Testimoni di Cristo fra i musulmani

Testimoni di Cristo fra i musulmani

Mons. Hinder, il vicario d’Arabia, ricorda che l’invito ad andare nel mondo per la Chiesa non.è “un’opzione”, ma un “compito essenziale”. In un’epoca di guerre, tragedie e conflitti la parola di Dio “supera la morte”. Essere missionari in un territorio a maggioranza musulmana, mostrando una “spiritualità che non passa inosservata.

Annunciare il Vangelo obbedendo “alla chiamata di Gesù” che invita ad “andare nel mondo” per la Chiesa “non è un’opzione”, quanto piuttosto “un compito essenziale” perché “è missionaria per natura”. È quanto afferma mons. Paul Hinder, vicario apostolico dell’Arabia meridionale (Emirati Arabi Uniti, Oman e Yemen), in un videomessaggio pubblicato per l’apertura del Mese missionario straordinario, in cui papa Francesco invita a “uscire da se stessi, farsi dono”.

Riprendendo le intenzioni del pontefice, il vicario apostolico ricorda i 100 anni della Lettera apostolica Maximum Illud di Benedetto XV, promulgata all’indomani della Prima guerra mondiale per “dare un nuovo impulso alla missione”. Un annuncio del Vangelo, prosegue il prelato, che fosse “purificato” da elementi che non gli appartengono: colonialismo, nazionalismo, l’espansionismo.

La missione “rifiuta ogni interesse particolare” ma ha come unico obiettivo “portare la parola di Dio” e rilanciare “l’attività” di testimonianza e annuncio. In questi tempi “complicati”, ricorda il prelato che vive in un una delle aree più calde del pianeta, “segnati da tragedie, guerre, conflitti e divisioni” è fondamentale affermare “la parola” di Cristo che “ha vinto il peccato”, attraverso il quale “la vita supera la morte” e viene a restituire “fiducia e speranza” in tutti.

Mons. Hinder ricorda le quattro dimensioni tracciate da papa Francesco: l’incontro personale con Gesù nella vita della Chiesa; la testimonianza dei santi e dei missionari; la formazione missionaria; la carità missionaria. “Auspico che siano presi passi concreti – sottolinea il prelato – perché siano messe in pratica queste quattro dimensioni” nelle parrocchie, nei gruppi di preghiera, nelle istituzioni, nelle associazioni e nei movimenti perché “ogni membro possa trovare il proprio ruolo”.

Il prelato conclude il messaggio invitando a essere testimoni “coraggiosi” del Vangelo per diffondere “luce nel mondo”. Con la speranza che ogni persona possa “sperimentare” l’amore salvifico e la misericordia di Cristo.

Il Vicariato d’Arabia è un’area a grandissima maggioranza musulmana. Tuttavia, dalla regione sono arrivati segnali incoraggianti in tema di dialogo e confronto. A febbraio gli Emirati hanno accolto per la prima volta un pontefice in una nazione del Golfo; oltre 120mila fedeli hanno affollato le tribune e il prato dello Zayed Sports City di Abu Dhabi, per assistere messa di papa Francesco.

Un evento epocale che, di recente è stato rilanciato da una delle principali emittenti locali in un documentario. Alla visita si uniscono altri eventi di primo piano per i cristiani, fra i quali la riapertura del sito più antico, che come ha sottolineato il vicario d’Arabia conta sulla presenza e il ruolo dei laici per continuare la propria missione. E ancora, la recente apertura di una nuova parrocchia nel Sultanato dell’Oman, occasione di festa per tutta la comunità.

Interpellato da AsiaNews sul valore della missione fra i fedeli dell’islam, mons. Hinder afferma che il modello di riferimento deve essere quello “di san Francesco di Assisi”. “Riguardo alla nostra situazione – conclude – lasciamo al Signore e alla sua grazia perché faccia crescere i suoi frutti”. Perché “ho sperimentato di persona che mostrare con semplicità la nostra spiritualità in mezzo a loro non passa inosservato”.

Fonte: AsiaNews

Fridays for future e noi

Fridays for future e noi

​Non si sogna mai da soli.

