E’ nato un nuovo oratorio!

E’ nato un nuovo oratorio!

Educatori e docenti

Un oratorio che nasce come un albero in silenzio

 

Di Marco Pappalardo

 

Mentre la conclusione e le prime conclusioni del Sinodo sull’Amazzonia giustamente riempiono l’interesse dei media, porto l’attenzione su una piccola notizia diocesana – come un albero piantato nel silenzio che dà speranza di diventare una foresta – cioè l’inaugurazione di un nuovo oratorio a Catania.

Non distoglierà di certo i riflettori dalle grandi questioni, ma può aiutare a riportare i piedi per terra sul cammino silenzioso e ordinario, fedele e creativo, che avviene nelle Chiese locali.

Anche perché, fra pochi giorni, così sarà pure dell’Amazzonia, poiché – dobbiamo essere onesti – se non fosse stata per la scelta di Papa Francesco di indire un Sinodo, se ne sarebbe parlato solo per le questioni ambientali e non certo ecclesiali o pastorali. Vuol dire, pure, che con una spinta nuova in quelle terre si ritornerà a servire Cristo e l’umanità senza clamori, come prima del Sinodo, allo stesso modo in cui – seppure in circostanze diverse – lo si farà nell’Oratorio San Filippo Neri del capoluogo etneo.

Se il paragone sembrasse troppo ardito, aggiungo che le due realtà tanto lontane hanno un importante elemento in comune, cioè la “valorizzazione” dei laici, in più forme emerso nel documento sinodale e nella modalità di gestione di questo oratorio salesiano, visto che è animato da una coppia di sposi con ben quattro figli piccoli.

Nadia e Lorenzo, lei è avvocato, lui psicologo e docente, tutta l’adolescenza e la giovinezza impegnata con passione nel mondo salesiano. Senza lasciare le proprie professioni, con sacrifici e con un’ottima capacità organizzativa, hanno accolto anni fa la scommessa di diventare responsabili laici di un oratorio particolarmente significativo in città, dove i salesiani non riuscivano più ad essere presenti con una comunità, pur mantenendo la cura spirituale.

L’inizio – 12 anni fa – non è stato semplice, l’accoglienza non da tutti calda, persino da parte di alcuni laici; già capita quando cambia il prete o la suora per l’obbedienza dei superiori, figuriamoci se al posto di un religioso arriva una coppia di laici. Si sono dovuti ricredere tutti ed in poco tempo!

L’oratorio è rifiorito, la comunità educativa rinata, i cortili e la sale piene di ragazzi dalle 14 fino a tarda sera, tanti giovani ed adulti hanno riscoperto la propria vocazione educativa, alcuni – insieme a Nadia e Lorenzo – facendo la promessa come Salesiani Cooperatori.

Nel frattempo la famiglia cresce – fino a pochi mesi fa! – ed i piccoli si trovano in una grande famiglia, respirando l’aria buona dell’amorevolezza, in una casa bene inserita all’interno dello stesso istituto quasi per una specie impegno ad “inculturarsi”, per stare più vicini al territorio ed alla gente. Ma non finisce qui e sembrerebbe non concludersi bene!

La struttura, ampia e in una bella posizione in città, viene messa in vendita dai Salesiani, all’interno di una meditata e sofferta riorganizzazione della presenza in Sicilia, e acquistata da un’altra realtà educativa con finalità scolastica e culturale.

Nadia e Lorenzo sono naturalmente al corrente della situazione, non hanno alcun obbligo, possiedono un’abitazione al di fuori dell’istituto, lavorano entrambi, i figli richiedono sempre più attenzione crescendo. Non guardano tuttavia a sé stessi e, forti dell’amore di Dio, saldi come sposi, confortati dalla comunità oratoriana, si mettono a cercare in zona un luogo dove trasferire l’oratorio sull’esempio di Don Bosco agli inizi della sua esperienza a Torino.

La Provvidenza, come allora, aiuta chi non si dà per vinto ed un parroco gli mette a disposizione alcuni ambienti provvisori, accogliendoli familiarmente. Come il Santo dei giovani, si spostano là con uno stuolo di ragazzi, animatori, educatori e materiale, mentre sognano una “casa” stabile, e la “casa” arriva, là vicino, tutta da ristrutturare ma è il posto giusto, quello di un Oratorio per tutti, inaugurato dopo alcuni mesi di intenso lavoro pochi giorni fa, a servizio di due quartieri popolari della città.

