Di Marco Pappalardo

Il nostro vantaggio è che sappiamo il finale della storia, cioè che dopo la morte c’è la resurrezione!

Di fatto è come conoscere prima con certezza il risultato di un evento sportivo e poter scommettere tutto con la sicurezza della vittoria. Se nel campo delle scommesse non è per niente corretto, eppure chi non punterebbe l’intero patrimonio? E nel campo della fede invece? Che cosa ci limita dal mettere ogni cosa sul piatto?

Il Vangelo della passione e le pagine che precedono, quelle in cui Gesù “spoilera” ai discepoli il finale in tutti i modi senza che essi comprendano, ci racconta di uomini spiazzati ed increduli, sulle difensive e preoccupati, in cammino ma facendo passi indietro, traditori e piangenti. Chi potrebbe biasimarli? In più occasioni fanno persino tenerezza, come quando si addormentano più volte nell’orto degli ulivi nonostante Gesù gli abbia fatto una raccomandazione precisa. Dividono il pane e il vino con lui, fanno di tutto per stare alla sua destra e alla sua sinistra, eppure nel momento culminante troviamo solamente Pietro che assiste a distanza amaramente e Giovanni sotto la croce insieme alle donne; è c’è anche Giuda paradossalmente, vicino e lontano allo stesso tempo, innalzatosi e morto anch’esso! Di quest’ultimo non possiamo sapere altro, di Pietro e di Giovanni sappiamo che andranno correndo verso il sepolcro dopo l’annunzio di Maria di Magdala; corrono a velocità diverse, sicuramente per l’età e il vigore delle gambe, ma diversi sono sin dall’inizio per il tradimento del primo e la fedeltà del secondo, tanto che quest’ultimo verrà chiamato ormai “il discepolo che Gesù amava”.

Le parti si invertono davanti al sepolcro: chi arriva per primo, pur amando, si ferma forse per il timore giovanile, mentre chi giunge dopo, pur avendo tradito, passa avanti forse per cercare una consolazione al canto del gallo. “Vedono e credono” tuttavia ritornano a casa! Insomma, hanno capito o no? Ancora dubbi sul finale più volte annunciato? In fondo ci consolano questi atteggiamenti dei discepoli, poiché se proprio loro hanno perso di vista il senso della storia pur standoci dentro, figuriamoci noi.

Sì, noi che rischiamo ancora oggi di vivere il triduo pasquale come se nulla fosse accaduto, abbiamo bisogno di trovarci in Pietro e Giovanni, di rispecchiarci nei loro limiti.

Ciò però non può essere un’autogiustificazione, una via facile per l’accidia! La resurrezione di Cristo e la salvezza che ne deriva non sono una storiella tramandata, bensì fatti ed eventi, memoria e memoriale, “già e non ancora”

La liturgia e la vita sono il banco di prova nell’oggi, sono il sepolcro da raggiungere di corsa e l’ingresso da oltrepassare, ma anche il tornare indietro di Maria di Magdala per annunziare con la vita il più bel finale di ogni storia, di tutte quelle mai narrate prima e in futuro. Per questo nella lavanda di piedi del Giovedì Santo c’è quel chinarsi necessario per servire la solitudine, la debolezza, la malattia, le povertà, i piccoli, la pace; per questo nell’adorazione della Croce del Venerdì Santo ci sono il bacio e la carezza ad ogni crocifisso del nostro tempo, parente, amico, collega, compagno, vicino, migrante, senza dimora, schiavo; per questo c’è il silenzio del Sabato Santo, per uscire dall’egoismo assordante e per ascoltare il sussurro sofferente del creato; per questo c’è la Pasqua, ogni Domenica, dunque ogni settimana, perché ne abbiamo bisogno e ci indica il bisogno del prossimo “qui ed ora”!

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