Di Marco Pappalardo

 

«Onorerò il Natale nel mio cuore e cercherò di tenerlo con me tutto l’anno».

Questa frase dello scrittore Charles Dickens, postata su un social da Elisa, una carissima amica, mi fa pensare che questa festa, per la quale tanto ci prepariamo in vari modi, va celebrata altrettanto dopo il 25 dicembre; pur trovandosi alla fine dell’anno, in realtà ne deve segnare l’inizio!

Dal punto di vista ecclesiale si chiama, infatti, “Tempo di Natale”, proprio per indicare un percorso che inizia con il ricordo della nascita di Gesù e proietta in un nuovo anno che non è tale solo cronologicamente, ma soprattutto per l’opportunità che il “Natale nel cuore” ci dà.
Ciò che scalda, emana calore, quindi un cuore natalizio, oltre a “tenere con sé” il bello dell’evento, non può non condividerne la bellezza e la bontà quotidianamente. Facile a dirsi, ma quale calore e quale evento in una società frettolosa e consumista?

Ci aiuta il poeta Umberto Saba:

«La notte è scesa e brilla la cometa che ha segnato il cammino.
Sono davanti a Te, Santo Bambino!
Tu, Re dell’universo, ci hai insegnato
che tutte le creature sono uguali,
che le distingue solo la bontà,
tesoro immenso, dato al povero e al ricco.
Gesù, fa’ ch’io sia buono,
che in cuore non abbia che dolcezza.
Fa’ che il tuo dono s’accresca in me ogni giorno e intorno lo diffonda, nel Tuo nome».

Qualcuno potrà dire che questa è poesia e che la realtà è tutta un’altra storia; è vero, è Poesia con la “P” maiuscola, quella che alla realtà dà un senso ed una prospettiva d’infinito necessari per comprendere il “Natale quotidiano”.

A proposito il filosofo Giovanni Reale ha scritto dell’autore Camus sulla nascita del Cristo:

«Camus diceva che Cristo è venuto a questo mondo per affrontare due problemi che la filosofia non risolverà mai.
Primo: perché soffro? E secondo: perché nasco con appeso al collo il cartello “condannato a morte”?… Gesù li ha presi su di sé, quindi li ha sacralizzati».

Non c’è forse dentro il mistero della vita e della morte con tutta l’umanità possibile?

Spesso il Natale viene raccontato, anche dai cristiani, come una storiella, salvo poi riempirsi – e proprio in questi giorni che dovrebbero essere di festa – di tragedie e sofferenze piccole o grandi, familiari e universali. Così diviene incomprensibile il vero significato e perché viverlo ogni giorno, visto che con le nostre felicità e le nostre tragedie sembra proprio non c’entrare.

Ci può aiutare allora lo scrittore e poeta Charles Péguy:

«Gesù non è venuto per dirci delle cose semplici. Gesù non ci ha affidato delle parole morte da conservare nell’olio rancido, come le mummie d’Egitto…
Ci ha dato delle parole vive, di vita. La morale è stata inventata dai deboli. Ma la vita cristiana è stata inventata da Gesù Cristo.
Gesù ha creato per noi il modello perfetto dell’obbedienza filiale e della sottomissione, nel medesimo tempo che creava per noi il modello perfetto del lavoro manuale e della pazienza. L’obbedienza, la sottomissione quotidiana di Gesù a Giuseppe e a Maria non erano che l’annuncio, la raffigurazione, l’anticipo della tremenda obbedienza e sottomissione del Giovedì Santo. L’incarnazione: ecco l’unica storia interessante che sia mai accaduta».

Tornando al post di Elisa e alla parole iniziali di Dickens, Natale  è tutta una questione di carne e sangue, cioè di cuore, e di chi si pone in ascolto di sé e dell’altro oppure no, come scrive il poeta Quasimodo:

«Pace nel cuore di Cristo in eterno;
ma non v’è pace nel cuore dell’uomo.
Anche con Cristo e sono venti secoli
il fratello si scaglia sul fratello.
Ma c’è chi ascolta il pianto del bambino
che morirà poi in croce fra due ladri?».

 

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