Non c’è per questa realtà un “documento finale”, ci sono ancora sforzi economici da fare, ma tutto comincia ora con le parole di ringraziamento di Nadia e Lorenzo: «Un grazie a Don Bosco che ci chiama a rendere ogni giorno la nostra vita un capolavoro ricevendo più di quanto doniamo!».

La povertà in Italia

La povertà in Italia

Educatori e docenti

In Italia sono oltre un milione e 260 mila i bambini che vivono in condizioni di povertà assoluta; negli ultimi dieci anni sono triplicati: passando dal 3,7% del 2008, pari a 375 mila, al 12,5% del 2018. Di questi bambini: 563 mila vivono nel sud, 508 mila al nord e 192 mila al centro. A denunciare la condizione dei minori in Italia è Save the Children nell’Atlante dell’Infanzia a rischio

Un paese «vietato ai minori», dove negli ultimi dieci anni il numero dei bambini e ragazzi in povertà assoluta è triplicato, raggiungendo quota 1,2 milioni. Dove ci sono sempre meno nascite, si riducono sempre più gli investimenti nella spesa sociale per l’infanzia e l’istruzione, cresce la dispersione scolastica e gli studenti sono costretti in scuole non sicure: oltre 7mila sono vecchi e più di 21mila senza certificato di agibilità. È la fotografia dell’Italia scattata dal decimo Atlante dell’Infanzia di Save The Children, la pubblicazione a cura di Giulio Cederna e intitolata “Il tempo dei bambini” che fa il bilancio della condizione dei bambini e adolescenti in Italia negli ultimi dieci anni. Scoprendo che i giovani italiani leggono sempre meno libri ma passano sempre più tempo on line: la percentuale di”iperconnessi” è aumentata di quasi il 40% tra il 2008 e il 2018.

Il rapporto è stato presentato in 10 città italiane in occasione del lancio della nuova edizione della campagna “Illuminiamo il futuro” contro la povertà educativa. Campagna accompagnata da una petizione on line con l’hashtag #italiavietatAiminori per il recupero di 16 spazi pubblici abbandonati sparsi per la penisola, da destinare ad attività extrascolastiche gratuite per i bambini e a spazi scolastici sicuri.

Minori in povertà

Secondo Save The Children la percentuale di minori che in Italia oggi vivono in povertà assoluta, ovvero senza i beni indispensabili per condurre una vita accettabile, è più che triplicato, passando dal 3,7% del 2008 al 12.5% del 2018. Un record negativo tra i Paesi europei, dicono i dati, che è peggiorato negli anni più duri della crisi economica, tra il 2011 e il 2014, quando è passato dal 5% al 10%. In termini assoluti, sottolinea l’organizzazione per l’infanzia, i numeri sono ancora più impressionanti: nel 2008 i minori in questa condizione erano circa 375mila, nel 2014 già sfioravano 1, 2 milioni. Oggi sono 1,26 milioni (563mila nel mezzogiorno, 508mila a nord e 192mila al Centro). «Fortissimi», secondo il rapporto, i divari territorialise in Emilia Romagna e Liguria poco più di un bambino su 10 vive in famiglie con un livello di spesa molto inferiore rispetto alla media nazionale, questa condizione peggiora in regioni del Mezzogiorno come la Campania (37,5%) e la Calabria (43%). Una povertà che si manifesta nella mancanza di beni essenziali, lo stretto indispensabile per una vita dignitosa: un’alimentazione e un’abitazione adeguata: nel 2018, infatti, sono 453mila gki under 15 che hanno beneficiato di pacchi alimentari.

