Impariamo dai nostri figli

da | 1 Feb 2000 | nuova

di Sabina Pignataro

 

Dopo aver raccontato il disagio e la sofferenza di bambini e adolescenti, una mamma ci scrive per aprire uno spiraglio di luce in un mondo che continuiamo a raccontare solo come buio. «Quello che respingo – scrive – è la definizione di questi ragazzi come di una generazione privata di futuro. Credo invece che siano stati grandi davvero»

 Su Vita abbiamo raccontato molto spesso in questi mesi il disagio e la sofferenza di bambini e adolescenti. Lo abbiamo fatto interrogando quegli esperti che si affacciano quotidianamente nelle loro vite.

Qualche giorno fa abbiamo ricevuto questa lettera. E’ una mamma che ci scrive, Cristina, aprendo uno spiraglio di luce in un mondo che continuiamo a raccontare come buio. «Quello che respingo – scrive- è la definizione di questi ragazzi come di “una generazione privata di futuro”! Io credo siano stati grandiosi a non rinunciare ad esserci, a tenere alto l’orizzonte».

 

Sei figli, il più grande all’università, la piccola alla materna, in mezzo anche un bimbo con disabilità.
Cristina, lei ha un punto di vista allargato sui giovani di oggi. Che cosa sta osservando?

Faccio una premessa: sono una fan dei giovani, dei bambini e persino di lattanti e neonati (nonostante anni di sonno arretrato, tonnellate di panni da lavare e magagne scolastiche imperversanti): mi obbligano a non fermarmi mai ad un traguardo raggiunto, smascherano impietosamente frasi fatte e strategie, costringendomi ad essere vera con me stessa prima ancora che con loro, chiedono di rinnovare continuamente il senso e i modi del mio agire. Spero che questo mi aiuti ad invecchiare bene, cioè con la mente e col cuore spalancati.

In mezzo all’innegabile fatica fisica, mentale ed emotiva, di stare loro accanto sia in tempi ordinari sia in queste circostanze dovute al Covid – nel mio caso anche dovendo adeguare di continuo distanza e libertà all’età e alla maturità di ciascuno – posso dire di aver avuto il privilegio di vivere momenti di rara bellezza e stupore nel vederli crescere: le loro conquiste quotidiane (anche quelle tutt’altro che scontate del mio ex-bambino disabile, ormai quasi un ragazzaccio pure lui), i momenti buffi della prima infanzia, assistere da spettatrice muta a dialoghi insospettabilmente profondi durante gli accompagnamenti scolastici e sportivi con gli amici, vedere adesso i grandi invitare a studiare e a cenare gli amici occupandosi del necessario…

Sono un immenso tesoro che la nostra società pigra, invecchiata e stanca fa fatica a rispettare e custodire, tendendo spesso a voler “normalizzare” e adultizzare il prima possibile i bambini, salvo poi aver paura di lasciare andare questi figli quando è il momento, per paura del futuro o per averne fatto inopinatamente l’unico scopo della vita. In questo momento credo che dovremmo imparare dai nostri figli, sempre pronti a ripartire ogni giorno, altrimenti è un’agonia sterile.

 

Cosa intende?

I miei figli, sia i più piccoli che i grandi, mi sono stati di grande insegnamento in questi quasi due anni di pandemia. Nonostante le molte privazioni e lo stravolgimento della loro quotidianità consueta, molto raramente si sono arenati nella lamentela ed in ogni caso mai arresi a rinunciare a desiderare un positivo dalle loro giornate, immersi nel presente, pronti ad inventarsi modi nuovi per ritrovare amici, studio, gioco. Questo li ha resi capaci di essere creativi e costruttivi (certo dentro una grande e drammatica fatica, a volte anche sofferenza, che non ha risparmiato nessuno).

Al contrario di molti adulti, che hanno vissuto questo tempo come una parentesi di non-vita da poter chiudere il prima possibile per tornare ad una fantomatica “normalità” (e poi cancellare tutta l’esperienza dalla memoria altrettanto in fretta).

