Giacomo: «Chi sono per me Aldo e Giovanni? I miei volontari»

da | 10 Set 2014 | Giovani

«E io lo sono per loro. Vivere da soli è una noia mortale e poi gli altri ci salvano la vita. Spesso volontariamente».

Lettera aperta di Giacomo Poretti ai suoi due storici compagni di lavoro e amici nella vita.
Lettera sulla dimensione quotidiana del volontariato

Il gesto del volontariato appartiene all’immensa bellezza del cuore e al suo mistero. Ma esiste anche un volontariato più nascosto. Quello che mette in gioco l’amicizia disinteressata: quello che fa la spesa alla vicina che fa fatica a fare le scale; quello che accompagna il vicino dal dottore; quello che ridipinge l’appartamento alla vicina indigente; quello che permette di realizzare un sogno al vicino… Insomma, già essere vicini aiuta! Questo tipo di volontariato, che è più diffuso di quello che sembra, permette spesso la sopravvivenza di un numero elevato di persone. E’ casereccio, ma efficace. Un po’ timido e imbarazzato ma forse per questo molto potente.
 
Noi il volontariato lo facciamo quotidianamente fra noi stessi: Giacomo e Giovanni fungono da amorevoli badanti nel ricordare giornalmente ad Aldo i propri impegni: un’ora prima di ogni appuntamento lo chiamiamo per convocarlo in ufficio o sul set o a teatro, insomma nel luogo che avevamo stabilito; e lui, immancabilmente, dice: «Possibile? Non mi avete detto niente!». Se dipendesse dalla sua memoria, che è come quella dei pesci e svanisce dopo tre secondi, Aldo non sarebbe in grado di lavorare: perciò con questo atto di volontariato difendiamo la sua e la nostra professione.
 
Ma anche Giovanni ha i suoi problemi, soprattutto con i telefoni, i computer e i dvd player, diciamo con tutta la tecnologia. Giovanni è capace di chiamare anche 20 volte al giorno per chiedere come si fa a vedere le foto sul telefonino, come si apre un file zip, come si sceglie la lingua su un dvd. A volte telefona nel cuore della notte, anche per sapere come si fa a spegnere la tv. All’inizio sono irritati, ma poi, via via che passa il tempo e le capacità cognitive di Giovanni peggiorano, Aldo e Giacomo si armano di pazienza e come due infermieri di un ospizio si ritrovano a dare le istruzioni al telefono su come inviare sms.
 
Apparentemente Giacomino è quello che non necessita di attività di sostegno, eppure, se si ritrova nel mezzo di una discussione, è probabile che gli parta una crisi di ostinazione e allora è capace di sostenere che la capitale dell’impero romano era Bolzano, che il motore a scoppio fu inventato dagli Aztechi e che l’aria di Milano sia più pulita di quella di Cortina d’Ampezzo. Giovanni e Aldo lo lasciano sfogare, poi, quando inizia a sbraitare, estraggono un’orologio a cipolla e inducono Giacomino s seguire il movimento: dopo pochi secondi è ipnotizzato.

Questi episodi dimostrano che, da soli, non riusciremmo a vivere: Aldo mancherebbe ogni appuntamento, sarebbe un disoccupato e morirebbe di fame. Giovanni, se si smarrisse in una città straniera, non potrebbe chiedere aiuto, perchè, dopo aver spento il telefonino in aereo, per accenderlo deve sapere che cosa è il pin. Ma, siccome lui non conosce nessuna lingua straniera… Giacomino, se non avesse al fianco i due ipnotizzatori, rischierebbe di litigare e farsi aggredire da chiunque anche per argomenti banali. Insomma, vivere da soli è una noia mortale e poi gli altri ci salvano la vita. Spesso volontariamente.

autore: Giacomo Poretti
fonte: vita.it

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