La spesa per l’infanzia: «Bassa e ingiusta»

«In un paese impoverito, in cui si fanno sempre meno figli e in cui il tema dell’integrazione dei “nuovi italiani” diventa sempre più urgente», dice Save The Children, l’Italia continua a «non avere un Piano strategico per l’infanzia dotato di adeguati investimenti». Secondo i numeri, infatti, siamo tra i paesi Ue che meno investe nell’infanzia, con forti divari anche a livello territoriale: a fronte di una spesa sociale media annua per famiglia e minori di 172 euro pro capite da parte dei comuni, la Calabria si attesta sui 26 euro e l’Emilia Romagna a 316. Un divario che penalizza il Sud e in particolare tutte quelle aree che sono state colpite dalla mancata definizione dei Livelli essenziali delle prestazioni sociali (LEP) previsti dalla riforma del Titolo V della Costituzione. In mancanza di un intervento di riequilibrio da parte dello Stato centrale, i divari territoriali e regionali sono cresciuti, piuttosto che diminuire, nel corso degli anni.

Meno fondi, più abbandoni e scuole non sicure

Secondo l’Ocse l’Italia spende per istruzione e università circa il 3,6% del Pil a fronte di una media degli altri paesi del 5 per cento, ricorda Save The Children, sottolineando che la causa di questo ritardo «va ricercata in un’azione precisa, consapevole e devastante», ovvero la spending review dispensata dalla riforma del 2008, che «ha scippato alla scuola e all’università 8 miliardi di euro in 3 anni». Così la spesa per l’istruzione, spiega ancora l’organizzazione per l’infanzia, è crollata dal 4,6% del Pil del 2009 fino al minimo storico del 3,6% del 2016 (ultimo dato Ocse disponibile), mentre nello stesso periodo «molti paesi europei» portavano «gli investimenti nel settore istruzione e ricerca al 5,3% di Pil, per poi scendere al 5% negli anni a seguire». Un «tempo perso» che, secondo Save The Children, si traduce ogni anno «in centinaia di migliaia di bambini persi alla scuola», ovvero i cosiddetti “Early school leavers”, su cui l’Italia – pur avendo fatto significativi passi in avanti – resta indietro, attestandosi attualmente a un 14,5%. Resta il nodo della sicurezza: i dati parlano di 21.662 istituti scolastici che in Italia non hanno un certificato di agibilità e di 24mila senza certificato di prevenzione per gli incendi.

Sempre meno libri, sempre più Web

L’indigenza diventa anche povertà educativa: nel 2008, secondo i dati, i ragazzi che non leggevano nemmeno un libro oltre quelli scolastici erano il 44,7%, dopo 10 anni sono diventati il 47,3 per cento. Meno stimoli culturali e meno sport – un under 17 su 5 non pratica nessuna attività sportiva – ma sempre più Web: nel 2008 il 23,3% dei minori non usava quotidianamente Internet, quota che è scesa nel 2018 a solo il 5,3%, con una riduzione del digital divide tra Nord e Sud del paese.

 

Fonte: Vita.it

Hate speech

Hate speech

Educatori e docenti

di Sara De Carli per Vita.it

«La quotidianità dei nostri ragazzi è infarcita di hate speech: il punto è che non c’è la percezione della gravità di sistema del linguaggio d’odio, perché quello è l’unico mondo che i ragazzi conoscono. Anche quando c’è una reazione, spesso è un “regolamento di conti” in cui l’adulto non esiste mai»: la riflessione di Emanuele Russo dopo l’esperienza in 410 scuole con il progetto #iorispetto

 «Il bullismo è la punta iceberg, ma la quotidianità dei nostri ragazzi è infarcita di discorso d’odio: sui social hanno costantemente esperienza di ciò. Solo che quasi nessuno lo percepisce come tale, non percepiscono la differenza fra questo e discorsi e relazioni basati sul rispetto… di conseguenza non lo vivono come problema. Anche noi adulti siamo bersagliati dall’hatespeech, ma siamo cresciuti in un contesto diverso, lo riconosciamo e capiamo come neutralizzarlo. I ragazzi che oggi sono alle medie, no». A parlare così è Emanuele Russo, referente per i progetti di Educazione alla Cittadinanza Globale (CGE) di CIFA. Con il progetto #iorispetto, cofinanziato dall’AICS e partito a marzo 2018, hanno coinvolto 410 classi delle scuole secondarie di primo grado, in 130 comuni, con l’obiettivo di rafforzare le competenze professionali dei docenti sul contrasto al discorso d’odio, alla cittadinanza attiva e all’inclusione sociale, così da favorire, attraverso metodologie partecipative, l’attivazione consapevole degli alunni per il contrasto alla discriminazione e ai discorsi d’odio.

