Il verbo “zachar”, che significa “fare memoria”, ricorre nell’Antico Testamento 222 volte.

Quella del popolo ebraico è una tradizione che insiste sul ricordo, di generazione in generazione. Intorno al 27 gennaio capita di rileggere almeno la poesia di Primo Levi che apre il libro Se questo è un uomo, e qui si capisce subito che la memoria è un obbligo: la testimonianza dell’orrore del campo diventa per il sopravvissuto l’unico mezzo per non soccombere, un impulso immediato che viene subito dopo il ritorno a casa, subito dopo il bisogno di mangiare.

Quello che mi colpisce delle opere di Primo Levi è l’umanità variegata che viene descritta, una gamma di persone che procede dalla muta rassegnazione e sconfitta perché ogni recupero è ritenuto ormai impossibile, fino all’ostinata determinazione di quelli che vanno avanti e non si arrendono. E ancora, quelli che vengono eliminati da un progetto diabolico di annientamento psicofisico, e quelli che come Levi vedono l’alba del 27 gennaio e prendono la strada verso casa.

Ci sono i “sommersi” e ci sono i “salvati”. Questo secondo la nostra logica umana. La logica dei fatti storici.

Ma Levi, da “salvato”, vive la “tragedia” della memoria. Il veleno di Auschwitz porta incubi, Levi sognerà tutta la vita di essere ancora nel Lager che, scrive in un commento, è “dilatato a una spiegazione universale, diventa simbolo della condizione umana stessa e si identifica con la morte”. Sempre sentirà rimbombare nella sua testa il comando del risveglio, “Wstawac!”, una voce che “comanda la morte, ed è sommessa perché la morte è iscritta nella vita, è implicita nel destino umano, inevitabile”. 

Un ricordo così potente che lo porterà al suicidio. Da salvato, a sommerso.

Forse non è la memoria che ci salva. 

Penso ai sommersi della storia, quelli che non hanno avuto voce per raccontarcelo. Fra questi, Etty Hillesum, che ad Auschwitz scrive:

“La miseria che c’è qui è veramente terribile – eppure, la sera tardi, quando il giorno si è inabissato dietro di noi, mi capita spesso di camminare di buon passo lungo il filo spinato, e allora dal mio cuore si innalza sempre una voce,e questa voce dice: la vita è una cosa splendida e grande, più tardi dovremo costruire un mondo completamente nuovo. A ogni nuovo crimine o orrore dovremo opporre un frammento di amore e di bontà che bisognerà conquistare in noi stessi. Possiamo soffrire ma non dobbiamo soccombere “.

E poi, Massimiliano Kolbe, francescano polacco innamorato di Maria Immacolata, martire ad Auschwitz. Ricordandolo, nel 2009 Benedetto XVI ha parlato di un “umanesimo cristiano”, così profondamente diverso dall’umanesimo ateo:

Da una parte ci sono filosofie e ideologie, che esaltano la libertà quale unico principio dell’uomo, in alternativa a Dio, e in tal modo trasformano l’uomo in un dio, che fa dell’arbitrarietà il proprio sistema di comportamento. Dall’altra abbiamo i santi, che, praticando il Vangelo della carità, rendono ragione della loro speranza; essi mostrano il vero volto di Dio, che è Amore, e, allo stesso tempo, il volto autentico dell’uomo, creato a immagine e somiglianza divina.”

Padre Kolbe è un “sommerso” solo sulla carta, ma “salvato” da un Amore così grande da dare il coraggio di vivere la fede e la carità perfino nel luogo più infernale che l’uomo riesca a immaginare. 

Ci dev’essere qualcosa molto più potente della forza umana, molto più forte della determinazione e del coraggio di un uomo, perché un frate polacco porti il nome di Cristo tra i suoi compagni di prigionia, offrendo la propria vita per salvare quella di un padre di famiglia e morendo perdonando i suoi uccisori.

Ci dev’essere qualcosa di molto più resistente dei nostri ragionamenti di rassegnazione se ogni giorno decidiamo di fare un passo verso la Verità per cercare di proteggere anche solo una vita umana, difendere anche solo uno di quei piccoli.

Ecco cosa supera la memoria: la testimonianza di una carità tutta cristiana che ama “sino alla fine” e non tiene conto del male ricevuto, ma lo combatte con il bene. Ecco cosa salva: la carità. Non basta ricordare il male perché non venga più commesso, occorre invece continuare a dire, come Padre Kolbe, che “solo l’Amore crea”.

C’è solo un Amore che va oltre le nostre logiche, passa per una croce ma non vi soccombe.

Solo l’Amore vince la morte, solo la carità è la risposta alla sofferenza che sperimentiamo e alle ingiustizie che feriscono il mondo.
Solo l’Amore scende negli abissi della nostra morte e li riempie di luce.
Solo l’Amore crea là dove noi vediamo solo morte e devastazione.
Solo l’Amore salva la nostra vita, definitamente.

Che questa giornata della memoria ci aiuti a ricordare ogni giorno che, se lo vogliamo, possiamo davvero vivere da “salvati”.

di Sara Manzardo (corxiii.org)

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