Cosa ci dice il Vangelo

Sia Matteo che Luca ci parlano di san Giuseppe come di un uomo che discende da una stirpe illustre: quella di Davide e Salomone, i re di Israele.

Sappiamo che non era ricco: era un lavoratore come milioni di uomini in tutto il mondo; esercitava il mestiere faticoso e umile che Dio, prendendo la nostra carne e volendo vivere per trent’anni come uno qualunque tra di noi, aveva scelto per sé.

Dai racconti evangelici risalta la grande personalità umana di Giuseppe: in nessuna circostanza si dimostra un debole o un pavido dinanzi alla vita; al contrario, sa affrontare i problemi, supera le situazioni difficili, accetta con responsabilità e iniziativa i compiti che gli vengono affidati.

Non sono d’accordo con il modo tradizionale di raffigurare san Giuseppe come un vecchio. Io lo immagino giovane, forte, forse con qualche anno più della Madonna, ma nella pienezza dell’età e delle forze fisiche.

In ebraico, il nome Giuseppe significa Dio aggiungerà.

Alla vita umile e santa di Giuseppe, Dio aggiunse la vita della Vergine Maria e quella di Gesù, nostro Signore. Dio non si fa battere in generosità.
Giuseppe era infatti un uomo comune su cui Dio fece affidamento per operare cose grandi. Seppe vivere come voleva il Signore in tutti i singoli eventi che composero la sua vita. Per questo la Sacra Scrittura loda Giuseppe affermando che era giusto.

E, nella lingua ebraica, giusto vuoi dire pio, servitore irreprensibile di Dio, esecutore della volontà divina; significa anche buono e caritatevole verso il prossimo. In una parola, il giusto è colui che ama Dio e dimostra questo amore osservando i comandamenti e orientando la vita intera al servizio degli uomini, propri fratelli.

La fede, la speranza, l’amore

Matteo mette costantemente in risalto la fedeltà di Giuseppe, che ubbidiva ai comandi di Dio senza tentennamenti, anche se a volte il senso di quei comandi gli doveva sembrare oscuro, oppure non riusciva a coglierne il nesso con il resto dei piani divini.

La fede di Giuseppe non vacilla, la sua obbedienza è sempre precisa e immediata. Giuseppe si abbandonò senza riserve all’azione di Dio, ma non rifiutò mai di riflettere sui fatti, e in tal modo ottenne dal Signore quel grado di intelligenza delle opere di Dio che costituisce la vera sapienza.
Nelle diverse circostanze della sua vita, il santo non rinuncia a pensare, né a far uso della sua responsabilità.

Tale fu la fede di Giuseppe: piena, fiduciosa, integra; una fede che si manifesta con la dedizione efficace alla volontà di Dio, con l’obbedienza intelligente. Fede, amore, speranza: sono i cardini della vita di Giuseppe, come lo sono di ogni vita cristiana. La dedizione di Giuseppe risulta da questo intrecciarsi di amore fedele, di fede amorosa, di speranza fiduciosa.

La sua festa è dunque un’ottima occasione per rinnovare il nostro impegno di fedeltà alla vocazione di cristiani, che il Signore ha concesso a ognuno di noi.

Il rapporto tra Gesù e Giuseppe

La vita di Gesù fu per Giuseppe una continua scoperta della propria vocazione.
Giuseppe resta sorpreso, si meraviglia. Dio gli ha rivelato i suoi piani ed egli cerca di capirli. Egli scopre subito che non è possibile camminare con passo stanco, che non si possono far le cose per abitudine.  San Giuseppe, meglio di chiunque altro prima o dopo di lui, ha imparato da Gesù a essere pronto a riconoscere le meraviglie di Dio, a tenere aperti l’anima e il cuore.

Ma se Giuseppe ha appreso da Gesù a vivere in modo divino, oserei dire che, nell’umano, egli ha insegnato cose al Figlio di Dio.

Giuseppe amò Gesù come un padre ama suo figlio e gli si dedicò dandogli il meglio che poteva. Giuseppe, prendendo cura di quel Bambino che gli era stato affidato, fece di Gesù un artigiano: gli trasmise il suo mestiere. Gesù lavorò nella bottega di Giuseppe e accanto a Giuseppe.
Quali saranno state le doti di Giuseppe, come avrà operato in lui la grazia, da renderlo capace di portare a termine la maturazione umana del Figlio di Dio?
Perché Gesù dovette rassomigliargli in molti aspetti: nel modo di lavorare, nei lineamenti del suo carattere, nell’accento. Il realismo di Gesù, il suo spirito di osservazione, il modo di sedere a mensa e spezzare il pane, il gusto per il discorso concreto, prendendo spunto dalle cose della vita ordinaria: tutto ciò è il riflesso dell’infanzia e della giovinezza di Gesù, e quindi pure il riflesso della dimestichezza con Giuseppe.

Giuseppe è stato, nell’ordine naturale, maestro di Gesù: ha avuto con Lui rapporti quotidiani delicati e affettuosi, e se n’è preso cura. Tutto ciò non è forse un buon motivo per considerare questo uomo giusto, come Maestro di vita interiore? La vita interiore non è altro che il rapporto assiduo e intimo con Cristo, allo scopo di identificarci con Lui. E Giuseppe saprà dirci molte cose di Gesù.
Maestro di vita interiore, lavoratore impegnato nel dovere quotidiano, servitore fedele di Dio in continuo rapporto con Gesù: questo è Giuseppe.

Da Giuseppe il cristiano impara che cosa significa essere di Dio ed essere pienamente inserito tra gli uomini, santificando il mondo.

Frequentate Giuseppe e incontrerete Gesù.

Frequentate Giuseppe e incontrerete Maria, che riempi sempre di pace la bottega di Nazaret.

S. Josemaria Escriva, “È Gesù che passa –  Nella bottega di Giuseppe”.

 

Don Bosco soleva dire:

«Non avviene mai che io chieda
una grazia a S. Giuseppe, che non l’ottenga!»

Don Bosco fu grande devoto di S. Giuseppe e nel 1867 pubblicò una Vita di S. Giuseppe, in cui aveva raccolto materiale proveniente sia dai Vangeli che dagli scritti già in circolazione sul Santo.

Il volume si compone di 22 capitoli, cui fa seguito una breve raccolta di preghiere indirizzate al Padre Putativo di Nostro Signore.

Nell’opera compaiono alcuni termini ormai caduti in disuso: ciò non le toglie però l’agevolezza di lettura e soprattutto non deve far dimenticare l’importanza che ebbe a suo tempo.

Gli scritti antichi su San Giuseppe erano infatti non di facile accessibilità a tutti, soprattutto alle persone più giovani e di scarsa cultura.

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