Alloggiare i pellegrini

“Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il premio preparato per voi fin dalla fondazione del mondo. Perché ero forestiero e mi avete ospitato”. “Signore, quando ti abbiamo visto forestiero e ti abbiamo ospitato?”.

(Mt 25).

L’estate appena trascorsa, densa di eventi e fatti importanti e talvolta drammatici, ci mette nella condizione di riflettere su un’opera di misericordia la cui attualità è sconcertante: alloggiare i pellegrini! L’esperienza della GMG di Cracovia, capace di aggregare 2 milioni di persone ci ha mostrato che ci si può sentire a casa anche a migliaia di chilometri di distanza dalla propria terra d’origine. Ciò è potuto accadere grazie alle tante case polacche che hanno ospitato i giovani pellegrini, riservando loro, un pasto, una doccia, un letto e tanta accoglienza. Il pellegrinare delle persone non è cronaca recente, bensì rappresenta da sempre un viaggio interiore che l’uomo intraprende attraverso un cammino fatto di tante riflessioni sulla situazione della propria vita e sull’apertura a quelle realtà spirituali troppo spesso dimenticate. Aprire le porte della propria casa ad un pellegrino significa condividere le esperienze di vita e di fede che spesso sono tralasciate durante le relazioni quotidiane. In questa edizione della GMG si è tanto voluto puntare sull’ integrazione. Forte è risuonato l’appello di Papa Francesco a «Costruite ponti».

«Il forestiero dimorante fra voi lo tratterete come colui che è nato fra voi: tu l’amerai come te stesso, perché anche voi siete stati forestieri in terra d’Egitto». (Lv19,33-34)

Il Papa ce lo sta dicendo in tutti i modi che bisogna aprire le porte per accogliere. Senza dimenticare i problemi reali che tale fenomeno sta assumendo, senza minimizzare o tantomeno sminuire la questione sociale e politica che ne consegue, ci permettiamo di insistere nell’accoglienza perché ci sembra la condizione privilegiata per la pacifica convivenza. L’Italia e l’Europa della fine Ottocento e prima metà del Novecento ha vissuto in prima persona l’esperienza di essere forestieri nei luoghi dove milioni si son recati. Dopo mesi di viaggio, in condizioni talvolta avverse, durante i quali hanno vissuto la durezza dell’abbandono della terra e spesso una scarsa accoglienza nei Paesi dove sono passati e stabiliti. Dietro il volto dei profughi, oggi come allora, ci sono situazioni di violenza, di ingiustizia, di persecuzione, di guerra, di miseria… Questi sono i nuovi pellegrini, il cui termine, dal latino peregrīnus, significa «straniero» e indica coloro che si spostano da un luogo all’altro, per necessità e per inquietudine.

«Non dimenticate l’ospitalità: alcuni, praticandola, senza saperlo hanno accolto degli angeli». (Eb13,2)

San Giovanni Bosco, fin da piccolo ha sperimentato l’accoglienza. Ogni volta che un povero passava ai Becchi, veniva ospitato e sfamato da mamma Margherita senza troppe domande o ripensamenti. Questa attenzione a tenere la porta della casa e ancor più del cuore aperta ad accogliere, diventerà parte della sua spiritualità. Il fatto, che narriamo così come è proposto nelle Memorie, è confermato con efficacia dalla pericope della lettera agli Ebrei sopracitata.

«Nel 1841, anno della sua ordinazione sacerdotale, Don Bosco venne invitato a predicare a Lavriano. Nel viaggio verso il paese, un banale accadimento spaventò il suo cavallo, che si mise a trottare all’impazzata, catapultando all’aria il santo e gettandolo in terra «su un mucchio di pietre. Un uomo – racconta Don Bosco – aveva assistito da una collina alla mia brutta caduta e scese di corsa insieme ad un aiutante. Mi trovò svenuto. Con delicatezza mi portò in casa sua e mi distese sul letto migliore che aveva. Mi prestò tutte le cure possibili, e dopo un’ora rinvenni. – “Non si spaventi” – mi disse subito quel brav’uomo – “Vedrà che qui non le mancherà niente. Ho già mandato a chiamare il medico, e un mio lavorante è andato a ricuperare il cavallo. Io sono solo un contadino, ma in casa mia troverà tutto il necessario”». I due si misero a parlare e il contadino narrò un episodio: «Molti anni fa, ero andato ad Asti con la mia asina. Dovevo far provviste per l’inverno. La mia povera bestia era fin troppo carica. Mentre ero nelle valli di Moriondo, scivolò in un pantano e stramazzò nel bel mezzo della strada. I miei sforzi per rimetterla in piedi non servirono a niente. Era mezzanotte, pioveva ed era buio pesto. Non sapevo più a che santo raccomandarmi, e mi misi a gridare aiuto. Dopo alcuni minuti, qualcuno mi rispose da un casolare vicino. Con delle fiaccole accese per far e un po’ di luce, vennero in mio aiuto un chierico, suo fratello e due altri uomini. Mi aiutarono a scaricare l’asina, la tirarono fuori dal fango e mi ospitarono a casa loro. Io ero mezzo morto, imbrattato di fango dalla testa ai piedi. Mi pulirono, mi prepararono un’ottima cena, poi mi fecero dormire in un letto morbidissimo. Prima di ripartire, il mattino dopo, volevo pagare il disturbo, come mi pareva mio dovere. Il chierico rifiutò gentilmente dicendo: “Domani anche noi potremmo avere bisogno di lei”». All’udire questi fatti, Bosco si commosse e chiese il nome di quella famiglia. Il contadino rispose: «La famiglia dei Bosco». Quel chierico che aveva accolto il contadino era proprio Don Bosco. «Lei mi ha ricompensato mille volte per quello che ho fatto quella notte. La divina Provvidenza ci ha voluto far vedere con i fatti che chi fa del bene, trova del bene».

(San Giovanni Bosco, Memorie, trascrizione in lingua corrente, Elledici, 1986, pp. 97-98).

Questo brano è una semplice storia di bontà e di accoglienza che bene si incastona nello splendido capolavoro che è la vita di San Giovanni Bosco. Ci fermiamo qui con gli spunti, le riflessioni, le provocazioni… Speriamo di avere, non tanto risolto o peggio ancora, semplificato il complesso e drammatico fenomeno delle migrazioni. Troppi ancora sono i muri che a livello politico, sociale e culturale, si alzano nei confronti dei nuovi pellegrini. La non accoglienza di chi dovrebbe ospitare, la fragilità umana di chi fugge, la paura che si insinua tra chi è diverso. Se da un lato c’è il già citato rischio di semplificare la questione, dall’altro finiamo per liquidarla con la scusa che ciascuno di noi comunque, può fare ben poco… A stemperare ogni perplessità e a stuzzicare la coscienza forse un po’ distratta o rassegnata, si fa strada una domanda chiara, schietta, forte, provocante: “Signore, quando ti abbiamo visto forestiero?”.

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