L’eredità dei miti

di Antonietta Potente

Tra i beati, i ‘ritti in piedi’, Gesù colloca anche coloro che nella terra vivono per stare e non per occupare, per condividere e non per prendere possesso. E che sentono la natura non come una preda, ma come una compagna di viaggio.

 

Beati i miti perché erediteranno la terra” è la beatitudine che preferisco perché lega l’umanità alla terra. Gesù è davanti a questa folla, a questa folla di persone che non hanno proprietà, eppure li chiama eredi: diventare eredi infatti non vuol dire diventare proprietari, ma imparare ad abitare con tutti gli esseri di questa terra.

Ma chi sono questi miti che riescono a stare insieme, e per questo ereditano la terra?

Sono quelli che non prendono troppo posto, che desiderano abitare insieme agli altri, senza occupare, cosa non facile per l’essere umano, cosa difficilissima in questo momento storico. I miti sono coloro che prendono poco posto non perché si ritirano o non intervengono, ma perché si rendono conto che, per convivere in questo ambiente, è necessario non prendere tanto posto. Il mite che non prende posto è colui che ha imparato ad avere bisogno di poche cose per vivere, e che non si serve della natura, ma la vive come una compagna di viaggio.

C’è una leggenda ebraica nella quale si dice che il grande peccato di Adamo ed Eva non è aver preso il frutto, ma averlo mangiato.

Questo mangiare è inteso come un verbo di avidità: lo prendo e lo mangio, lo prendo e lo ingoio subito tanto che non lo vedo neanche più; questo modo di fare esprime bene il legame con il consumo, il consumismo, per cui ingoiamo continuamente e non ci basta mai.

L’atteggiamento della mitezza non è questo: il mite non mangia, si nutre; tu ti nutri con un libro, con una bellissima passeggiata, ti nutri nel silenzio, ti nutri misteriosamente con la sacramentalità dei corpi degli altri che ti ricordano questa grande eucaristia cosmica, mangiate e prendetene tutti…

Noi dobbiamo ‘nutrirci’ della vita, e non solo ‘mangiarla’ come se tutto ci fosse dovuto. Tutto quello che mangiamo sparisce, mentre quello che ci nutre resta.

I miti diventano eredi perché si nutrono, e quindi sanno conservare la natura, condividono ciò che ci offre, non se ne appropriano e così ci invitano a ripensare il nostro modo di vivere, ci stimolano ad aver cura di tutta l’esistenza, e di tutti gli esseri viventi.

I miti, infine sono coloro che, oltreché col visibile, sanno meglio rapportarsi anche con l’invisibile.

C’è un bellissimo passaggio della lettera ai Colossesi nell’inno cristologico, in cui si dice che “in Lui furono create tutte le cose nei cieli e sulla terra, quelle visibili e quelle invisibili”.

Le cose invisibili devono essere attese, e i miti sanno aspettare. In questo modo ci insegnano anche a pregare: la preghiera, infatti, non consiste in un chiedere, è l’attesa di uno svelamento, di una illuminazione. Se sostiamo fiduciosi in questo silenzio parlante, possiamo incontrare l’invisibile.

Ecco dunque la bellezza della mitezza, che ci permette un incontro profondo con tutto il creato, con ciò che si vede e con ciò che non si vede.

 

Fonte: Giornalino di Romena, n.17, agosto 2020

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