Natanaele, uomo in cerca di…

Inizia un nuovo cammino con i lettori, il cui titolo richiama l’episodio della vocazione dell’apostolo Natanaele.

Come riporta l’evangelista Giovanni, dopo che Filippo ha incontrato il Cristo, corre a portare l’annunzio all’amico e, per tutta risposta, riceve un secco rifiuto – “Da Nazareth può mai venire qualcosa di buono?” – ma, grazie all’insistenza dell’amico, anche Natanaele potrà parlare con il Signore, che dirà di averlo visto mentre si trovava sotto un fico.

Parole misteriose per l’uomo contemporaneo, forse inquietanti, ma per il lettore del tempo, abituato alla simbologia rabbinica, era un messaggio chiaro: trovarsi sotto l’albero di fico voleva dire scrutare la Parola di Dio e sperimentare la pace messianica. Natanaele è l’icona dell’uomo che aspetta una risposta, che nella Sacra Scrittura trova la via e, nell’incontro con Cristo, raggiunge la meta.

Ciascuno di noi può essere questo apostolo, ciascuno di noi aspetta con ansia la Verità e la cerca; la Chiesa, però, ha la via sicura, anzi due vie che si compenetrano: la Parola di Dio e la Tradizione, cioè la trasmissione del patrimonio di fede, che si accresce sempre con l’aiuto dello Spirito Santo. I primi collaboratori dell’opera dello Spirito furono i vescovi che succedettero agli apostoli nella guida delle comunità cristiane, appunto i Padri della Chiesa.

Non analizzerò le singole figure dei Padri, né seguirò un criterio cronologico; offrirò un percorso di frammenti, delle pietre miliari che, come un navigatore, conducano a Cristo; dopo una meditazione, ci sarà una pista di domande che stimolino la risposta personale, una possibilità di far risuonare nel proprio cuore le stesse parole di Natanaele: “Rabbì, tu sei il Figlio di Dio, tu sei il re d’Israele!”.

La fine dell’anno liturgico e l’Avvento – sia ambrosiano che romano – saranno l’occasione di un ritorno alle origini della nostra fede, perché, come la Vergine, anche noi possiamo essere fecondati dall’annuncio del Salvatore.

La preghiera del cuore

“Il Signore Gesù ti ha fatto conoscere in modo divino la bontà del Padre che sa concedere cose buone, perché anche tu chieda a lui, che è buono, ciò che è buono. Ha raccomandato di pregare intensamente e frequentemente, non perché la nostra preghiera si prolunghi fino al tedio, ma piuttosto ritorni a scadenze brevi e regolari. Infatti la preghiera troppo prolissa spesso diventa meccanica e d’altra parte l’eccessivo distanziamento porta alla negligenza.”

(Sant’Ambrogio, trattato “Caino e Abele”)

Il nostro cuore è inquieto finché non riposa in Dio, così scriveva Sant’Agostino, eppure ci accostiamo alla preghiera con un senso di paura, come ultima sponda nelle situazioni di pericolo: più che trovare pace, l’orazione è divenuta o l’incombenza quotidiana, il cartellino da timbrare per essere “buoni cristiani”, o il disperato grido di aiuto.

Sant’Ambrogio, invece, antepone all’orazione la conoscenza della bontà del Padre.

Se non si è pienamente consapevoli che è Dio a guidare, con la Sua Provvidenza, la nostra vita, secondo un progetto d’Amore, la preghiera cade nella meccanica ripetizione di formule e nella presentazione di una “lista di cose da fare”. Dio non è un ufficio per il disbrigo delle pratiche: non gli si possono presentare istanze in attesa di una risposta; Dio è Volontà d’Amore.

Cristo ci ha insegnato nel giardino del Getsemani che, davanti alla paura della morte cruenta, la risposta non era fuggire o punire il traditore e manifestarsi come il Messia-guerriero, bensì affidarsi al Padre e portare a compimento la missione di salvezza.

È in questa prospettiva che la preghiera diventa la palestra quotidiana per acquisire resistenza contro le tentazioni e “sprint” nella carità.

È una disciplina che non tollera né l’eccesso né il difetto: la qualità non si misura da quante ore di orazione mentale si compiono, né dalla lunghezza dei discorsi. Sant’Ambrogio parla di due caratteristiche basilari: l’intensità e la frequenza.

La prima è una qualità direttamente proporzionale al rapporto con il Signore; maggiore è la consonanza tra volontà di Dio e affidamento nostro a Lui, maggiore è la forza dell’orazione.

La seconda è l’aspetto dinamico della giusta dose di preghiera: San Paolo esortava a pregare sempre, senza stancarsi mai. Può sembrare impossibile, ma una similitudine ci aiuta.

Pensiamo ai muscoli, se li teniamo in tensione per troppo tempo proviamo dolore e affaticamento; tuttavia, ciò non accade al cuore: esso, al di là della particolare struttura, effettua un movimento pulsante: batte sempre, ma secondo fasi diverse. Così la preghiera ha un momento di contrazione (il grido d’aiuto) e uno di dilatazione (la risposta di Dio che riempie di gioia il nostro essere). È possibile che non vi sia un rapporto di stretta consequenzialità tra l’uno e l’altro momento, ma ciò è irrilevante, perché siamo supportati dalla Grazia che ci permette di sperare contro ogni speranza.

E, nell’orazione frequente, troveremo la forza per amare il prossimo: sempre Sant’Ambrogio scrive che, come cristiani, veniamo inseriti in una comunità, che trova fondamento in una comunione spirituale tra tutti. Come potremo escludere qualcuno dal nostro ricordo davanti a Dio? Al contrario, impareremo a rendere sempre più inclusiva l’invocazione, mettendo ai margini le nostre necessità e intercedendo per gli altri. Vivremo così la totalità, il senso di compiutezza che ci può appartenere solo nella misura in cui saremo configurati alla missione di Cristo, sacerdote eterno presso il Padre.

Pregare col cuore vuol dire orientare la propria vita secondo un ritmo: privilegio il momento di ascolto della Parola o quello dell’invocazione? Sono capace di fare silenzio nell’orazione?

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