È una sfida impegnativa mettere a tema di un Sinodo i giovani.

Un Sinodo che voglia davvero interrogarsi sui giovani deve anche lasciarsi accompagnare da loro.

«Visto il tema del Sinodo, speriamo che ci siano tanti giovani dentro e attorno al Sinodo – non solo là fuori, come avviene alle Giornate mondiali della gioventù, ma anche lì dentro»
Mark Coleridge, arcivescovo di Brisbane,.

Ha osato molto il Papa con la scelta di porre al centro dell’Assemblea ordinaria del Sinodo dei vescovi fissata per il 2018 il tema dei giovani. E il precedente del Sinodo sulla famiglia – con il quale dichiaratamente il nuovo appuntamento vuole porsi in continuità – lascia ben sperare sull’intenzione di non fermarsi a qualche bella riflessione sulla generazione dei Millennials.

Eppure il rischio di parlare sui giovani anziché coi giovani resta una tentazione tremendamente forte nella Chiesa oggi.

Già il modo in cui questo tema è stato presentato nel comunicato ufficiale qualche perplessità in me la desta.
Si dice infatti che il Sinodo «intende accompagnare i giovani nel loro cammino esistenziale verso la maturità affinché, attraverso un processo di discernimento, possano scoprire il loro progetto di vita e realizzarlo con gioia, aprendosi all’incontro con Dio e con gli uomini e partecipando attivamente all’edificazione della Chiesa e della società». Sorvoliamo pure sull’ecclesialese stretto nel quale il concetto è espresso (anche se il linguaggio – come osserva giustamente mons. Coleridge – è già un’indicazione dello sguardo che abbiamo sui giovani).

Qui il problema vero è un altro: interrogarsi come Chiesa sui giovani oggi vuole dire solo questo? Noi adulti dobbiamo solo chiederci come accompagnare i nostri figli, fratelli minori o nipoti? O non dobbiamo provare a chiederci anche come loro possono accompagnare noi come Chiesa aiutandoci a camminare in maniera un po’ più spedita nel mondo di oggi? Perché è inutile girarci intorno: se non si mette in ascolto dei giovani la Chiesa in uscita è solo una immagine. E sono i giovani la cartina di tornasole della nostra disponibilità reale ad andare oltre la logica del si è sempre fatto così.

Ecco allora la vera sfida di questo Sinodo: lasciare davvero spazio ai giovani nelle nostre comunità; fidarci di loro.

Una sfida per affrontare la quale servirà anche un ulteriore sforzo di metodo; perché il questionario per la consultazione delle famiglie – che a qualcuno era sembrata già una rivoluzione nel precedente Sinodo – stavolta non basterà già più.  Occorrerà pensare formule nuove, metodi e segni che siano davvero in dialogo con i giovani. Possibilmente anche con quei giovani che – a pelle – non sentono proprio alcun bisogno di essere accompagnati da noi.

Ci vuole fantasia per un Sinodo sui e coi giovani. E anche la capacità di guardarsi intorno. Per questo mi permetto di citare un esempio che a Roma abbiamo avuto sotto il naso proprio in questi giorni.

Nei racconti dell’incontro tra il Papa e l’arcivescovo di Canterbury per i cinquant’anni del dialogo tra cattolici e anglicani come sempre abbiamo tenuto l’inquadratura stretta sui due leader. Così a molti è certamente sfuggito un particolare: insieme a Justin Welby l’altro giorno a San Gregorio al Celio c’era anche un gruppo di giovani. L’arcivescovo di Canterbury ha voluto infatti con sé le ragazze e i ragazzi della Comunità di Sant’Anselmo, un’esperienza in cui crede molto. Si tratta di quaranta giovani anglicani provenienti da tutto il mondo che trascorrono un anno a Lambeth Palace, la residenza del primate anglicano. Vivono lì per dodici mesi «un anno secondo il tempo di Dio», come lo definiscono loro; una sorta di anno sabbatico in cui compiono un cammino vocazionale ma nello stesso tempo si mettono al servizio della Chiesa. Un cammino esigente: il modello di riferimento per l’organizzazione sono le comunità monastiche e ciascuno dei partecipanti si impegna a seguire una Regola di vita, almeno durante quell’anno. C’è ovviamente un responsabile che li segue, ma anche Welby li conosce ad uno ad uno. E in tutti i momenti più importanti della vita della comunione anglicana l’arcivescovo di Canterbury chiama questo gruppo accanto a sé. Alla fine dell’anno – poi – ciascuno rientra nella propria comunità, portando nella sua esperienza quotidiana quanto vissuto a Lambeth Palace.

A me pare una bella intuizione e un modo concreto per mettere davvero i giovani al centro.

La Chiesa oggi ha bisogno di vivere con i giovani, anziché limitarsi solo a convocarli. Ha bisogno di condividere sul serio la loro quotidianità per incontrarli davvero. Lo so che in molte parrocchie ci sono tanti preti ed educatori che già lo fanno, ma non sarebbe un segno importante ed esemplare per tutti anche una presenza del genere in Vaticano? Non sarebbe una scossa più potente di mille alchimie su riforme della Curia e organigrammi? Non sarebbe un modo realistico per uscire da una logica in cui ad avere responsabilità vere nella Chiesa è solo chi è over 50? E la stessa logica – fatte le giuste proporzioni – non potrebbe valere anche per le singole diocesi?

È una sfida impegnativa mettere a tema di un Sinodo i giovani.

Tanti giovani ci guarderanno con almeno un po’ di curiosità. La cosa peggiore sarebbe fermarci a qualche bella parola di incoraggiamento, senza metterci in gioco davvero.

Giorgio Bernardelli
vinonuovo.it

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