Tecnologie del senso di sé

Tecnologie del senso di sé: per un cammino di educazione all’umano

 

Di Federica Cecco*

 

La missione dell’uomo sembra oggi più che mai quella di ridare dignità a sé stesso e all’ambiente in cui vive. I due problemi, come spiegato molto bene dal Santo Padre nella Laudato si’, non sono disgiunti: se non impareremo ad avere cura della parte più povera e in difficoltà dell’umanità, non staremo vivendo la nostra vita da veri cristiani in quanto verremo meno all’idea di essere stati creati tutti uguali da Dio, il quale ci ha invece voluto e amato tutti allo stesso modo, prima ancora della nostra comparsa sulla Terra. Credere che il nostro destino di donne e uomini di cultura occidentale sia in qualche modo disgiunto dalle sofferenze di quelle popolazioni e di quei Paesi che hanno dovuto dare tanto, nei secoli, per arricchirci – e che ancora oggi stanno pagando le conseguenze della nostra fortuna in termini di depauperamento delle proprie risorse umane ed ambientali –, non può che essere contrario ad un cammino di crescita spirituale che porti l’individuo ad assumersi con gioia le proprie responsabilità nei confronti del mondo. Un cammino che ci faccia uscire dalla miseria del nostro stesso individualismo, che ci faccia comprendere che la profondità degli errori delle generazioni passate è una nostra responsabilità: è ora di mettere in campo le nostre energie per costruire un’alternativa e un riparo per le generazioni future! Diventa così necessaria l’adesione di tutta la comunità cristiana ad un nuovo modello di costruzione di sé che parta dall’intima comprensione, dalla compassione e dalla condivisione rispetto alle situazioni e alle sofferenze degli ultimi, sofferenze che dobbiamo desiderare di estirpare radicalmente.

 

Allo stesso modo, non prendersi cura della nostra casa comune (che magnifica espressione!) significa non volersi rendere conto che tutti gli esseri viventi, tutto il creato è intimamente connesso perché voluto, progettato e amato da Dio: allora non prendersi cura della parte più sfruttata e inquinata della Terra – della nostra stessa casa! – significa rifiutare quel cammino di sacrificio ma anche di intima ed umile gioia che è necessario affrontare per approdare ad un nuovo e rivoluzionario paradigma di vita, che è poi il paradigma cristiano stesso.

 

Se animali, piante, paesaggio sono stati creati da Dio, noi non siamo altro che un elemento di questa creazione pensato per ben governare e rendere gloria a questo progetto, non certo per sfruttarlo fino a schiacciarlo e soffocarlo. Infatti in un meccanismo perverso come questo – un meccanismo dove la ragione umana, con la sua idea di “progresso”, non è stata più indirizzata al raggiungimento di un equo beneficio di tutti (uomini, piante e animali compresi), ma alla realizzazione dell’estrema opulenza di qualcuno – il vincente paradigma è quello che insegue il modello di un arricchimento basato unicamente sull’idea di un massimo profitto economico da raggiungere. Questa visione economica è supportata da una tecnologia che sembra invincibile, o almeno in grado di risolvere tutti i problemi nell’immediato, in modo tecnico, senza pensare a complessi e complessivi scenari di degrado umano ed ambientale già reali e presenti. Scenari che, invece, vengono distorti e fatti percepire dai potenti solo come possibili e futuri, ma che comunque pretendono di non tenere conto di variabili di calcolo del benessere diverse rispetto a quello economico. Bisogna invece affermare con forza che esiste anche un benessere complessivo della comunità che si realizza, per esempio, nella sua capacità di dare senso alla vita, di difendere e promuovere la bellezza o di rappresentare con orgoglio una diversità culturale.

 

Il sistema tecnocratico attuale non vuole vedere la realtà per quella che è, ma costantemente trasformarla a dominarla per allontanare dalla nostra vista i veri problemi, uno fra tutti l’alto livello di violenza, ignoranza, sofferenza, solitudine, insoddisfazione e infelicità che permane fra gli esseri umani, oltre ad una difficoltà materiale/economica nell’affrontare la vita quotidiana.

 

La Laudato si’ di Papa Francesco ci pone allora davanti ad un bivio rispetto al modo di vivere la nostra quotidianità e la nostra fede: fare come se niente fosse e continuare a seguire il sistema tecnocratico dominante, aggrappandoci ai comodi modelli sociologici che ci vedono esclusi da una presa di posizione personale forte e diretta; oppure cercare di aderire a quello che Italo Calvino chiamerebbe non inferno, facendolo vivere, dandogli spazio, prendendo coscienza della nostra effettiva posizione nel mondo ed imparando ad agire giorno per giorno, costruendo con coraggio un mondo migliore, senza alibi.

 

Queste le parole dello scrittore, tratte dal romanzo Le città invisibili: «L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n’è uno, è quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio.».

 

*Federica Cecco, ex studentessa salesiana. Attualmente vivo e insegno Storia e Italiano a Milano nella scuola secondaria di primo e secondo grado.

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