Di don Stefano Borri

Festa di don Bosco: festa di storia e di memoria.

Quella di don Bosco è la storia dell’oratorio, del nostro oratorio, di quell’oratorio che tutti, gli adulti, gli anziani si portano nel cuore come un ricordo giovane, fresco, una memoria che sa di spensieratezza, sa di sogni, sa di libertà. In questa storia bellissima ci siamo dentro tutti: storia di un secolo giovane, storia di amore speso e dato per chi è più piccolo tra noi; storia di grandi santi con noi, generazioni di giovani educatori che hanno amato con il cuore, come don Bosco ci ha insegnato, che con la vita hanno svelato l’Amore più grande che c’è.

Festa di don Bosco: festa del presente e della responsabilità.

Quella di don Bosco è la festa che ci fa crescere ancora una volta, che ci educa, ci richiama, ci sferza alla consapevolezza che nella vita non si cresce se non ci si impegna sempre più e che non c’è libertà vera se non sei responsabile. È la festa del presente. Il presente che non sempre fa eccellere gli adulti nelle responsabilità verso i più piccoli, che non sempre può contare su uomini e donne che mantengono ciò che promettono, di grandi che vogliono che i figli ascoltino tutto ciò che dicono ma, spesso, è meglio che non mostrino ai figli tutto ciò che fanno.

Il presente di giovani che guardano al futuro preparato dalle generazioni che li hanno preceduti con una certa apprensione, una buona dose di domanda e di paura, una significativa percentuale di insicurezza.

Il presente che offre un sacco di alternative per riempire il vuoto che adulti e giovani sentono nella società che ha escluso Dio dal proprio orizzonte; il presente pieno di gioie effimere e ben poco durature; il presente fragile che non sa indicare il senso del sacrificarsi, del soffrire, del morire.

È un presente da amare ed è tanto più da amare quanto meno si presenta amabile. È un presente a cui don Bosco guarderebbe ancora con infinita tenerezza perché vedrebbe i figli del presente come una terra deserta, arida e assetata.

Un presente a cui don Bosco non farebbe mancare una pioggia di acqua ristoratrice quale è la Parola di Dio; un presente a cui don Bosco non chiuderebbe le porte in faccia perché troppo rumoroso come i bambini piccoli durante la Messa ma un presente verso il quale don Bosco correrebbe, uscirebbe, magari lasciando cadere qualche ancorata sicurezza per correre il rischio dell’amore, della comprensione, del dialogo. È un presente dei cui pochi, magari, e fragili e precari frutti don Bosco godrebbe un mondo perché sarebbero frutti così rari, così preziosi.

Festa di don Bosco: festa del futuro e del sogno.

Quella di don Bosco è la festa che ci fa chiudere nel cassetto tutto il cinismo che noi travestiamo di realismo e ci fa spalancare al futuro con speranza. È la festa di chi non vuole invecchiare, di chi non riesce ad invecchiare perché il suo cuore non si chiude nelle meschine trappole dell’io egoista, deresponsabilizzato, ancorato ai suoi rigidi agganci di sicurezza. È la festa di chi conserva un cuore di fanciullo, puro e limpido come sorgente, un cuore semplice, che non assapora la tristezza; un cuore grande nel donarsi e tenero nella compassione; un cuore fedele e generoso che non dimentica nessun beneficio e non serba rancore per alcun male; un cuore dolce e umile, un cuore grande ed indomabile che nessuna ingratitudine riesce a chiudere e nessuna indifferenza può stancare; un cuore tormentato dalla gloria di Gesù Cristo, ferito dal Suo amore con una piaga che non può rimarginarsi se non in Cielo.

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