Il valore dei “no” in educazione.
Le regole come attrezzatura per vivere bene.

Alla cassa del supermercato ci sarà sicuramente capitato di assistere ad una discussione spesso animata fra mamma e figlio placidamente seduto sul seggiolino del carrello. Alla sua altezza il piccolo è circondato da una varietà di proposte “meravigliose”: caramelle colorate, patatine, gelati e gadget. Inevitabilmente attratto da tanti stimoli il bambino attiva una serie infinita di richieste al genitore che si sta cercando in borsa la tessera del supermercato, sta organizzando la spesa sul nastro e sta già contando mentalmente i sacchetti. La voce del figlio diventa gradualmente imperante e la pazienza dell’adulto diminuisce in modo proporzionale.

Cosa fare?
Come trovare il coraggio di dire di “no”

malgrado la consapevolezza che a quella semplice espressione di contrarietà potrebbe scatenarsi una reazione a catena che sicuramente creerà’ un imbarazzo generale?

Questo episodio di vita quotidiana ci fa riflettere sul valore pedagogico e psicologico dei no. Questi ultimi sono mal tollerati dagli adulti e dai bambini stessi. L’esperienza del limite permea la vita del piccolo sin dagli albori. Il neonato apprende gradualmente ad attendere sempre con maggior tolleranza e speranza la realizzazione del proprio desiderio o necessità primaria.

Durante un incontro di formazione in un nido a Milano ricordavo la considerazione di alcune mamme che descrivevano il momento della pappa. Raccontavano che un secondo prima il piccolo giocava ed esplorava serenamente lo spazio e i giochi ma non appena si attivava in lui la sensazione di avere fame il suo desiderio diventava imperante e incondizionato: “ho fame adesso!”

Per l’adulto che si trova imbrigliato nelle maglie di una richiesta così perentoria non è’ affatto semplice tollerarne tutta la “drammaticità”. La reazione immediata sarebbe di concedere subito alla richiesta un’adeguata riposta;ma l’azione dell’adulto e’ ben più complessa. Per natura il bambino funziona mentalmente lungo la linea del piacere. L’adulto che si prende cura dei bisogni del piccolo e’ sicuramente molto più gratificante far corrispondere ad una richiesta una risposta adeguata ma sembra che in questo meccanismo nessuno dei due voglia cimentarsi nella fatica di tollerare la frustrazione della “capacità di dilazionare il desiderio nel tempo”.
Ovvero sostenere il bambino nel compito faticoso di passare da un principio del piacere (tutto e adesso) a quello della realtà ( in parte e con calma). Perché si rende necessario un “lavoro” così articolato?

A tal proposito ricordavo che qualche anno fa ero in studio a Milano. Approfittavo di un momento di tranquillità per sistemare i miei libri quando avevo sentito il rumore di calci provenire dalla porta del bagno in sala d’attesa. Poi le urla di un bambino e di sua madre angosciata perché il figlio di 5 anni si era chiuso a chiave dentro la toilette. La signora era terrorizzata ma il bambino era ancora più spaventato e dalla paura voleva sfondare la porta. Poi avevamo chiamato i vigili del fuoco e nel frattempo tentavamo di rassicurare il bambino spiegando come far ruotare la chiave. L’angoscia cresceva nella mamma e nel figlio e si autoalimentava. In ultimo avevamo sentito scorrere l’acqua del wc. I vigili, una volta arrivati, avevano aperto la porta e il bambino era corso in braccio alla mamma e il bagno era allagato. La mamma quindi aveva abbracciato il figlio e poi gli aveva proposto un giro sulla macchina dei pompieri. La paura era stata completamente trasformata in euforia e i piani di realtà si erano ribaltati. Avevo quindi colto l’occasione per dire al bambino di non farlo mai più perché ci eravamo spaventati tutti e che lui aveva corso un grande pericolo.Mi aveva guardata negli occhi quasi sfidandomi perché stavo guastando la festa. Ma di quale festa stava parlando?

La mamma alle mie parole aveva finalmente dato spazio alla sua paura raccontandomi di come si fosse sentita vulnerabile e che avrebbe voluto sgridare il figlio ma che si era vergognata. Il tema della vulnerabilità permea la vita dei bambini che dal loro punto di vista e con così poca esperienza di ciò che è bene e ciò che è male o comunque di pericoloso ricercano inconsciamente un riferimento nell’adulto che si prende cura di loro. Le regole e i no segnano i confini delle relazioni che si caratterizzando di rispetto e ascolto reciproco e di tutela del bene dell’altro. L’adulto viene investito come il garante della buona esperienza del mondo circostante di cui il bambino fa esperienza.

Mi ricordavo che un pomeriggio un papà’ di un nido mi aveva domandato come mai sua figlia non voleva assolutamente imparare a fare la pipì nel vasino e poi aveva aggiunto “per lei e’un oggetto di tortura!” Queste parole del padre descrivevano una bambina che poteva “esprimersi liberamente e agire senza limiti” ma a quale prezzo?

I no e i limiti che i bambini gradualmente apprendono richiedono nell’adulto la capacità di farsi carico di scelte impopolari al presente ma rassicuranti e di successo nel lungo periodo.

Il bambino che decide e che ordina e’ apparentemente sicuro ma in verità e’ spaventato da tanta libertà che non sa gestire alla sua tenera età. Se il bambino viene abituato ad affrontare i “normali” e non eccessivi, limiti, divieti, norme che regolano il vivere collettivo in ogni comunità, la sua strada sarà già preparata per permettergli di camminare tranquillo e sicuro verso il futuro. Altrimenti, diceva Freud, correrà il rischio di essere come”…un esploratore che viene mandato al Polo Nord completamente privo dell’attrezzatura necessaria per difenderlo dal gelo e permettergli di sopravvivere”.

Silvia Mandelli- psicologa

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