte e la noia. Si, la morte che raggiunge in maniera violenta, ma lenta e sofferta, Antonio immerso in quella parte più crudele della solitudine umana che si chiama indifferenza. E la noia, l’impersonale protagonista dell’evolversi di una storia e di una storia vera, di quella che coinvolge vite reali. Una storia la guardi, la leggi, ti immedesimi in essa, forse, ti fa capire qualcosa di te, magari ti cambia la vita, ti fa capire che puoi fare di meglio, puoi essere migliore.

No. Forse, non è il caso di questa storia scritta col sangue di Antonio grazie ad una musa ispiratrice tutta particolare che è l’ignavia di una comunità intera.

Il luogo è Manduria, una cittadina della Puglia di circa 30 mila abitanti. I protagonisti sono un gruppo di adolescenti, ad oggi 14, di cui due maggiorenni, e Antonio Cosimo Stano di 66 anni.

È dal 23 aprile, giorno della sua morte, che il suo nome viene riportato per intero nelle cronache nazionali, ma in paese, era detto “lu paccio”, il pazzo. Abitava di fronte alla parrocchia e all’oratorio dedicato a San Giovanni Bosco, il Santo dei giovani. Fa un certo effetto la coincidenza, ma proprio per mano di giovani “lu paccio”, perché per loro non aveva nome, ha trovato la morte dopo esser stato percosso e legato ad una sedia.

Non è stato un episodio, ma una lunga serie di torture che andavano avanti da tempo. Si poteva fare qualcosa?

Si, tutti sapevano. Le bravate, così le chiama il gruppo, che si faceva chiamare degli “orfanelli”, venivano riprese e condivise su gruppi whatsapp e mostrate ad altri. Forse, se Antonio non fosse morto, non si sarebbe saputo nulla e gli adolescenti della zona avrebbero potuto continuare a impiegare il loro tempo – perché in paese non c’è nulla se non bar – a picchiare e prendere in giro Antonio, perché tanto era solo il pazzo del luogo che abitava solo e non era violento.

“Carabinieri, polizia aiutatemi” è una della frasi urlate piangendo durante le tante serate in cui veniva assalito a casa sua. Chi poteva aiutarlo? I vicini, il parroco dell’oratorio, una docente che ha visto i video nel cellulare di uno dei ragazzi, le famiglie, i servizi sociali, i parenti? No, nessuno ha aiutato Antonio. No, nessuno ha messo un freno alle angherie di un gruppo di giovani. No, nessuno ha aiutato questi giovani a dare un senso alla loro vita. Se così fosse stato non saremmo qui a riflettere su questa storia.

Chi è il colpevole? Le famiglie, la comunità, i servizi sociali, i ragazzi, gli unici due maggiorenni del gruppo, i vicini, il parroco, la cittadinanza? In paese si comincia a vociferare che i risultati dell’autopsia indichino che la morte di Antonio non sia stata determinata «direttamente» e «tecnicamente» dalle percorse, e allora in tanti fanno un sospiro di sollievo.

I ragazzi, sconvolti dopo l’arresto, hanno dichiarato che era solo un passatempo, non sapevano che fare. Una delle mamme ha affermato che il problema sta nella noia offerta da un paese che non ha luoghi di svago. Sì, trovata la colpevole: la noia.

La morte di Antonio ha come colpevole la noia! Ma cos’è la noia? Chi è la noia? Forse se partiamo dalla noia questa amara storia può essere una di quelle che un insegnamento per la vita lo lasciano perché la Risurrezione per noi cristiani significa che l’ultima parola non è mai della morte e del non senso.

E questa storia che riguarda tante vite non può attendere inerme solo che il tempo passi per essere dimenticata. Forse, ha dei segni che devono essere compresi, interpretati, perché da storia di morte diventi storia di vita per tanti. Anche questa volta la morte di uno, Antonio, così come per Gesù può essere vita per tanti altri. Ciascuno di noi dovrebbe essere assorbito davanti a questa storia da una domanda di fondo, quella che Gesù fece un giorno alla gente “per bene” del tempo. «Quando si fa sera, voi dite: Bel tempo, perché il cielo rosseggia; e al mattino: Oggi burrasca, perché il cielo è rosso cupo. Sapete dunque interpretare l’aspetto del cielo e non sapete distinguere i segni dei tempi?».

E allora riprendiamo la domanda centrale di questa storia. Cos’è la noia?

«A me pare che la noia sia della natura dell’aria: la quale riempie tutti gli spazi interposti alle altre cose materiali». Così scrisse Giacomo Leopardi nelle Operette Morali. Sì, la noia prende le nostre vite, è un’esperienza interiore che non si può cancellare perché «per la noia non credo si debba intendere altro che il desiderio puro della felicità; non soddisfatto dal piacere, e non offeso apertamente dal dispiacere».

La prima cosa da comprendere allora è che la noia non solo non può essere l’impersonale colpevole di un omicidio, ma forse è quella dimensione esistenziale di ricerca di senso a cui dare priorità nell’educazione dei nostri ragazzi.

Manduria è un caso, non è l’unico. La costante è l’assenza del limite e di quel giusto confine educativo che tocca mettere agli adulti. È di pochi giorni fa la notizia di due ragazzi di 20 anni che hanno filmato il loro viaggio in macchina diretti a 220 km/h ad un droga party. Il viaggio si è concluso con uno schianto e la loro morte. La scorsa settimana una docente è stata picchiata da una mamma di un’alunna sospesa.

Cosa significa in questo contesto comprendere i segni dei tempi ed accompagnare i nostri giovani ad essere persone profondamente umane? Un proverbio cinese recita così: «Quando il saggio indica la luna, lo stolto guarda il dito». Credo che la strada giusta sia quella di comunità educanti, più che singoli saggi, formate da persone che non rinunciano al ruolo di guida, che siano luoghi di vita, di condivisione, di esperienze vissute, di attività, di riflessione, di preghiera, di ascolto, di spazi creativi, dove gli adulti comunicano con la vita desideri e mete alte. Credo che quella Chiesa dedicata a don Bosco davanti alla casa di Antonio stia lì per ricordarci che i nostri giovani hanno bisogno di una comunità autenticamente umana.

Fu un ambiente educativo quello che don Bosco si impegnò a realizzare per promuovere un’educazione integrale del giovane. Ecco, credo che questo sia il segno da cogliere anche oggi.

I giornali non ne parlano, non sappiamo come le famiglie e la comunità di Manduria stiano reagendo. Mi auguro che trovino la forza e il coraggio, insieme a tutti gli adulti che sapevano, di fare comunità per indicare ai loro giovani la meta più alta, quella che nella verità dona la felicità vera e autentica.

 

Fonte: Young4Young

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