La presenza dei più piccoli, in particolare, è stata preziosa per tutti, perché ha portato leggerezza e gioia (non spensieratezza, cioè assenza di pensiero), aria fresca nelle giornate più pesanti: anche i fratelli più grandi, pur se infastiditi da pianti o rumore di gioco durante il loro studio, hanno poi saputo lasciarsi coinvolgere dalle loro risate e dai loro giochi semplici, riposarsi guardando un cartone animato insieme, fare da modelli per ritratti improvvisati…è stato bello che ogni età abbia dato il suo contributo allo stare insieme.

 

Lei ci ha scritto che i nostri articoli sul disagio psicologico contengono molti spunti interessanti ma è sbalordita dal fatto che nessuno degli esperti riconosca gli sforzi eroici compiuti da questi ragazzi.
Cosa manca nella narrazione sui adolescenti?

Sicuramente questa situazione ha generato ulteriori difficoltà in persone ed in contesti di particolare fragilità e scarsità di legami significativi cui appoggiarsi ed ha zavorrato comunque le giornate di tutti, talvolta con pesi drammatici: penso non solo ai ragazzi senza amici e scuola, ma anche a chi è morto da solo e a chi non ha potuto salutarlo, a chi ha perso il lavoro o l’ha dovuto reinventare, a chi ha dovuto rinunciare ai rari e preziosi momenti di compagnia durante la vecchiaia o la malattia… Questo non può essere senz’altro trascurato e chiede una grande attenzione in un mondo dove l’essere fragili è uno stigma.

Io stessa, pur abituata ad una vita impegnativa e faticosa, in cui le difficoltà e la sofferenza sono parte del normale contesto quotidiano e che ho potuto sperimentare l’incertezza totale quando il nostro bambino è nato prematuro in condizioni molto compromesse, mi sento addosso una stanchezza straordinaria perché è stato, è tuttora – e credo sarà ancora per un pezzo – un tempo che chiede tante energie e tanto cambiamento su molti fronti contemporaneamente. Quello che respingo però assolutamente è la definizione di questi ragazzi come di “una generazione privata di futuro” e di esperienze che mai potranno recuperare! Anzi, ripetere loro questo refrain è in realtà l’unico modo certo per sottrargli la forza vitale necessaria e condannarli ad una vita da vittime invece che da attori protagonisti, rendendoli – allora sì – davvero incapaci di fronteggiare e superare non solo il cambiamento che questo tempo ha prodotto, ma anche le difficoltà ordinarie che la vita comporta.

 

Il bosco che cresce non fa rumore. E’ così?

Ho visto questi ragazzi non tirarsi indietro, anche quando sono stati lasciati soli da chi avrebbe potuto e spesso dovuto accompagnarli, compresi i molti docenti che si sono sottratti alla DAD, che scommetterei essere persone insignificanti se non deleterie anche nel tempo scuola ordinario. Trovandosi espulsi dai campi sportivi, dagli oratori, scacciati dai cortili pur se a rispettosa distanza e dotati di mascherina a causa di anziani delatori che chiamavano i carabinieri (eh, già, ho visto succedere anche questo), si sono inventati modi alternativi di restare insieme, comunicare, studiare, allenarsi persino, per non trascurare la loro persona. Tanti hanno dedicato il loro tempo ad aiutare persone sole portando la spesa, le medicine, due parole di conforto.

Invece che cercare in tutti i modi di convincerli di essere una generazione di sfortunati, io credo che il nostro grande compito sia di ripetere loro con forza che sono stati grandi davvero, che hanno saputo avere il coraggio di non farsi dominare dalla paura davanti ad un evento drammatico e sconvolgente, di rifiutare di passare le giornate aspettando un domani migliore, del quale nulla possiamo dire né disporre.

