Alla luce del Maestro

Quando avevo programmato questo itinerario di approfondimento sull’esortazione Gaudete et Exsultate di Papa Francesco, non mi sarei mai aspettato che ci sarebbe stato il grande clamore mediatico e giudiziario per il piccolo Alfie Evans, né che l’epilogo sarebbe stato così tragico e glorioso nello stesso tempo. Perciò, ho rimesso mano all’articolo per rileggere il dramma dell’Inghilterra, che vede salire un piccolo martire nella schiera dei beati.

Il terzo capitolo dell’Esortazione ripercorre le Beatitudini, definite “la carta di identità del cristiano”; perché la santità non si riduca a un cumulo di belle parole, prive di concretezza, il Papa ci richiama a tornare all’originalità controcorrente dell’insegnamento del Cristo, a ribaltare la nostra logica utilitarista ed egoista e a iniziare a sperimentare la gioia del dono di sé.

Se vogliamo vedere come si sia reso attuale l’insegnamento, basta far riferimento alla vicenda del piccolo bambino Alfie, affetto da una patologia neurodegenerativa non diagnosticata, al centro di una lunga battaglia legale tra i suoi coraggiosi genitori e i medici dell’Alder Hey Hospital.
Secondo l’ospedale e i giudici, la vita di Alfie non era “utile”, perché – cito il giudice della Corte d’Appello Lady Justice King – “tutto quello che potrebbe fargli apprezzare la vita, anche il semplice tocco di sua madre, è stato distrutto irrevocabilmente”. L’esistenza di Alfie non rispettava i canoni della tendenza attuale a monetizzare anche gli affetti: poiché, secondo l’unilaterale visione di chi ha voluto interrompere i supporti salvavita, la vita è relativa, ogni volta che non siano rispettati quei parametri socialmente accettati, è meglio “farla finita”.

Il problema che la fine non è andata come previsto: il bambino ha resistito ben cinque giorni dopo il distacco dei supporti vitali, dimostrando a tutti che i calcoli umani sono estremamente approssimativi e fallibili.

Ora, tralasciando le obiezioni di chi giustamente sostiene che la vita non dipende da noi, che nessuno può arrogarsi la decisione sull’esistenza di un individuo, che Alfie era cittadino italiano, per il quale erano previste concrete possibilità di cura presso l’Ospedale “Bambino Gesù”, e che la mobilitazione internazionale doveva pur essere ascoltata, bisogna rendersi conto che siamo una società che ha paura. Senza in alcun modo voler giustificare l’orrenda scelta dei medici e dei giudici, che hanno agito come tanti Erode e Pilato, è evidente che chi ha avuto paura sono stati proprio gli assassini.

Paura di cosa?

Paura di mettere in crisi le certezze su cui hanno fondato la propria infelice esistenza. Di fronte alla sofferenza e, soprattutto, al grido di chi rivendica dignità alla vita sofferente, l’edonismo e la smania di potere crollano. Alfie, proprio per la sua condizione, era un dito puntato contro la società dell’apparenza, dello scarto, della corsa sfrenata per raggiungere la propria soddisfazione a costo di calpestare gli altri. Alfie era solo e soltanto un uomo, mentre i giudici e i medici erano fantocci, brutte copie di umanità!

Il nostro essere cristiani, alla sequela del Maestro, però, ci chiama ad amare anche costoro: se siamo stati beati perché abbiamo pianto con i genitori di Alfie; se siamo stati beati perché abbiamo avuto fame e sete di giustizia; se siamo stati beati perché perseguitati, ora saremo veramente beati perché misericordiosi.

Certe espressioni di ira, di sdegno, di minaccia sui social non sono conformi al nostro essere cristiani: ora siamo chiamati ad operare la pace e la verità, a batterci con mitezza e fermezza perché sia tutelata la vita dal concepimento alla naturale fine.

Ricordiamo che Pietro, quando, nel Getsemani, ha ferito il servo del Sommo Sacerdote per difendere Gesù, è stato aspramente rimproverato dallo stesso Maestro.

Non può essere vendetta a guidarci, ma la testimonianza apostolica.

Che la schiera dei martiri, ora festante per il “nuovo arrivato”, ci sostenga con la preghiera perché possiamo essere animati dalla fermezza evangelica e dallo spirito di Verità e Carità.

 

Andrea Miccichè

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