Se non vi è ancora capitato di leggerlo, “Un istante prima dell’alba”, già alla seconda edizione, è un libro che aiuta a ripercorrere gli avvenimenti di Aleppo “dal di dentro”, direttamente dalle parole di chi ha vissuto con la gente del posto e condiviso la tragedia umana, ma anche le luci di speranza che in questa città della Siria ormai tristemente famosa non si sono mai spente.

Padre Ibrahim Alsabagh, frate francescano nato a Damasco, assegnato alla chiesa parrocchiale latina San Francesco d’Assisi, racconta in quello che è un vero e proprio diario, fatto di lettere, articoli e interviste che vanno dal gennaio 2015 al gennaio 2017, l’ordinaria quanto straordinaria vita in una città lacerata dalla guerra e dall’indigenza.

Il 22 dicembre 2016 è il giorno che segna la fine del conflitto armato e la tanto attesa tregua militare: la speranza che non è mai venuta meno, attraverso la vicinanza concreta di chi, come Padre Ibrahim, non ha mai lasciato i suoi parrocchiani, ora può finalmente uscire allo scoperto e aiutare a parlare di ricostruzione.

Ma qual è il vero significato della parola speranza per chi ha perso tutto?

Riportiamo le parole di Padre Ibrahim:

Cos’è quella che definisce la “speranza di Aleppo”, padre?

Il fatto che la gente voglia vivere. Ora Aleppo è ridotta a un ammasso di macerie. Quando ci si guarda intorno non si vede un’unica cosa bella, ma i residenti amano la città. Vogliono ricostruire le proprie case. Le comunità attive nella nostra chiesa hanno avuto di recente l’idea di dipingere le strade di colori diversi per renderle meno tetre. Le autorità cittadine sostengono i nostri sforzi. La gente vuole agire.

Il periodo di guerra indica che la cosa più importante è nel cuore. La gente si riunisce e si sostiene, consapevole che si può anche risorgere dalle rovine. Una donna era a casa con il marito quando una bomba è caduta distruggendo la loro unica stanza. Ho pregato con loro e ho cercato di aiutarli offrendo un po’ di denaro. Ieri, dopo aver concluso l’opera di ricostruzione la donna mi ha detto: “Padre, è stata accesa una nuova speranza nei nostri cuori. Ancora non riusciamo a crederci; è come una rinascita come esseri umani e come famiglia; siamo estremamente grati e felici”.

La situazione in Siria farà capire alla gente che quella della Chiesa non dovrebbe essere un’evangelizzazione “attraverso la costruzione”. Papa Francesco ci esorta a compiere scelte che abbiano al centro la persona umana. Le persone colpite dalla povertà sono quelle che hanno più bisogno di noi. Non è niente di nuovo, ma vale la pena di non perderlo di vista. Sembra che il cuore di chi vive oggi in Siria goda di più libertà man mano che si ascolta lo Spirito Santo e si è fedeli all’insegnamento di Gesù Cristo.

Dopo la firma dell’accordo di pace del 22 dicembre e dopo che le organizzazioni militari hanno iniziato a ritirarsi da Aleppo non sapevamo da dove iniziare a ricostruire la città. A quel punto, in un incontro con i vescovi ci siamo chiesti da dove cominciare. Ad Aleppo il 60% delle chiese era in macerie, ma tutto il clero non ha esitato ad affermare che bisogna in primo luogo aiutare le persone a ricostruire le proprie abitazioni.

Da Aleteia.org – Traduzione dall’inglese a cura di Roberta Sciamplicotti