C’è un oratorio salesiano in Cielo. Ha la porta sempre aperta.

L’ultimo arrivato è Saged Mezher, un ragazzo “musulmano” della nostra scuola di elettronica, viene dal campo profughi di Dehesha in Cisgiordania. Studiava per la maturità, quando i soldati entrarono nel campo per arrestare delle persone e cominciarono violenti scontri a fuoco. Difficile fermare degli uomini con dei fucili mitragliatori in mano. La gente correva a nascondersi urlando. Le urla dei feriti graffiavano il cielo e anche il cuore di Saged che faceva parte del gruppo di Pronto Soccorso del Campo.

Uscì di scuola, indossò la pettorina con l’insegna del gruppo e corse a soccorrere alcuni uomini feriti che giacevano a terra. Stava cercando di sollevare un uomo colpito, quando un proiettile gli squarciò il petto. Lo portarono all’ospedale Hussein poi in un ospedale specializzato. Tre ore convulse di intervento. Ma non ci fu niente da fare.

Saged è morto e come i beati del Vangelo, vive nel cuore di Dio.

Poco prima era arrivato uno scarno messaggio: «Mi viene da piangere. Due giorni fa, non si sa chi né perché, a mezzanotte ha appiccato il fuoco al nostro dormitorio delle ragazze a Tonj in Sud Sudan. Accortesi del fuoco, le ragazze sono scappate fuori, ma tre ragazze non si sono svegliate in tempo. Sono bruciate vive. E’ stato un atto intimidatorio contro di noi o forse una vendetta tribale da parte di genitori stessi. In Sud Sudan, la vita vale meno del prezzo di una mucca. E vale ancora il principio “occhio per occhio”. Speriamo che non ci siano conseguenze più gravi».

Metà dei bimbi e degli adolescenti del pianeta, ricorda un rapporto dell’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità), subisce qualche forma di violenza fisica, psicologica o sessuale. Non si fanno neanche indagini. Quasi tutti sono liquidati come “danni collaterali”, piccoli incidenti.

Il messaggio del Papa, nell’Esortazione Apostolica “Christus Vivit” (nei numeri 75-76), è chiaro: «Non possiamo essere una Chiesa che non piange di fronte a questi drammi dei suoi figli giovani. Non dobbiamo mai farci l’abitudine, perché chi non sa piangere non è madre. Noi vogliamo piangere perché anche la società sia più madre, perché invece di uccidere impari a partorire, perché sia promessa di vita. Piangiamo quando ricordiamo quei giovani che sono morti a causa della miseria e della violenza e chiediamo alla società di imparare ad essere una madre solidale. Quel dolore non se ne va, ci accompagna ad ogni passo, perché la realtà non può essere nascosta. La cosa peggiore che possiamo fare è applicare la ricetta dello spirito mondano che consiste nell’anestetizzare i giovani con altre notizie, con altre distrazioni, con banalità».

Forse «quelli che facciamo una vita più o meno senza necessità non sappiamo piangere. Certe realtà della vita si vedono soltanto con gli occhi puliti dalle lacrime. Invito ciascuno di voi a domandarsi: io ho imparato a piangere? Quando vedo un bambino affamato, un bambino drogato per la strada, un bambino senza casa, un bambino abbandonato, un bambino abusato, un bambino usato come schiavo per la società? O il mio è il pianto capriccioso di chi piange perché vorrebbe avere qualcosa di più?. Cerca di imparare a piangere per i giovani che stanno peggio di te. La misericordia e la compassione si esprimono anche piangendo. Se non ti viene, chiedi al Signore di concederti di versare lacrime per la sofferenza degli altri. Quando saprai piangere, soltanto allora sarai capace di fare qualcosa per gli altri con il cuore».

Lo dobbiamo per tutte le persone umane, piccole e grandi, che in questo mondo sono trattate solo come “cose”. Perché senza dubbio una delle paure fondamentali è quella di essere trattati come cose e non come persone.

Maneggiati, spinti qua e là da forze impersonali, trattati come se non contassimo nulla da quelli che sono più forti, che sono superiori.

Ognuno di noi può essere un atomo minuscolo in un universo immenso, ma abbiamo bisogno di illuderci che contiamo… Che la nostra individualità attiri l’attenzione. Venire completamente trascurati come persone è una specie di morte nella vita, contro la quale siamo costretti a combattere con tutte le nostre forze.

Fonte: Infoans

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