Abbiamo fame

da | 4 Mag 2020 | La buona parola, Giovani

di don Carlo Pizzocaro*

Abbiamo fame, diciamo noi. Ho sete, dice lui.

E Lui si spezza come pane per la nostra fame, mentre noi ben ci guardiamo bene dal versare (troppo) sangue per la sua sete.

Così mi ritrovo a riflettere sul digiuno non scelto in questo anno. Avrei rinunciato a tutto, ma non all’Eucaristia, eppure questo è il digiuno che mi è stato chiesto in questo oggi della storia. Ma come, tu non hai continuato a celebrare? Certo, e in sacrestia, prima di ogni celebrazione ho implorato dal Signore il dono della fede per credere nella forza del gesto consegnato nelle mani di uno per la salvezza di tutti. Ma anche per me, prete, l’Eucaristia non è stata pienezza: io avevo il Sacramento del corpo (l’ostia), ma non avevo il corpo del Sacramento (voi). E questo legame sfilacciato, lo assicuro, è straziante quando ti ritrovi a guardare una telecamera per rendere presente il Capo (Lui), là dove il corpo (voi) ha forse imparato di nuovo cosa significhi Chiesa (domestica).

Siamo tutti digiuni dalla pienezza eucaristica e questa mancanza ci fa male.

Che fare? Penso anzitutto una cosa: imparare a raccontarsi la mancanza per coltivare gli uni negli altri il desiderio più profondo di essere Chiesa, insieme. L’alternativa all’umile e umiliante condivisione della mancanza è la boriosa pretesa della presenza. Dovremmo sapere come funziona: siamo tutti esperti di desideri che diventano pretese, per nascondere mancanze.

Così pongo anzitutto a me alcune domande, per un lungo esame di coscienza, un vero deserto dentro il quale bisogna passare per tornare alla promessa:

– senza comunione non vivo, ma non è che mi impegnavo tanto a “fare la Comunione” con Lui, per sentirmi un po’ esonerato dallo sforzo di essere in comunione con voi? Non è che già prima mi ero perso un pezzo del corpo del Christus totus, del “Cristo totale”?

– devo confessare le mie mancanze, ma non è che prima correvo a scaricare barili per tornare a correre in solitaria, senza mai “umiliarmi” (=farmi umile) nell’affidare ad un fratello una ferita, perché lui potesse vedere e curare quello che io avrei volentieri nascosto, dimenticato, cancellato? Non è che già prima curavo il senso di colpa (che è solo mio), senza mai avere il coraggio di accusare il peccato (che ha sempre dimensione ecclesiale, tanto nella “pena” quanto nella “guarigione”)?

– la centralità della Liturgia mi orienta, ma qui si pongono due problemi, messi allo scoperto da questo tempo di digiuno.

Primo: la preparazione della Messa domenicale la svolgevo nella “mia sacrestia”, ma non è che forse ho sempre dimenticato di tener conto e di insegnare a curare quelle “sacrestie” che sono le case di coloro che a Messa ci vengono? Io mi preparo così, dunque celebro così; ma voi come vi preparate e, dunque, come celebrate?

Secondo: centralità non è esclusività. Questa assenza di pienezza eucaristica, personalmente mi ha ricondotto alla profondità della preghiera della Liturgia delle Ore e mia ha nuovamente affascinato al Rosario: lì niente telecamere, ma pensavo a quanti REALMENTE sfogliavano quelle stesse pagine e sgranavano quelle corone, esattamente come me. La presenza del Corpo nell’Eucaristia mi plasma davvero il cuore alla percezione della comunione dei Santi?

E poi tante altre domande, critiche e sarcastiche (chi mi conosce, sa che è il mio registro preferito):

– ma com’è che se in Amazzonia hanno fame di Eucaristia devono farci l’abitudine e riscoprire la comunione spirituale, mentre se la fame di Eucaristia è in Italia non c’è altra soluzione che garantirsi ciò che ci spetta? Mi ricorda la finta conversione del figlio prodigo che si affretta a tornare, per non rimanere troppo nella povertà che cominciava a fargli vedere la sua vera ricchezza. Così finisce per andare dove può avere di più e non dove creda (in senso forte) di avere tutto;

– e poi, dov’è la carità? Mi ha molto interrogato l’esempio di un fratello per me prezioso. Mentre io mi adoperavo per fare le dirette delle Messe (con salti mortali per una perfezione rubricista a me tanto cara), lui dava disponibilità per rispondere al telefono a chi si sentisse solo (io non rispondo mail al telefono). Io mi preoccupavo di una comunione probabilmente “più spirituale” della sua, tanto da essere più incantesimo che presenza. Confesso pubblicamente: non ho risolto compiutamente questo gap pastorale che il deserto del digiuno pandemico mi ha obbligato a vedere.

L’Eucaristia è sacramentum caritatis, segno efficace d’amore: forse troppe volte è per me risposta all’amore che mi manca, più che domanda dell’amore che ho da offrire;

– un altro confratello, tanto prezioso perché tanto diverso da me, mi ha ricordato un’urgenza in questo tempo di emergenza: tornare ad annunciare il Vangelo nella sofferenza e della sofferenza.

Ho indicato la credibilità della medicina (sussidi di preghiera, interventi in diretta,…), che è cosa buona e dovuta, ma ho ancora eluso uno dei temi più urgenti per gli uomini e le donne di ogni tempo: che senso ha questa sofferenza? Non è masochismo, ma passione, perché qualcuno ci ha mostrato che ama chi s’offre (anche e anzitutto senza apostrofo). 

 

Forse ci sono altre domande che tengono desto nel mio cuore il desiderio della pienezza, costringendomi al cammino. E forse, dico forse, ho bisogno di tempo per dire cosa mi abbia fermato, prima di pensare di ripartire. 

 

Che poi misericordia è questo: Grazia in ogni disgrazia. Anche in questa. 

 

Con speranza, 

donKY 

  

*giovane parroco di Cumiana, Pieve e Tavernette (TO).

 

Fonte: Corxiii

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