Il volo del corvo timido

da | 10 Feb 2020 | Libri

di suor Graziella Curti, FMA

 

Nives Meroi è una delle più forti alpiniste donne del mondo. Nella sua carriera ha scalato tutti i quattordici ottomila della terra, sempre senza ossigeno né portatori di alta quota, con il suo compagno fisso di cordata, il marito Romano Benet.

Nella primavera del 2017, prima che il monsone investa l’Himalaya, sei alpinisti salgono verso gli 8091 metri dell’Annapurna (dea dell’abbondanza). Sono due italiani, Nives e suo marito, due Spagnoli e due Cileni. Ma i cinque uomini e la donna che salgono un passo dopo l’altro sui pendii di neve instabile, i muri di ghiaccio e i giganteschi crepacci dell’Annapurna sono accompagnati da un altro essere vivente. È un corvo, un “corvo timido” come lo definisce Nives Meroi nel suo libro.

Il corvo timido, nelle settimane successive, accompagna gli alpinisti verso l’alto, oltre i seimila metri. “Sfruttando le termiche si è alzato in quota seguendo il filo dei nostri passi e da lassù ora ci osserva girare e rigirare. Una rapida virata e scompare alla vista. Poi riappare” scrive Nives dopo uno di questi incontri. “Ehi! Tu che la conosci, mostraci la porta per entrare”.

Anche se la salita all’Annapurna è pericolosa e difficile, il volo del corvo, che sembra beffarsi degli umani e della loro fatica, tiene a bada i toni eroici che compaiono spesso nei libri di spedizione.

Quella di Nives è una scalata d’altri tempi, fatta di rispetto per la montagna e fiducia negli altri, a dimostrazione che in natura non esiste forza più formidabile dell’alleanza tra persone, della solidarietà e della collaborazione. Un atto di ribellione all’individualismo del nostro tempo. Quasi un’utopia che prende forma.

Il percorso di questo gruppo umano non è stato solo un inno alla bellezza dei paesaggi sconfinati, ma anche un itinerario di crescita e consapevolezza. Sotto il peso degli zaini il respiro è affannoso. L’anfiteatro di ghiaccio è frantumato in una ragnatela di crepacci, a scandire il suo lento e inesauribile fluire a valle. L’aria secca che non conosce odori, la luce accecante del sole allo zenith, il silenzio impassibile di un mondo libero e indifferente. Ma alla fine ce la faranno, stretti nell’alleanza e nel coraggio.

Di fronte alla foto ricordo della conquista della vetta, Nives commenta: “A guardarci così, stravaccati e abbracciati, più che la foto dopo la cima di un ottomila sembriamo il cast di un musical”.

Al centro della storia, però, c’è sempre il rapporto fortissimo tra un uomo e una donna che da vent’anni vanno a spasso sulle cime più alte del mondo.

Con quest’ultima perla abbiamo chiuso la nostra collana. Una collana di cime incastonate nel filo dei passi percorsi insieme. Nient’altro che impronte cancellate dal vento, è questo il nostro cammino. Ma quella traccia ci appartiene ed è unica perché nostra”.

“Le nostre due solitudini unite in coppia verso la cima. La nostra è una formazione nuova, una nuova sperimentazione; perché la nostra corda non si è sciolta a valle, alla fine delle scalate; noi siamo rimasti legati a casa come sulle cime, coi gesti di ogni giorno e i pesi e i compiti divisi”.

 Una scalata d’altri tempi, fatta di rispetto per la montagna e fiducia negli altri, a dimostrazione che in natura non esiste forza più formidabile dell’alleanza tra persone, della solidarietà e della collaborazione.

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