Ai miei figli lo ripeto spesso, altro che maturità triste perché senza festa, esami senza valore perché fatti in remoto, sono stati grandiosi a non rinunciare ad esserci, a tenere alto l’orizzonte. E poi, sinceramente, ho anche ricordato loro che ci sono intere parti di mondo che vivono nel terrore e nelle privazioni che il Covid ha solo di poco peggiorato (penso ai bambini siriani dimenticati in una guerra pluriennale, ai bambini africani per cui la sospensione della scuola ha significato anche non avere più nemmeno un pasto al giorno assicurato dal convitto, ecc)

 

Secondo lei, noi adulti, come potremmo comportarci, per fare “meglio” di così?

Abbiamo il dovere di rilanciare questi ragazzi, di rinforzare il loro spirito, di far loro notare il cammino fatto. Hanno vissuto, mentre spesso noi adulti abbiamo spesso solo cercato di chiudere la partita, trattenere il fiato, cercare di evadere dal presente.

Inoltre non ritengo che il nostro apporto di adulti vada unicamente indirizzato ad un “semplice” sostegno psicologico, spesso interpretato come una stampella per affrontare la vita come se questa fosse una condanna da scontare, ma credo occorra un vero e proprio lavoro profondo di ricostruzione dell’umano, un impegno educativo (non solo scolastico) a tutto tondo.

Prima di tutto partendo da noi stessi, recuperando il nostro ruolo di attori appassionati della propria vita in tutte le sue dimensioni: solo così potremo trasmettere nuovo coraggio e nuova forza ai figli nostri ed altrui! Credo sia un tempo drammatico in cui servano tanti novelli Don Bosco, che sappiano mettere tutta la propria vita dentro la relazione con questi ragazzi e le loro necessità, non solo strategie educative!

In questo aspetto la pandemia mi è stata di grande aiuto, perché ho potuto attingere alle tante iniziative culturali e formative che si sono dovute volgere on line invece che presso i vari centri culturali ed associazioni (ed alle quali ben difficilmente avrei potuto partecipare fisicamente – o “in presenza”, come si dice oggi).

 

Un’ultima domanda, sulla DAD e sulla scuola. Come la valuta?

La scuola, dal mio osservatorio che copre tanti livelli e un lungo arco di tempo tutt’altro che compiuto, si mostra ovviamente com’è ogni realtà umana, cioè fatta di vette altissime ed abissi altrettanto profondi, che la pandemia ha contribuito a rendere ancora più drammaticamente divergenti.

A fianco di dirigenti e insegnanti che si prodigano da sempre con dedizione e con sempre rinnovata professionalità lasciandosi coinvolgere nel rapporto umano coi loro alunni, ci sono personaggi che non dovrebbero entrare nemmeno in un canile, impreparati e sciatti, caratterialmente instabili, moralisti e pedanti, latitanti nel confronto, persone per cui è lo studente a dover ringraziare che il professore faccia la cortesia di dispensare il suo sapere o anche solo di presentarsi in classe. Purtroppo i danni perpetrati da questi ultimi non sono cosa di adesso, ma in questi tempi, al di là di uno schermo, hanno pesato molto di più. Questo mi rammarica molto: vedere sempre più spesso i ragazzi uscire da scuola sfiniti, tristi, visibilmente appesantiti da una giornata che dovrebbe invece servire ad aprirli alla vita.

Per quanto riguarda la DAD, per un verso condivido l’opinione di molti esperti secondo cui è stata il più potente avvenimento di (potenziale) rinnovamento strutturale e metodologico degli ultimi decenni, in un contesto di elefantiaco immobilismo, dall’altro è stata devastante per come è stata spesso intesa ed interpretata. Ho letto persino blog di docenti dove si invocava la DAD permanente fino a fine pandemia, per paura del contatto con i propri alunni; certamente l’auto-esclusione di molti di questi personaggi dal panorama scolastico e l’ingresso di nuovi docenti e tirocinanti desiderosi di fare bene è stato un dato positivo!