«Il progetto è un laboratorio di contrasto al linguaggio d’odio, diverso da un progetto sul bullismo. Siamo interessati a definire cos’è il discorso d’odio, dando a bambini e insegnanti strumenti per riconoscerlo, identificarlo e affrontarlo», spiega Russo. E cos’è l’hate speech? «Qualcosa che non è solo la singola parola o insulto, magari su momento di rabbia… il discorso d’odio è una narrazione protratta nel tempo che mina la dignità della persona ed è un primo passo lungo una china che può arrivare anche al crimine d’odio. In persone che stanno costruendo la loro personalità, fa la differenza crescere o no in un clima in cui è legittimo e accettabile denigrare un’altra persona per caratteristiche personali, religiose, etniche… Se questo è accettabile, non avranno gli strumenti interiori per opporsi e anche chi ne è bersaglio rischia di derubricare il tutto come una presa in giro. Ecco, noi abbiamo lavorato su questo, sul riconoscere, decodificare e imparare ad affrontare».

Per Russo non è tanto questione di competenze social: «già alle medie la dimensione del rapporto con i social è pervasiva, ci saranno uno o al massimo due ragazzi per classe che non hanno lo smartphone o non sono sui social, peraltro devo dire che questa cosa almeno in apparenza non viene denigrata. Conoscono bene le dinamiche dei social e le usano, il punto è che non c’è la percezione della gravità di sistema del linguaggio d’odio, perché quello è l’unico mondo che conoscono». Il tema è questo. E il fatto che, di conseguenza, i ragazzi «fanno fatica a capire la necessità di far uscire questo discorso dalla sfera privata, dalla logica del “regolamento di conti”. Difficile far passare che questa cosa deve essere affrontata da tutti, altrimenti il problema si sposta ma non si risolve. Ognuno se la gestisce da solo ed è anzi un vanto sapersi difendere da solo. Abbiamo visto anche una discreta capacità di rispondere come “branco” se viene toccato un amico particolarmente importate, ma quel che colpisce è che l’adulto non esiste mai in queste dinamiche regolamenti di conti. Si difendono e non prevedono quasi mai l’intervento di adulto, perché esiste negli adulti un tale gap di conoscenza sui social e sul digitale, che un adulto non viene preso in considerazione nella soluzione perché non sa neanche quali sono i social che usano i ragazzi. Per questo chi ha più di 40 anni, dobbiamo tutti metterci a studiare».

Il progetto #iorispetto, di cui CIFA è capofila, vede un partenariato composto anche da Amnesty International Italia, Ammi, Corep e Icei. Fra gli strumenti utilizzati c’è uno speciale kit di Amnesty Kids dedicato all’hatespeech, con quaderni operativi per alunni per attivarsi e diventare cittadini attivi; il teatro sociale di comunità; l’incontro con mediatori multiculturali. «Non entriamo in classe chiedendo “avete vissuto situazioni di hatespeech? Come vi siete comportati?”, ma esordiamo chiedendo ai ragazzi “sapete che le parole hanno pesi diversi e possono fare male?”», continua Russo. In 410 classi è stato distribuito il kit costruito apposta per il progetto, con cinque unità didattiche, AMMI ha partecipato con un mediatore che ha affrontato la dimensione multiculturale del discorso d’odio, COREP ha messo la sua esperienza nelle metodologie teatrali e partecipative per affrontare l’hatespeech in classe e non lasciar cadere i problemi che si presentassero in classe. Sono stati formati 90 insegnanti, con tre corsi residenziali (a Palermo, Albano Laziale e Torino), i ragazzi sono stati coinvolti anche in due iniziative di raccolta firme lanciate da Amnesty International per bambini che avevano subito violazioni di diritti umani e in un contest di disegni per un mondo senza odio, con una delegazione di 10 ragazzi che ha consegnato migliaia di disegni al MIUR.