Dedicato agli Educatori

 

Di Mauro Magatti, in generativita.it

 

Fridays For Future è un movimento che va preso sul serio perché, forse persino aldilà della consapevolezza dei suoi attori, sta dicendo qualcosa di importante al nostro mondo, portando alla luce una critica di cui chi sta all’interno dell’ordine normale delle cose (noi adulti) sembra non riuscire a cogliere portata e urgenza. Bisogna saper discernere. Ma sarebbe sbagliato non ascoltare.

In fondo, è la prima volta dal 1968 che le nuove generazioni si organizzano per protestare contro il mondo degli adulti. Un mondo che, formatosi proprio negli ultimi cinquant’anni, oggi si scontra con una serie di gravi contraddizioni. Nel 1968 si protestò contro l’autorità, il paternalismo, la rigidità dei modelli di vita; oggi la protesta è centrata sui temi del riscaldamento globale, degli stili di vita, della distruzione dell’ecosistema.

Allora a scendere in piazza furono i giovani studenti che frequentavano le università più prestigiose dell’Europa e degli Stati Uniti d’America; oggi i protagonisti sono adolescenti che vivono nelle principali città di tutto il mondo. A dire che per trovare una voce critica si è dovuti andare ancora più a ritroso nell’età, tra chi ancora è sulla soglia della vita: se a prendere l’iniziativa sono oggi gli adolescenti forse è perché i giovani che hanno qualche anno di più sono già stati in buona misura assimilati al modo di vita dominante. «Ci avete rubato i nostri sogni», è stata l’espressione ripresa dalla stampa mondiale per riassumere il discorso che la piccola Greta – simbolo suo malgrado di questo movimento globale emergente – ha pronunciato davanti all’assemblea dell’Onu.

Una frase potente ed evocativa ma il cui significato rimane ambivalente. Che cosa vogliono dire i ragazzi? Per alcuni aspetti, questa frase sembra esprimere risentimento. Come se gli adolescenti fossero arrabbiati perché si rendono conto di essere la prima generazione che rischia di non poter accedere ai livelli di benessere che sono stati goduti dagli adulti. Tagliati fuori da quel ‘godimento’ che vedono attorno a loro e a cui pure aspirerebbero.

Ma l’espressione di Greta può rinviare anche a un diverso significato. La domanda che bisogna farsi è infatti la seguente: perché e chi ha rubato i sogni visto che nessuno ne aveva intenzione? Non è questa una cosa sorprendente – e forse persino scandalosa – per una generazione di adulti che l’ultima cosa che avrebbe pensato è di arrivare ad un tale risultato? Vista in questa prospettiva, la protesta dei ragazzi – che non può che essere un po’ naïve – può diventare una preziosa occasione per riflettere criticamente sul nostro modo di vita. Il problema è la radice antropologica del modello di sviluppo che si è affermato negli ultimi cinquant’anni, a partire dal ’68 e cresciuto poi nell’habitat neoliberista: l’origine dei nostri problemi non è forse aver detto che ogni singolo individuo è portatore del proprio sogno e che l’economia è il sistema deputato ad aumentare le opportunità disponibili? È perché ha creduto in questa idea che la nostra generazione ha finito per costruire un mondo in cui alla fine i sogni non esistono più. Semplicemente perché ce li distruggiamo a vicenda, distruggendo nel contempo tutto ciò che ci circonda.

È questo il nodo che va affrontato per aprire una prospettiva davvero nuova e impegnativa. La natura della crisi sistemica di quel riscaldamento globale che minaccia il futuro della vita è il sintomo della reazione del pianeta Terra nei confronti di quella modalità predatoria adottata da miliardi di Io, ‘ciascuno perso dietro ai fatti suoi’ per citare Vasco Rossi. I sogni di tutti possono essere coltivati solo a condizione che si torni a comprendere che siamo tutti intimamente legati gli uni gli altri, nel quadro di una serie di compatibilità (che abbiamo invece rimosso). E chiaro che il movimento degli adolescenti non riesce a cogliere tutte implicazioni profonde della protesta che pure ha il merito di portare alla luce.

