L’educatore ai tempi del Coronavirus

Di Francesco Contenta

 

Ed eccoci qua, chi l’avrebbe mai detto che mi sarei messo a scrivere qualche riflessione su questo strano e delicato periodo.

Era il 23 febbraio quando tutto scoppiò, era domenica, ricordo con esattezza quel giorno perché in oratorio a Gallarate, nel pomeriggio, si doveva tenere la festa di carnevale tanto organizzata e preparata dai nostri animatori. E invece tutto annullato e da quel giorno tutto è mutato.

Sono passati solo 2 mesi, a me sembra invece un’eternità. Tutto è cambiato velocemente: tra misure drastiche e indicazioni date dal governo, le nostre vite non sono state più le stesse. Sono a casa, come la maggior parte delle persone, impiego le mie giornate tra varie attività, curiosità, informazioni, film e musica.

Ma la cosa che mi manca di più è il mio lavoro, oltre che la mia passione, l’essere educatore nella quotidianità con tutti, dai ragazzi ai genitori passando per i tanti volontari. Un lavoro non come tanti altri, se è cambiata la modalità per la maggior parte dei lavoratori attraverso lo smart working, il nostro operato non può essere fatto da casa, perché noi lavoriamo con e sulle persone.

Così San Giovanni Bosco: «L’educazione è cosa di cuore e Dio solo ne è il padrone». Il cuore per Don Bosco è il cuore biblico, il luogo in cui l’uomo decide l’orientamento da dare alla sua esistenza, fortifica la sua volontà e opera scelte concrete, la prima delle quali è l’opzione fondamentale della sua vita. In un momento così delicato, ecco che l’oratorio (purtroppo chiuso) rappresenta la casa dove il bambino e il ragazzo possono crescere sotto l’aspetto personale, psicologico, cattolico e cristiano.

Questi elementi per noi sono essenziali e necessari. Inoltre, la relazione educativa e il rapporto quotidiano si fondano su ideali e valori, come la carità, la dolcezza e l’amorevolezza, toccando il senso più profondo della persona umana. Questo permette un incremento nel saper fare, nel saper conoscere, nel saper condividere e nel saper essere. Con questo processo interiore, la persona attraverso l’educazione è capace di scelte responsabili e forti, come ad esempio accogliere l’altro, quindi vivere incontri di reciprocità, amando l’altro come fonte di arricchimento e dono su uno stesso livello.

Proprio come Don Bosco quando era lontano dai suoi ragazzi, mi mancano i sorrisi, gli sguardi, dare un consiglio, fare un gesto caritatevole, sentire le loro urla dentro il nostro oratorio, i momenti formativi di catechesi, i genitori che ti cercano per essere rincuorati sui figli/e, le catechiste che ti cercano e non vedono l’ora che arrivi per sistemare pc e proiettore per il catechismo.

È vero, la tecnologia in questi anni ha compiuto passi da gigante, possiamo connetterci da un paese all’altro, vedere parenti distanti chilometri, possiamo abbattere le barriere architettoniche per le persone che hanno delle difficoltà, la scuola è riuscita ad ampliare il suo operato mediante la didattica a distanza, possiamo fare videochiamate per riempire le nostre giornate e provare ad immaginare, ma tutto questo non è la realtà.

Concludo riprendendo una riflessione di un grande filosofo come Cartesio “penso dunque sono”, che per me può essere interpretato così: “Penso che la realtà sia più importante del virtuale e per essere, crescere ed apprendere servono proprio le persone”.

Non chiedo mica la luna. Voglio solo tornare alla realtà del mio ORATORIO!

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