Apologia di Sting, il jazz, il folk

da | 9 Mar 2020 | Musica

Di Walter Muto

 

Sting sta antipatico a molti. Il mio personale pensiero? È troppo bravo.

 

Certamente Gordon Matthew Thomas Sumner non è un campione di simpatia. Certamente ha una grossa struttura di management e di marketing che lo sostiene, è uno degli artisti ‘di una certa età’ più presenti sui social. E poi non è che un cantante o una canzone debba per forza piacere a tutti, ci mancherebbe altro. Però tutto questo non può cancellare, oltre alla sua straordinaria carriera, il fatto che dentro alcune sue canzoni ci sia grande poesia e grande musica. E grande, antipatica maestria nel metterle insieme.

 

La sfolgorante carriera nei Police, il punk, il reggae ed anche una certa ripresa rock negli ultimi album ci potrebbero far dimenticare due grandi amori dell’artista: il folk ed il jazz. Senza dimenticare la musica classica e la musica per il teatro. Qua e là saltano fuori brani eseguiti o composti che ad intervalli più o meno regolari mostrano queste radici.

 

Per quanto riguarda il jazz, vogliamo parlare della scelta dei musicisti per il suo primo progetto solista The Dream Of The Blue Turtles (1985)? Non facciamola troppo lunga, poi se vorrete, cercherete voi altre notizie, ora i nomi: batteria, Omar Hakim; basso, Darryl Jones; sax tenore e soprano, Branford Marsalis; pianoforte e tastiere, il compianto Kenny Kirkland. E soffermandoci su quell’album, anche lasciando da parte le atmosfere jazzy di Consider Me Gone e l’ispirazione piuttosto palese allo standard Autumn Leaves nella pur bellissima Moon Over Bourbon Street, dobbiamo ricordare almeno le armonie modali e il clamoroso assolo di sax soprano della drammatica Children’s Crusade.

Un salto di dieci anni, e troviamo tre classici reinterpretati dal nostro nella colonna sonora di Leaving Las Vegas (fra parentesi, Nicolas Cage premio Oscar e svariati altri premi per lui e per la protagonista femminile Elisabeth Shue). Le tre canzoni sono Angel EyesMy One And Only Love e It’s A Lonesome Old Town , se volete cliccate ed ascoltate.

 

Concludiamo con il jazz ricordando una splendida canzone, stavolta composta insieme a Rob Mathes ed interpretata da Sting per il suo musical del 2013 The Last Ship. La canzone è Practical Arrangement e se vivessimo in un mondo in cui il jazz conta ancora qualcosa, potrebbe tranquillamente essere annoverata fra gli standard. Ma su The Last Ship torneremo fra poco.

 

Passando al versante del folk, potremmo innanzitutto citare l’intro irish-style di I Was Brought To My Sensestratta dall’album Mercury Falling (1996), ascoltatela, con uilleann pipes e tutto il resto. Sicuramente poi la parte più cospicua di riferimenti al folk risiede nell’album invernal-natalizio del 2009, If on a Winter’s Night, diventato per me dalla sua uscita colonna sonora insostituibile di ogni dicembre-gennaio.

 

Uno dei riferimenti più asciutti ed al tempo stesso profondi si trova nell’ultimo lavoro solista (prima dell’esperienza con Shaggy), 57th & 9th (2016)In mezzo a pezzi piuttosto rockeggianti e a un certo supergiovanilismo ritrovato, spicca una canzone ruvida e sabbiosa, quel sogno di fuggire dalla propria città e da un destino segnato per attendere la libertà dietro ad ogni curva, gioiello voce e chitarra acustica, brano assolutamente stregato e stregante. Sto parlando di Heading South On The Great North Road, brano di cui si riesce a fare esperienza ancora più intensa trascrivendola e suonandola, come cerco di spiegare qui, raccontandola ed eseguendola.