Ma non ci si illuda. Come è successo col ’68, ci aspettano anni in cui la faglia apertasi con Fridays For Future si approfondirà, trasformando un po’ per volta il nostro modo di vivere. Con tutte le ambivalenze che processi di questi tipo necessariamente generano. Da un lato, le spinte fondamentaliste miranti alla contrapposizione frontale nei confronti dell’organizzazione esistente; dall’altro la rapida omologazione di ogni discorso col tentativo da parte dei grandi interessi di appropriarsi e sterilizzare le idee espresse degli adolescenti. In mezzo c’è lo spazio per un cammino di cambiamento culturale vero, che superi l’idea individualistica e restituisca centralità della dimensione relazionale della nostra vita personale e sociale. Che è la vera questione da affrontare. I giovani hanno tutto il diritto di sognare. Non smettano di farlo! Imparando però la lezione che i fallimenti della nostra generazione insegna: non si sogna mai da soli. Si sogna sempre con gli altri, su un pianeta che ci ospita e in un cosmo che ci abbraccia.

This is us

This is us

di Sergio Perugini per AgenSir.it

 

“This Is Us”, family drama a stelle e strisce targato Nbc e prodotto dalla Fox, disponibile sulla piattaforma Amazon Prime Video. Da martedì 24 settembre la serie tv sbarca finalmente in chiaro su Tv2000, emittente della Conferenza episcopale italiana (canale 28 del digitale terreste). Per la rete costituisce uno dei prodotti di punta, sul fronte delle acquisizioni internazionali, nella nuova stagione tv appena partita. Ai 71esimi Emmy Awards, gli Oscar della televisione negli Stati Uniti promossi dalla Academy of Television Arts & Sciences, era in corsa con 5 candidature, tra cui miglior serie drammatica e migliori interpreti.

Stiamo parlando di “This Is Us”, family drama a stelle e strisce targato Nbc e prodotto dalla Fox, disponibile sulla piattaforma Amazon Prime Video. Da martedì 24 settembre la serie tv sbarca finalmente in chiaro su Tv2000, emittente della Conferenza episcopale italiana (canale 28 del digitale terreste). Per la rete costituisce uno dei prodotti di punta, sul fronte delle acquisizioni internazionali, nella nuova stagione tv appena partita.

Il concept di “This Is Us”

Ideata e scritta da Dan Fogelman – sceneggiatore di successo di cartoon della Disney come “Cars” (2006) e “Rapunzel” (2010) così come della commedia “Crazy, Stupid, Love” – la serie “This Is Us” (18 episodi a stagione) ruota attorno alla famiglia Pearson. Conosciamo subito Jack (Milo Ventimiglia) e Rebecca (Mandy Moore) nel 1980, che stanno mettendo su casa in attesa del primo figlio. In verità si tratta di un parto gemellare. La coppia, per una serie di vicissitudini, si trova poi ad accogliere anche un terzo bambino, Randall, un neonato di colore abbandonato in ospedale in concomitanza del parto di Rebecca.

La narrazione successivamente ha continui salti temporali, mostrandoci la famiglia Pearson 36 anni dopo.

Troviamo tre giovani adulti, Randall (Sterling K. Brown), Kate (Chrissy Metz) e Kevin (Justin Hartley), alle prese con famiglie, carriere, amori e irrisolti del passato. Ogni episodio ci regala in maniera convincente vedute sui Pearson nel corso di questi tre decenni, con un viavai temporale che compone un quadro coinvolgente e spesso poetico.

 

I temi

Cuore del racconto è ovviamente il tessuto familiare. Quello che un individuo diventa da adulto è frutto delle influenze sociali, ma soprattutto delle radici familiari, affettive ed educative.

Vediamo una famiglia che avanza negli anni con grandi sacrifici, quelli di due giovani genitori, Jack e Rebecca, dal lavoro precario e impreparati all’arrivo di tre bambini.

In loro c’è sì fatica, ma anche tanta gioia e desiderio di dare il massimo, di regalare ai propri figli un futuro di possibilità e speranza. Figli amati e supportati sempre.

Poi, ritroviamo quei bambini adulti, coscienziosi ma anche impantanati in problemi quotidiani: c’è Kate alle prese con un’obesità che non accetta, che vorrebbe affrontare ma non riesce a trovare stimoli necessari; Kevin, popolare attore di sit-com, insofferente per una carriera finita nelle secche della ripetitività e della superficialità vanesia dello star system; e infine Randall, il più realizzato di tutti, sposato, padre di due bambine e affermato medico. Randall però convive con lo strappo dell’adozione; seppure tanto amato, non riesce a scordare l’esistenza di un padre biologico che lo ha lasciato in fasce.