È sicuramente stato un modo per non perdere del tutto il legame educativo-didattico, una volta decisa la chiusura prolungata delle scuole. Dovrebbe adesso poter essere integrata in modo più strutturato nel fare scuola, sicuramente in situazioni critiche come in caso di alunni con gravi malattie o ospedalizzati, ma anche per incentivare le occasioni di apertura al mondo che la scuola può offrire (penso a interventi di esperti, conferenze…) e forse anche come potenziamento degli apprendimenti (poter rivedere alcune spiegazioni, recuperare delle lacune dovute ad assenze…).

 

Integrata, però!

Non certo intesa come sostituto equivalente del rapporto diretto tra studenti e con gli insegnanti; la sciagura è stata pensare che siano esperienze di pari livello e ordinariamente intercambiabili. Per la mia esperienza diretta, invece, DAD e vita di classe intercambiabili ed equivalenti non lo sono affatto, nemmeno come quantità di risorse necessarie.

La DAD ha richiesto alle famiglie un enorme sforzo di adeguamento delle proprie dotazioni tecnologiche, dei propri spazi e dei propri tempi familiari e lavorativi, non potendo evidentemente lasciare a casa i figli da soli. Dal punto di vista strutturale/organizzativo a noi è andata abbastanza bene: avevo appena riorganizzato la connessione internet domestica e, avendo figli grandi, avevamo a disposizione telefoni e pc a sufficienza (compreso qualche reperto tenuto insieme con lo scotch, che si è rivelato provvidenziale per i piccoli); tuttavia, nonostante una casa sufficientemente grande per poter ospitare cinque lezioni in contemporanea ed un marito in smart-working, abbiamo dovuto fare grossi sacrifici per rispettare il reciproco spazio nel silenzio, tempi di lavoro e di pausa diversissimi, esigenze connesse all’ordinaria gestione di una casa di otto persone che dovevano in qualche modo poter essere svolte…Immagino che molti altri contesti familiari, pur se con meno figli, abbiano fatto un’enorme fatica a star dietro a tutto ciò e, spesso, possano non esserci riusciti.

L’altro aspetto ancor più critico è stata la didattica in sé: i miei figli maggiori, specialmente i due liceali, mal sopportavano l’ingresso della telecamera in casa e nei loro spazi personali, come un ospite decisamente sgradito e invadente; molti insegnanti non tolleravano nemmeno l’uso degli auricolari, usati per difendersi dai rumori domestici, ed erano impacciati con l’uso dei media, cosicché invece di arricchire la lezione ottenevano l’effetto opposto, rendendola frammentaria e difficile da seguire.

Il figlio che fa più fatica con la scuola preferiva alzarsi alle sei per i turni in presenza piuttosto che trascinarsi dal letto alla scrivania alle otto per collegarsi: mi sembra un esempio molto indicativo. Per non parlare del mio bambino che lo scorso anno era in prima classe della scuola primaria: certamente non poteva essere lasciato in autogestione, dovevo essere sempre nei dintorni perché per lui era difficile gestire il computer, le interruzioni della connessione, i passaggi dall’ascolto alla scrittura ancora impacciata (peggio che mai nella fase di copiatura), l’ascolto reciproco rispettando i turni di intervento, senza spesso vedere il volto della maestra e della totalità dei compagni; la regolazione delle emozioni nei momenti di difficoltà o di entusiasmo eccessivo risentivano del distacco fisico con la maestra, che non sempre riusciva a decifrare l’accaduto e ad intervenire in modo appropriato. Non ultimo, ci si trovava come genitori immersi in dinamiche di classe nelle quali sarebbe stato meglio non entrare.

E’ davvero stato un dispendio di energie smisurato ed estenuante. Al di là dei metodi e della forma, c’è un gran bisogno che nella scuola ci si rinnovi certamente nella competenza e nella didattica, anche sfruttando anche le possibilità che la tecnologia offre, ma soprattutto a mio avviso c’è bisogno di far entrare a piene mani la bellezza, la grande assente, ed un sentimento di nostalgia di cose grandi, che ogni ragazzo desidera in cuor suo oltre ogni maschera, ed anche ogni adulto.

 

Fonte vita