Marco Vergottini

Ed. PIEMME

Quale immagine si conserverà di me? Non pretendo che si conservi un ricordo particolare. Mi basta essere stato uno dei tanti che hanno servito il Signore, la Chiesa e l’umanità”.

Così rispondeva Carlo Maria Martini, sollecitato dalla domanda di un giornalista. E in questo libro, quale caleidoscopio di oltre cento ritratti, non è soltanto l’immagine pubblica ed esteriore a essere evocata, quanto il ricordo più intimo e privato di coloro che hanno conosciuto e apprezzato uno degli uomini di fede più amati del cattolicesimo e più ascoltati dal mondo laico. Le firme autorevoli, che chiosano i racconti intensi e toccanti di questa raccolta, portano alla luce un tratto del carattere, un insegnamento sapienziale, un episodio emblematico, offrendo uno schizzo inedito di uno dei più grandi protagonisti del Novecento italiano.

Riportiamo qui, a titolo di esempio, tratti del contributo di Vito Mancuso, uno dei 110 “ ricordi” di Martini presenti nel testo.

Non mi spaventano tanto le defezioni dalla Chiesa o il fatto che qualcuno abbandoni un incarico ecclesiastico. Mi angustiano, invece, le persone che non pensano, che sono in balìa degli eventi. Vorrei individui pensanti. Questo è l’importante. Soltanto allora si porrà la questione se siano credenti o non credenti”
(Conversazioni notturne a Gerusalemme, p. 64).

Ho scelto questa frase quale esergo dell’intervento perché il mio rapporto con Carlo Maria Martini è stato segnato principalmente da due elementi: il mio abbandono del sacerdozio e il mio pensiero teologico. Venni ordinato da lui nel Duomo di Milano il 7 giugno 1986, a settembre iniziai il ministero sacerdotale in una parrocchia cittadina, ma dopo neppure un anno mi recai in arcivescovado per dirgli la mia impossibilità di continuare a essere prete.

Ricordo il suo sguardo calmo e affettuoso, immagino lo stesso con cui per anni nella sua attività di critico testuale aveva analizzato i papiri e le pergamene dei codici neotestamentari: uno sguardo teso a far emergere da un lato la verità del frammento, senza nessuna tesi precostituita ma con il solo amore della verità filologica, e dall’altro desideroso di rendere presente l’attualità del contenuto per farlo risuonare nel cuore del lettore.

Anche le esistenze sono un testo da interpretare, anche per loro occorre mettere in atto un’ermeneutica che sappia coniugare la freddezza oggettiva dell’analisi formale con la passione calorosa per il contenuto. E proprio come un sapiente ermeneuta il mio vescovo in quella lontana sera d’estate leggeva la mia giovane esistenza in crisi cercando di capirla per servirne l’autenticità e farla rifiorire. Mi disse che a suo avviso ero stato ordinato troppo giovane (avevo 23 anni e sei mesi), che comunque per lui anche l’età canonica di 25 era prematura perché i presbiteri avrebbero dovuto essere ordinati come minimo a 33 anni, che avrei dovuto riprendere subito gli studi teologici che erano la mia vera vocazione e poi, in quel clima di discernimento, decidere con calma cosa fare della mia esistenza.
Concluse proponendomi di partire per Roma, destinazione Gregoriana, per conseguirvi il secondo grado accademico.

Dopo neppure una settimana però mi fece tornare in arcivescovado e mi disse che c’era la possibilità di andare a studiare a Napoli vivendo a casa di don Bruno Forte, allora giovane e brillante teologo diventato famoso per i suoi libri sulla cristologia e la dottrina trinitaria, cui la Cei aveva affidato la relazione teologica del Convegno ecclesiale nazionale di Loreto del 1985. “Che cosa preferisci, Roma o Napoli?”. “Eminenza, non lo so, Lei dove andrebbe, a Roma o a Napoli?”. “Io andrei a Napoli”. Nella città partenopea trascorsi due anni, dal 1987 al 1989, studiando intensamente anche il tedesco. Poi iniziai a lavorare in editoria.

Durante quegli anni lavorativi qualche volta avevo la sensazione di non avere più nulla a che fare con la teologia e la Chiesa, ma quando scrivevo a Martini lui rispondeva regolarmente e una volta mi mandò addirittura una cartolina da Gerusalemme. Ogni tanto poi andavo a trovarlo, anche se i colloqui erano fatti per lo più di poche parole imbarazzate con la sensazione di sottrargli del tempo prezioso, soprattutto quella volta che mi chiese a bruciapelo: “Che cos’è per te la giustizia?” e io non seppi fare di meglio che accatastare pensieri piccolo-borghesi che confondevano la giustizia con la legalità.
Tutto questo comunque mi era indispensabile per tenere a bada la sensazione di essere abbandonato…

Nella frase che ho riportato all’inizio, Martini afferma che prima viene il pensiero e solo dopo la fede. La fede cioè non è da intendersi come accettazione di un insieme di dottrine stabilite in tempi passati sempre più lontani, ma come una particolare disposizione del pensiero. Quale? Quella che porta la mente non solo e non tanto a voler capire l’esattezza del fenomeno (questo è il compito della ragione), ma a contribuire a farlo crescere dando il meglio di sé, una disposizione cioè che sa dire alle situazioni e alle persone “io credo in te”, “mi fido di te”, facendo tirar fuori a ognuno il meglio di sé, la fede, insomma, come lievito evangelico. Io posso dire, grazie a Martini, di averla sperimentata su di me.

Vito Mancuso

Print Friendly, PDF & Email