Capita a tutti di non riuscire a concentrarsi durante la Messa e, nonostante il desiderio di partecipare al meglio, di distrarsi facilmente.

Ci sono domeniche in cui le difficoltà aumentano e quest’ultima non è stata da meno: vado in una parrocchia in cui non ero mai stato, dunque tutto ciò che mi circonda è nuovo e da vedere a livello artistico, architettonico, umano; arrivo nell’orario in cui c’è anche la celebrazione di un Battesimo, quindi liturgia più lunga e, ad una prima occhiata, parte degli invitati non molto avvezzi alle cose di Chiesa; ci sono diversi bambini, alcuni con i catechisti, altri più piccoli con i genitori, e di conseguenza il movimento è assicurato.
La Messa comincia con il suono dell’organo al massimo, che sveglia la bimba da battezzare, che giustamente si fa sentire coprendo quasi il canto del coro, grazie pure alla sorellina un po’ più grande che si accoda al pianto strillante. Un distinto signore dietro di me inizia a lamentarsi dicendo al vicino che “i bambini dovrebbero tenerli a casa e non portarli in chiesa a questa età” ed io penso tra me e me “e se fosse rimasto lui oggi a casa alla sua età?”. La Liturgia della Parola procede senza troppi intoppi e il Vangelo sull’amore e l’amicizia mi rasserena.
Poi l’omelia, il momento più impegnativo, in alcuni parti troppo “alta” per il tipo di assemblea, in altre tocca il cuore ma si ferma poco prima di entrare nella vita quotidiana, peccato!
Intanto uno dei bambini gioca lungo la navata laterale con un’automobilina rossa che sfreccia alla grande sui marmi; ma così è troppo facile ed anche faticoso, visto che deve andare a recuperarla ogni volta. Comincia allora a lanciarla in aria e a farla volare dal gradino di un altare laterale con un certo rumore; mentre i genitori cercano di fermarlo inutilmente con lo sguardo, dal quadro sopra l’altare San Giuseppe sembra guardarlo sorridente!

Nel frattempo nella stessa navata, proprio accanto a me, una signora – ancora giovane ma visibilmente ammalata – giunge trasportata da una parente sulla sedia a rotelle; mi colpiscono lo sguardo triste della signora e le carezze della parente nel momento in cui il sacerdote ricorda “che non c’è amore più grande”! Non c’è niente da fare, nessun sorriso, neanche quando mi avvicino – spostandomi appositamente parecchio dal posto – per scambiare il segno della pace.

Proprio quando sto pensando “almeno ci ho provato!”, un altro bambino inizia a passare tra me e lei, lungo la navata, spingendo il passeggino con la sorellina; il gioco piace alla piccola, visto che il fratello aumenta la velocità sotto gli occhi vigili dei genitori, e sorride con degli occhioni straordinari. Più volte il passeggino con la bimba e la carrozzella con la signora si incrociano, fino a che quegli occhioni e una dolce risata strappano il sorriso alla signora, e poi un altro ed un altro ancora, che coinvolgono pure la parente e me che, distratto durante il ringraziamento, osservo commosso la scena.

Distratto? Direi meglio “attratto”!

Sì, perché il mio ringraziamento è stato aiutato da quei bambini, da quella signora, dall’amorevole parente, facendo risuonare dentro di me le parole di Gesù “perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena”.

Marco Pappalardo

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