Martirio di Aden: non è che con la smania di lamentarci perché nessuno tratta i nostri morti come meriterebbero, finiamo per non vederne neppure noi il senso più profondo?

Ok l’abbiamo notato tutti: la notizia del martirio delle quattro suore di Madre Teresa uccise  nello Yemen è stata gnorata dai media laici. E chi ne ha parlato lo ha fatto solo in seguito alla dura denuncia pronunciata dal Papa. Lo dico perché sono rimasto perplesso nel vedermela spuntare a destra e a sinistra sui social network con toni lontani dallo spirito e dalla lettera della vita donata senza riserve dalle Missionarie della Carità. Avevamo così fretta di avere il loro santino digitale che è stata persino fatto girare una foto di quattro religiose che in realtà non erano quelle uccise ad Aden.

Chi sono dunque i morti di Aden ?

Nella foga media si sono dimenticati che le vittime di Aden non erano quattro ma sedici. Da quanto raccontato dal Vicariato Apostolico dell’Arabia meridionale sappiamo che almeno cinque erano etiopi. Un giornale indiano parla anche di volontari. Di certo sono persone che sono morte insieme alle Missionarie della Carità e questa non è una sorpresa. Chi ha visitato le loro case lo sa: il loro modo di vivere la misericordia è un seme che non rimane mai solo. È una forza che contagia.
E così è stato anche nel loro martirio.

Martiri si è detto, ma non ricorderemo mai abbastanza che la parola martirio non significa morte ma testimonianza.

Ecco un commento dalla voce della madre provinciale per l’Italia delle Missionarie della Carità, in un’intervista realizzata per Radio Vaticana.

«Stiamo vivendo nel silenzio, nella preghiera, nell’ascolto della Parola di Dio e della sua volontà, nella sofferenza ma anche nella speranza che tutto questo sia un seme per una vita nuova, per un nuovo inizio».  «Madre Teresa diceva che l’indifferenza è il più grande male che affligge l’umanità. L’indifferenza ci fa morire dentro. Il cuore non risponde. La misericordia, invece, rende vivo il cuore.
All’attacco, alla violenza, all’aggressività si può solo rispondere con il cuore.
Il che significa perdonare».

Questo è il senso vero del martirio di Aden.

Questa è la notizia che i media laici non riescono a dare; ed è del tutto normale che sia così, perché non la sanno vedere. Ma non è che con la smania di lamentarci perché nessuno tratta i nostri morti come meriterebbero, finiamo per non vederla neppure noi? Non è che stiamo diventando altrettanto ciechi?

Quelli dello Yemen sono i martiri dei nuovi cristiani della Penisola Arabica. Suore asiatiche e africane, non a caso. Asiatiche e africane come le centinaia di migliaia di lavoratori migranti cristiani che vivono oggi in Paesi come gli Emirati Arabi Uniti, l’Arabia Saudita, l’Oman, il Bahrein, lo stesso Yemen prima di questa guerra sanguinosa.

Sono i martiri di un cristianesimo nuovo, quello del ritorno alle origini: debole, precario, indifeso, ma forte dell’abbraccio della misericordia.

Le Missionarie della Carità saranno sepolte in terra d’Arabia, come le tre consorelle già uccise qui nel 1998. Là dov’è così difficile costruire una chiesa o vivere pubblicamente la propria fede, oggi ci sono delle tombe che parlano. E noi lo sappiamo: il chicco di grano caduto in terra, dopo che muore porta frutto.

Liberamente tratto da un testo di Giorgio Bernardelli, in vinonuovo.it

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