Chi ha a cuore i cosiddetti “ultimi”

da | 7 Feb 2017 | La buona parola

Chi opera in favore dei poveri, chi ha a cuore i cosiddetti “ultimi”, sa bene che oggi si incontrano nuovi emarginati

Chi opera in favore dei poveri, chi conosce la realtà delle mense e dei dormitori, chi si mette in gioco nelle unità di strada, chi è a servizio di parrocchie, associazioni, gruppi, enti che hanno a cuore i cosiddetti “ultimi”, sa bene che – ormai da un bel po’ di anni – non si tratta solamente di anziani rimasti soli, di giovani accompagnati da cani, di migranti della prima ora, di persone con problemi a livello mentale o con dipendenze; non solo i numeri sono aumentati, ma si incontrano molte persone delle nuove migrazioni, diverse donne, coppie di anziani, persino nuclei familiari.

Cose dell’altro mondo? Gente di un altro pianeta? Colpa degli sbarchi? No!

In gran misura sono italiani, persone che avevano un lavoro ed una casa, che, perso il primo riescono in alcuni casi a tenere l’abitazione, in altri si ritrovano a cercare un tetto.

La povertà è una questione seria, la miseria ancora di più!

La responsabilità è enorme ed a più livelli, riguarda i governanti e ognuno di noi. Vantiamo primati negativi messi in luce dalle ricerche e dalle statistiche. Mi chiedo, però, se siano necessari questi strumenti per rendersi conto con i propri occhi che la realtà è questa ed è triste.

Che fare? Innanzitutto, non bisogna voltarsi dall’altro lato dinanzi a tali situazioni di povertà, poiché ciascuno può fare qualcosa di buono per chi è nel bisogno.

Ce lo insegnano i volontari di ogni età che quotidianamente o settimanalmente donano parte delle giornate nei luoghi in cui la cura per i bisognosi si fa concreta. Ce lo insegnano coloro che sostengono con donazioni economiche o materiali le realtà impegnate in questo tipo di sociale. Ce lo insegnano gli stessi poveri che non tengono stretti a sé le cose che ricevono in dono per sussistere, ma che più volte ho visto condividere con il “vicino di cartone”.

Ce lo insegna Papa Francesco che non lascia ad altri la cura diretta degli “ultimi” invece in mille modi si fa sempre loro compagno. La povertà e la miseria non vivono solamente per strada o sotto i portici, spesso hanno un tetto, una casa, dei vicini, un condominio, un quartiere. Sono accanto a me, a te e noi e permettiamo che esistano, si diffondano, provochino del male; magari ogni tanto sentiamo la puzza, ci lamentiamo, ci indigniamo, magari più per stare meglio noi che per il bene di chi vive il vero disagio.

Che fare ancora? Riscoprire il valore dell’antico vicinato, delle relazioni che vadano oltre il “buongiorno e buonasera”, della telefonata a chi non si vede in giro da un po’, dell’abbraccio nel momento del dolore, della gioia per le belle notizie, del riunire in casa a turno i figli, del consiglio utile da dare, dell’aggiungere un posto a tavola, forse potrebbe essere una via vincente.

Sono forme di solidarietà che diffondono il bene e fanno stare bene, trasformando l’abbandono in accoglienza, la solitudine in compagnia, i limiti in risorse.

Ma c’è di più, quasi una provocazione che viene dalle parole del Prof. Raffaele Mantegazza dell’Università di Milano: «Non possiamo dimenticare che se noi possiamo gustarci una tela di Monet o un risotto al profumo dell’orto è perché da qualche parte del mondo qualcuno sta morendo (…). Il risultato di questa consapevolezza però non può essere uno sterile senso di colpa ma deve essere un’opera concreta di condivisione (…). La bellezza privatizzata è una bellezza assassinata: il bello in tutte le sue forme richiede spazi di condivisione».

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