 

Il punto critico-pastorale Sir-Cnvf

Senza dubbio quello che si rileva nel guardare la prima stagione di “This Is Us” è che si tratta di una serie scritta molto bene e interpretata dall’intero cast (tutti!) in maniera intensa e convincente.

È un racconto sulle dinamiche familiari – relazioni moglie-marito, genitori-figli nonché tra fratelli – che tiene conto delle difficoltà e insidie della società contemporanea, esplorando tutti i suoi fronti problematici (e nella serie ce ne sono diversi in campo, gestiti però con compostezza e attenzione) e regalando comunque un ritorno di senso.

È vero, la famiglia può essere difficile da gestire: far quadrare i conti spesso richiede un master in business administration e l’organizzazione dei figli comporta continuamente un surplus di energie e pazienza; ma quello che “This Is Us” ci mostra è che alla fine, nonostante gli ostacoli, vale sempre la pena: la famiglia è il nostro tutto, l’ambiente che ci accoglie, in cui ci formiamo e per cui ci mettiamo continuamente in gioco.

Questo viene tratteggiato bene nella serie, con un calibrato mix di poesia e garbato umorismo. A ben vedere, come già indicato, si riscontrano nel racconto dei passaggi non poco scivolosi, ma rispetto alle tante fiction a sfondo familiare di matrice Usa (il più delle volte abbondantemente sopra le righe), questa si rivela centrata e dallo sguardo equilibrato.

Con “This Is Us”, dunque, Tv2000 allarga ulteriormente il proprio orizzonte di programmazione, andando sempre più incontro alla realtà con i suoi problemi ma anche con i suoi tanti guadagni.

La camminatrice di Dio

La camminatrice di Dio

“ANDARIEGA DE DIOS”

 

Sr Susanna Anzini

 

Accostarsi alla figura di santa Teresa d’Avila può incutere un certo timore: siamo di fronte ad una grande santa, alla riformatrice di un ordine antico e importante come il Carmelo, ad una religiosa vissuta in anni difficili come quelli della riforma cattolica, ad una delle pochissime donne ad essere stata proclamata dottore della Chiesa, ad una scrittrice fondamentale nella letteratura spagnola… insomma, si ha la sensazione di accostarsi ad un gigante, quasi ci si trovasse di fronte alle mura stesse di Avila o a quelle del famoso “castello interiore”.

Ma, come per entrare nel “castello interiore” è necessaria semplicemente la preghiera, così per superare l’idea che Teresa d’Avila sia una santa inavvicinabile, basta solo iniziare a conoscerla. Si scopre così che, come tutti, neppure Teresa è nata santa ma lo è diventata, dopo un’adolescenza non priva di divertimenti e mondanità.

I primi anni in convento non furono facili per lei, rischiò di morire in seguito ad una misteriosa malattia: arrivarono addirittura a scavare la sua tomba. La sua vita di clausura, inoltre, non era affatto ritirata: Teresa, un’abile oratrice, trascorreva molto tempo nel parlatorio a conversare. Solo dopo molti anni avvenne quella che i suoi biografi chiamano la seconda conversione: Teresa iniziò a condurre una vita maggiormente dedita alla preghiera e alla meditazione.

La sua spiritualità crebbe grazie agli incontri con altri santi, Pietro d’Alcantara e Giovanni della Croce, che la incoraggiarono e dissiparono i suoi dubbi sui fenomeni mistici, che diventavano sempre più frequenti nella sua vita. La sua esistenza si trasformò in una vera e propria lotta: contro l’inquisizione, che vedeva con sospetto le sue estasi e controllava scrupolosamente i suoi scritti per cercarvi tracce di eresia; contro le consorelle, che non approvavano la sua idea di riformare il Carmelo per riportarlo all’austerità della regola primitiva; contro i suoi concittadini, che ostacolavano l’intenzione di fondare un nuovo monastero in una città che già ne era ricca. Ma la fiducia che Teresa riponeva in Dio era incrollabile e lei si mostrava instancabile; nonostante l’avanzare dell’età, la sua attività era quasi febbrile: scriveva lettere e opere, guidava le consorelle e peregrinava da un punto all’altro della Spagna per dare vita alle sue numerose fondazioni: saranno diciassette i conventi che farà nascere. Viaggiare, a quell’epoca, non era certo semplice, ma Teresa era inarrestabile tanto da meritarsi il soprannome di “andariega de Dios”.

