Che male c’è?

«Che male c’è?», «che ho fatto di male?»
sono frasi che ordinariamente ci sentiamo dire come educatori, insegnanti, genitori e magari qualche volta diciamo pure noi.

Arrivano sempre puntuali dopo un’azione o una parola sbagliata, spesso sostenute da rabbia, grida, facce scure, musi lunghi. Le ascoltiamo dai bambini, dai ragazzi, dai giovani e, per ciascuna età, ci sono una consapevolezza e responsabilità di diverso livello.

Spesso il male non c’è davvero, né l’intenzione e alcune cose accadono per altri motivi; inoltre non bisogna vedere il male dovunque perché ciò crea abitudine, errori educativi, risposte errate. Certo ci stupiamo molto, soprattutto da docenti o educatori, quando sono i genitori a giustificare così i figli dopo una bravata o un danno di piccola o grande entità verso cose o persone.

Una volta, in famiglia, erano i nonni ad avere questo ruolo di “copertura” dei nipoti, ma si trattava di situazioni e contesti diversi, in cui l’intervento educativo chiaro e netto nei confronti del responsabile non mancava comunque. Anzi lo sbaglio e il relativo richiamo diventavano occasioni di dialogo, di chiarimento, di crescita, trasformando il male in bene e facendone un tesoro per il futuro: «Ora puoi andare, ma non dimenticartelo mai!». In quante famiglie queste dinamiche sono ancora presenti e vive, attuate da genitori, nonni, zii? Richiedono un notevole esercizio di fatica educativa, fatta di ascolto e di silenzio quando ci vuole, ma anche delle parole giuste e misurate al momento opportuno. Lo stesso vale a scuola in ogni ordine e grado, creando un sistema di intervento fatto da regole chiare, ruoli definiti, massima duttilità, eccezionale sapienza.

Il “male che c’è” non va nascosto o mascherato, così come non va esagerato o mistificato, ma deve essere affrontato con misura ed equilibrio, chiamato per nome e trasformato fin dove è possibile in qualcosa di positivo.
Tutte volte che lo chiameremo per nome, cioè riconoscendolo come negativo, allora sarà possibile affrontarlo davvero.

Nella saga di “Harry Potter” c’è un “oscuro signore” che nessuno vuole nominare, Lord Voldemort, ma il non farlo non diminuisce il suo intervento malefico in quei luoghi della fantasia; quando il giovane mago Harry trova la forza di pronunziarlo, riesce ad affrontarlo e a vincerlo volta per volta. Così come amiamo solo ciò che conosciamo davvero, allo stesso modo possiamo affrontare il male riconoscendolo e facendolo riconoscere per quello che è. Non si tratta di sperimentare varie forme di punizione o redigere regolamenti minuziosi, bensì è necessario un “metodo preventivo” che risvegli le coscienze e responsabilizzi ciascuno prima che parli o agisca negativamente. Sappiamo bene di non vivere nel mondo delle favole e dei fantasy in cui le bacchette magiche risolvono tutto, ma siamo consapevoli che ogni favola o fantasy nasce dal mondo della realtà e le formule da usare richiedono pazienza, prudenza, temperanza, fiducia, fortezza, speranza, amorevolezza, sapienza.

Marco Pappalardo

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