“L’Amore è l’unica cosa che possiamo sperimentare,
che trascende le dimensioni di spazio e tempo”.

Titolo Originale: Interstellar
Regia: Christopher Nolan
Cast: Matthew McConaughey, Anne Hathaway, Jessica Chastain, Casey Affleck e Michael Caine
Casa di Produzione: Warner Bros
Target: Adolescenti

[La seguente recensione sarà strutturata in due parti: la prima non contiene spoiler, mentre la seconda contiene spoiler, e può essere letta e compresa solo dopo la visione del film]

In una parola, Interstellar è “perfetto”.

Perfetto sotto ogni punto di vista e per diversi motivi: regia coinvolgente, effetti visivi spettacolari, storia commovente e complessa, recitazione emozionante, fotografia mozzafiato, colonna sonora da brivido, script impeccabile (sia dal punto di vista scientifico che filosofico/morale). Semplicemente perfetto.

Tra storia in sé e script vero e proprio, non so quale sia meglio. Paradossalmente, nonostante sia basato sulle teorie scientifiche di Kip Thorne, il fulcro di Interstellar non è nella scienza, ma nella filosofia, intesa come morale.

L’uomo è il centro di questa nuova odissea spaziale, l’uomo e soprattutto i suoi sentimenti, primo fra tutti l’Amore.

Ma Nolan non è semplicemente un moralista, e quindi nel suo script fonde insieme magistralmente il blockbuster e il film d’autore.

La storia ruota attorno a una base semplice, che si complica poi lungo il tragitto: la Terra è diventata invivibile, continuamente flagellata da tormente di sabbia e dalla Piaga, condannando ormai l’umanità all’estinzione.
Grazie a ciò che resta della NASA il professor Brand (Michael Caine) e sua figlia Amelia (Anne Hathaway) hanno trovato un wormhole vicino a Saturno, con conseguente possibilità di esplorare nuovi mondi potenzialmente abitabili al di là del nostro sistema solare, e forse salvare l’umanità. La scienziata e l’ex-miglior pilota della NASA, Cooper (Matthew McConaughey), devono ora partire per cercare di salvare il destino del mondo. Ma per farlo Cooper deve lasciare sola coi piedi per terra sua figlia Murph (Jessica Chastain), che troverà ugualmente un suo ruolo sul morituro pianeta. Da qui, signori, comincia l’avventura.

Per quanto riguarda la recitazione, tanto di cappello a tutto il cast, che annovera tra i suoi protagonisti ben tre premi Oscar e una candidata più volte. Matthew McConaughey, diventa il padre di famiglia – prima ancora che pilota – disposto a tutto pur di riabbracciare la figlia Murph, “abbandonata” sulla Terra anni prima. E McConaughey è assolutamente l’attore migliore che si potesse scegliere per questo ruolo, credo: emozionato ed emozionante al tempo stesso. Non ci sono parole. Per lui, così come non ci sono per lei: Anne Hathaway nei panni di Amelia Brand è uno spettacolo per gli occhi sin dalla sua prima apparizione. La scienziata, con cui inizialmente magari non entriamo subito in empatia, si attira gli sguardi e l’affetto di tutti (personaggi e pubblico) proprio grazie alla sua umanità e al suo amore. Jessica Chastain nel fondamentale ruolo di Murph convince, come sempre una grande attrice, ma non fa tanto la differenza come i due colleghi sopra citati, e Michael Caine in un altrettanto fondamentale ruolo, convince ma anche per lui niente che non ci si aspettasse da un attore del suo calibro.

[Da qui comincia la SPOILEROSA parte II]

Interstellar è sicuramente un film come pochi se ne sono mai visti, e come pochi se ne vedranno anche negli anni a venire. Perché è complesso, profondo, completo, e c’è bisogno di una certa attitudine al “trascendere” per arrivare al nocciolo della narrazione.

E se l’unico modo per andare avanti è lasciarsi qualcosa alle spalle (come ricorda Cooper ad Amelia in una delle sequenze più emozionanti dell’intera pellicola), l’unica cosa che il regista qui ci chiede di lasciarci alle spalle è il materialismo. Esistono delle forze superiori che l’uomo non può comprendere, e che anzi sono le più importanti e le uniche che non vengono intaccate nemmeno da un viaggio interstellare, in primis l’Amore.

Pertanto, a noi spettatori in primo luogo, è richiesta l’abilità di trascendere anche il film in sé, per arrivare a vedere e toccare con mano la sua singolarità.

Il tempo è il primo degli elementi in campo che ci tocca da vicino: la paura di morire, o ancora peggio di non rivedere mai più le persone che amiamo, che siano loro a morire prima di noi; nel caso specifico, che sia una figlia a morire prima del padre. Nolan analizza questo tema con sapiente maestria grazie alla teoria della relatività di Einstein, per cui un’ora trascorsa da Cooper sul primo pianeta oltre il wormhole corrisponde a 7 anni di Murph sulla Terra. Intrigante.

E, “casualmente”, qual è “l’unica cosa che possiamo sperimentare, che trascende le dimensioni di spazio e tempo”? L’Amore.

L’Amore di cui parla Nolan è l’Amore vero, che assume qui un’aura quasi divina, dunque.

Per questo non interessa a nessuno scoprire se il legame che c’è tra Cooper e Amelia sia vera Amicizia o qualcosa in più, per questo non abbiamo inutili triangoli amorosi, ma nemmeno un tipico amore di coppia, nonostante le quasi 3 ore di durata: perché non serve la romantic-comedy in orbita.

Ciò che Interstellar dimostra è l’Amore in quanto potenza infinita e più potente dell’universo. Per questo prima dicevo che più che la scienza, il film ci parla di filosofia, uomo e morale. L’Amore è la cifra del film. E l’Amore in quanto tale, è l’uomo stesso, è in lui: nell’uomo disposto a partire per salvare l’umanità, nell’uomo disposto a tutto pur di riabbracciare la figlia, nell’uomo che farebbe un viaggio solo per poter riabbracciare la sua metà non sapendo nemmeno ancora se sia viva o sia morta, nell’uomo che consapevolmente rinuncia ai suoi amori/affetti personali per saltare in un buco nero e concedere all’altro il suo personale Amore.
Ed è per questo motivo che il film, nel complesso, è un’opera terribilmente ottimista.

Infine, Interstellar è sicuramente uno dei vertici del cinema di questi ultimi anni.

È un’opera epocale che tenta di dare – filosoficamente – risposta a interrogativi che non (?) possono averla. Ma una cosa è indubitabile: ogni volta che qualcuno prova a comporre un’opera che si spinge oltre i limiti del conoscibile, oltre di noi, semplicemente “oltre”, come Dante con la Commedia, la conclusione è sempre la stessa: l’uomo non è da solo al mondo, non è faber ipsius fortunae come alcuni credevano e credono. Ci sono “Loro”.

E noi ne abbiamo la prova nell’unica cosa che trascende il tempo e lo spazio: «L’Amor che move il sole e l’altre stelle».

Matteo Pirovano

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