Siamo dunque di fronte ad una donna molto intelligente, che ha vissuto pienamente incarnata nel suo tempo, sapendone cogliere pregi e difficoltà. Santa Teresa non si è fermata di fronte alle grandi sfide che la vita le ha posto davanti (l’inquisizione, essere donna in una società maschilista, la sfiducia e l’opposizione di chi le stava accanto…), ma ha saputo leggere i segni di Dio nella semplicità del quotidiano e vivere fino in fondo la sua missione. Tutto questo è riuscita a realizzarlo mantenendo la gioia di chi è certo dell’amore di Dio.

Teresa d’Avila non è dunque una santa di molti secoli fa, ma una donna pienamente attuale, che ha ancora molto da dire al mondo di oggi.

Persone e linguaggio

Persone e linguaggio

di Bruno Mastroianni

Le parole sono importanti.

È forse una delle frasi più ripetute in assoluto ogni volta che si parla di linguaggio e di comunicazione. Ed è una frase fondata: le parole sono ciò che ci rende capaci di esprimere il nostro pensiero di fronte agli altri e a nostra volta di capirli.

Ma questa importanza delle parole va bene intesa e in un certo senso relativizzata: va messa in rapporto, infatti, a ciò a cui le parole rimandano. Esse non sono meri pacchetti codificati di significati che ci scambiamo indicando in maniera più o meno chiara i nostri pensieri; sono molto di più. Ce ne accorgiamo quando entriamo in discussione con l’altro ed emerge il dissenso, cioè il diverso modo di vedere e di sentire la realtà. In quei momenti ci rendiamo conto che nelle parole mettiamo tutti noi stessi, le nostre relazioni, il valore che diamo alla realtà attorno a noi.

Questo insieme di relazioni significative che noi esprimiamo nelle parole dice chi siamo e chi vogliamo essere, dice come ci poniamo nei confronti degli altri, dice cosa è per noi il mondo e che posto vogliamo ritagliarci in esso. Per questo una discussione non è mai un semplice scambio di parole, è piuttosto un incontro (o uno scontro) tra mondi. È per questo che spesso finiamo in litigio: quella tensione che nasce dalla presenza di un altro mondo che mette alla prova il nostro ci spinge a rompere la relazione con l’altro e a porre fine al confronto.

Oggi, in un situazione di incontro costante prodotta dall’interconnessione, una delle capacità fondamentali per comunicare diventa allora l’autoironia, cioè il distacco da sé stessi.

Solo accettando con benevolenza i nostri limiti sapremmo anche accettare i limiti degli altri: è solo se ci si riconosce “manchevoli” che si riesce a stabilire punti di incontro con altri.

L’autoironia è la strada per sviluppare due capacità fondamentali nei confronti.

La prima è quella di saper ignorare le provocazioni: chi è autoironico sa passar sopra alla parte aggressiva delle espressioni altrui, senza offendersi, per prendere invece in considerazione la parte significativa, che c’è sempre. Ciò può ridare fiato al confronto anche quando sembra compromesso.

La seconda è quella di perdere la foga dell’ultima parola, che online è ancora più intensa visto che l’ultima frase rimane scritta a chiusura di una trafila di scambi. Chi ha un po’ di distacco in una discussione, una volta che ha espresso bene il suo pensiero si ferma perché sa che andare avanti all’infinito non porterebbe da nessuna parte.

L’autoironia è il “guardarsi da fuori”, anzi meglio: il sapersi guardare dal mondo dell’altro cercando di sintonizzarsi con ciò che per lui ha valore. Quando lo facciamo ci scopriamo capaci di far emergere nelle parole – pur nei mondi in conflitto – ciò che ci accomuna come persone. Che poi è la strada per comunicare.

 

Fonte: worldsocialagenda.org

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