 

Ma il vero e proprio ritorno a casa avviene proprio con il già citato The Last Ship (2013)serie di canzoni che, come Sting stesso spiega a Ted Talk , gli arrivano di getto, dopo un lungo periodo di quasi blocco creativo (pressoché un decennio) proprio immergendosi e respirando l’aria di casa.

 

Aggiungiamo solo nell’ennesima parentesi, che quel famoso decennio di scarsa creatività (approssimativamente 2003-2013) era iniziato con il criticatissimo album Sacred Love, nel quale in ogni caso troviamo Whenever I Say Your Name, brano ispirato a Bach e con il quale Sting vinse un Grammy insieme a Mary J. Blige. E ricordiamo anche che in quel lasso di tempo l’artista non stette certo in poltrona con le mani in mano, collezionando, in ordine sparso, la reunion con i Police, la riscoperta del compositore cinquecentesco John Dowland in un album per voce e liuto, l’album orchestrale Symphonicities e il succitato album diciamo natalizio. Credo ci sia chi ucciderebbe per avere in una intera vita artistica realizzato un filotto simile. Ma procediamo.

 

Il percorso che porta Sting a The Last Ship, album fortemente autobiografico, parte da molto lontano, e precisamente dalle uilleann pipes che troviamo nel brano Island Of Soulsapertura dell’album The Soul Cages (1991) e sorta di viaggio immaginato e desiderato in compagnia del padre. Proprio per questo, mescolato alle chitarre elettriche, al drumming spezzato di Vinnie Colaiuta e ad una iper-produzione, tipica di quei primi anni ’90, quel suono di cornamuse era un presagio, una promessa lanciata che nel 2013 viene riagganciata e ripresa. Il brano Language of Birds è la naturale continuazione di quella canzone di 22 anni prima.

 

I riferimenti al folk inglese e irlandese sono praticamente continui in questa opera – come si sa destinata al Musical e presentata a Broadway – ma la circostanza che mi ha spinto ad occuparmene di nuovo è la riscoperta di una canzone che è ideale trait d’union fra la poetica di Sting, il folk e il jazz. Presente nel musical, ma non inclusa nell’album – dove le canzoni erano presentate in ordine sparso – What Say You Meg? è un brano estremamente teatrale, con tanto di Verse narrativo ed introduttivo all’inizio, melodia piana ma ricca, armonie ricercate (cui ha certamente contribuito il pianista e co-autore Rob Mathes), insomma una serie di elementi posti insieme con grande equilibrio e maestria che ne fanno a mio avviso una grande canzone.

Devo a questo punto ringraziare un paio di amiche, Valentina, che chiedendomi di trascriverla me l’ha fatta ritirare fuori dalla memoria e mi ha costretto ad impastarci le mani e le orecchie. E Benedetta, che vivendo da un po’ di anni dalle parti di Robin Hood ha condiviso con me l’osservazione con cui concludo. Senza aver visto la conferenza Ted Talk citata sopra, mi diceva che Sting “deve essersi fermato, ad un certo punto e deve essersi ri-immerso in questi luoghi, in questo clima (in questi giorni, fra l’altro, lassù sta esondando di tutto…) una certa nostalgia romantica è tornata fuori. Le descrizioni del porto, del mare, le navi, sono cose che ti entrano nelle ossa se vivi in questi posti.” Quanto è vero Benedetta, e quanto si sente, davanti al mare oppure andando verso sud sulla grande strada del Nord.

 

Beh, concludendo, trascrivere questa canzone mi ha fatto nuovamente incontrare un artista amato da sempre, una capacità di scrivere melodie appoggiate su bellissime immagini, vestite da armonie ricercate ed affascinanti, che riportano a quel mondo da cui Sting partì, per girare il globo – fisicamente e musicalmente – e tornare poi a casa. Come avviene, magicamente e magistralmente in un’altra grandissima canzone, di cui magari parlerò un’altra volta, ma che invito ad ascoltare come sigillo di questo breve scritto: un uomo davanti al suo destino, che in una solitudine piena di silenzio si leva la maschera ed è finalmente se stesso.

 

Fonte: waltermuto.it

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