Nella notte fra il 2 e il 3 dicembre si è spento a Lima, in Perù, don Ugo De Censi, sacerdote salesiano, fondatore e guida dell’Operazione Mato Grosso. Nato in Valtellina nel 1924, avrebbe compiuto 95 anni il prossimo 26 gennaio.

L’Ispettore del Perù, don Manolo Cayo, alle sue esequie riassume così le “lezioni” che ci ha lasciato:

Non possiamo essere più grati e, allo stesso tempo, rattristati dalla partenza di don Ugo De Censi, che ci lascia un po’ orfani. Ma sappiamo che è nell’Oratorio del Cielo, accanto a Don Bosco, illuminato dal volto luminoso di quel Dio che tanto desiderava e che ora potrà vedere faccia a faccia.

Solo Dio!

Quando nel 1868 Don Bosco inviò Don Michele Rua come primo Direttore di una casa, gli diede una lettera con una serie di consigli. Il primo consiglio era “Nulla ti turbi”. È l’inizio di una bella preghiera di santa Teresa d’Avila, che si conclude con la frase “Solo Dio basta”. E questa è proprio la prima e più luminosa delle lezioni che don Ugo ci lascia: Solo Dio! Quante volte l’abbiamo sentito ripetere quel motto ispiratore! … “Non dimenticare: solo Dio!”. È stato il suo testamento. La grande opera della sua vita è stata proprio quella che è nata da questo grande desiderio. Credo che sia stato così fecondo nelle sue iniziative e proposte, perché ha vissuto pienamente radicato nel vero fondamento di tutto: un Dio paziente e tenero che, quando ci seduce e ci fa innamorare di Lui, scopriamo vivo e presente nella natura, nei giovani, nei più poveri, nei più piccoli.

Amore per Don Bosco l’oratorio

Una seconda lezione viene dal suo amore per Don Bosco e per l’oratorio. In uno dei tanti servizi giornalistici che gli dedicarono ebbe a dire: “Tu mi parli di Don Bosco e io apro gli occhi, sorrido… Perché è mio padre! Seguire Don Bosco è seguire i giovani, è andare dove vanno i giovani”. Tutto questo si tradusse in una costante passione oratoriana. L’allora arcivescovo di Milano, mons. Giovanni Battista Montini (ora san Paolo VI), lanciò la sfida ai salesiani di lavorare nel carcere minorile di Arese. “Gli anni di Arese – raccontava don Ugo – sono stati duri, impegnativi e belli, una vera scuola dello spirito oratoriano, dove ho scoperto ancora di più tutte le sue possibilità e ricchezze”. Per oltre 20 anni rimase attivo lì, facendo parte di un’esperienza comunitaria di inserimento nella più sfidante realtà giovanile, richiamando molti laici e sempre in uno stile pienamente salesiano.

Capacità di attrazione  

L’origine e lo sviluppo dell’Operazione Mato Grosso rivela la sua terza lezione, che è la sua capacità di convocare, di lavorare fianco a fianco con i laici, di generare un’esperienza di comunione e di servizio gratuito e generoso, richiamando molti giovani in un progetto missionario-oratoriano. Egli seppe coordinare senza imporre, accompagnare senza manipolare, offrire a ciascuno la possibilità di dare il proprio contributo in un progetto globale e al servizio degli ultimi, a partire da ambiti e provenienze diversi. Così è stato possibile che questo progetto si ampliasse e arrivasse fino in Bolivia, Ecuador e Perù.

Lasciarsi sempre interpellare dal grido dei più poveri

Quasi dieci anni dopo l’inizio di questa esperienza, nel 1976, don Ugo ebbe bisogno di un po’ di riposo, un luogo dove poter vivere la sua opera pastorale in mezzo ai più poveri. È così che giunse a Chacas, in Perù. Pensava di poter passare qualche anno tranquillo, ritirato ormai, in mezzo alle sue amate montagne. Ma quando arrivò, colpito dalla povertà e dalla dimenticanza di cui era vittima quella gente, il suo cuore reagì ancora una volta con una compassione attiva e intraprendente.

E in quella periferia l’Operazione Mato Grosso preso un altro impulso in nuovi spazi e progetti: nacquero gli Artesanos de Don Bosco con le loro botteghe e scuole d’arte, l’Oratorio delle Ande, la Cooperativa Don Bosco, gli Istituti Tecnologici e Pedagogici Don Bosco, il Laboratorio e la Cooperativa “Maria Auxiliadora”, l’Ospedale “Mama Ashu”, l’Istituto Infermieristico e la Casa di accoglienza per pazienti, i rifugi per i giovani, i rifugi di montagna, gli eremi e le case di ritiro, le opere di forestazione, le centrali idroelettriche, la costruzione di un gran numero di case per i più poveri, il restauro e la costruzione di chiese… e l’elenco potrebbe continuare.

Confidava sempre in tante persone di buona volontà e nella presenza del Signore che non lo abbandonava mai. Quest’ultima certezza la espressa in uno dei suoi canti, che abbiamo intonato anche oggi: “Mentre contemplo le Ande, mi chiedo: da dove viene? Chi mi aiuterà? … L’aiuto verrà, confida nel tuo Signore, confida in Lui”.

Sapeva come trasformare le difficoltà in vere e proprie sfide. Al termine degli studi teologici dovette rinviare di tre anni la sua ordinazione sacerdotale a causa di una grave malattia che lo obbligò a stare a letto, in un prolungato riposo assoluto. Tutto questo, che avrebbe potuto significare l’inizio della fine, divenne l’inizio di tutto. Quell’esperienza di limite, di inutilità, invece di abbatterlo, lo aprì ad una grande fiducia: non nelle proprie forze, ma in quelle di Dio: Solo Dio!

Caro don Ugo, dal Santuario di “Mamá Auxiliadora” a Lima – che i tuoi figli hanno abbellito così bene – inizia ora un pellegrinaggio alla casa di “Mamá Ashu” (come viene chiamata la Madonna a Chacas, NdR), dove verrai sepolto…

E da Chacas, continuerai ad invitarci a confidare, a rischiare e a vivere spinti dal cuore devoto, folle e creativo del buon pastore, nello stile salesiano.

Fonte: infoans

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