Crediamo molto nella necessitò del protagonismo giovanile e in attività di educazione alla cittadinanza e ai diritti umani volte a far sì che le persone diventino attive sul loro territorio. Perché diritti umani e inclusività sono cose che si praticano, non che si studiano. Emanuele Russo, CIFA

«Noi come CIFA crediamo molto nella necessitò del protagonismo giovanile e in attività di educazione alla cittadinanza e ai diritti umani volte a far sì che le persone diventino attive sul loro territorio, poiché diritti umani e inclusività sono cose che si praticano, non che si studiano. La filosofia di approccio, come CIFA, è quella dei tre cerchi: il primo cerchio è il bambino, beneficiario ultimo, che può imparare e decidere di attivarsi ma che non può fare molto se la comunità educante intorno a lui non è sensibilizzata, perché un bambino parla se ha qualcuno che lo ascolta. Il secondo cerchio è la comunità educante – genitori, insegnanti, associazionismo, abbiamo fatto alcuni laboratori con i genitori, qualche volta venuti bene qualche volta no. Il terzo cerchio è la comunità pubblica, se la comunità educante non sta in un contesto in cui la componente politica è sensibile, poco si può fare. Il progetto deve raggiungere tutti e tre i cerchi, altrimenti resta un po’ monco. Il lavoro al terzo livello lo abbiamo fatto su pochi Comuni (Palermo, Milano, Matelica e Pomezia, Albano laziale) servirebbero fondi diversi e tempi più ampi, di almeno due o tre anni».

Dall’11 al 13 novembre, sei classi che si sono particolarmente distinte, andranno a Torino per una tre giorni di incontro e chiusura del progetto: il 12 novembre lasceranno i loro messaggi e disegni su un grande tappeto rosso che verrà consegnato al Comune di Torino.

Fridays for future e noi

Fridays for future e noi

Educatori e docenti

​Non si sogna mai da soli.

Dedicato agli Educatori

 

Di Mauro Magatti, in generativita.it

 

Fridays For Future è un movimento che va preso sul serio perché, forse persino aldilà della consapevolezza dei suoi attori, sta dicendo qualcosa di importante al nostro mondo, portando alla luce una critica di cui chi sta all’interno dell’ordine normale delle cose (noi adulti) sembra non riuscire a cogliere portata e urgenza. Bisogna saper discernere. Ma sarebbe sbagliato non ascoltare.

In fondo, è la prima volta dal 1968 che le nuove generazioni si organizzano per protestare contro il mondo degli adulti. Un mondo che, formatosi proprio negli ultimi cinquant’anni, oggi si scontra con una serie di gravi contraddizioni. Nel 1968 si protestò contro l’autorità, il paternalismo, la rigidità dei modelli di vita; oggi la protesta è centrata sui temi del riscaldamento globale, degli stili di vita, della distruzione dell’ecosistema.

Allora a scendere in piazza furono i giovani studenti che frequentavano le università più prestigiose dell’Europa e degli Stati Uniti d’America; oggi i protagonisti sono adolescenti che vivono nelle principali città di tutto il mondo. A dire che per trovare una voce critica si è dovuti andare ancora più a ritroso nell’età, tra chi ancora è sulla soglia della vita: se a prendere l’iniziativa sono oggi gli adolescenti forse è perché i giovani che hanno qualche anno di più sono già stati in buona misura assimilati al modo di vita dominante. «Ci avete rubato i nostri sogni», è stata l’espressione ripresa dalla stampa mondiale per riassumere il discorso che la piccola Greta – simbolo suo malgrado di questo movimento globale emergente – ha pronunciato davanti all’assemblea dell’Onu.

Una frase potente ed evocativa ma il cui significato rimane ambivalente. Che cosa vogliono dire i ragazzi? Per alcuni aspetti, questa frase sembra esprimere risentimento. Come se gli adolescenti fossero arrabbiati perché si rendono conto di essere la prima generazione che rischia di non poter accedere ai livelli di benessere che sono stati goduti dagli adulti. Tagliati fuori da quel ‘godimento’ che vedono attorno a loro e a cui pure aspirerebbero.

Ma l’espressione di Greta può rinviare anche a un diverso significato. La domanda che bisogna farsi è infatti la seguente: perché e chi ha rubato i sogni visto che nessuno ne aveva intenzione? Non è questa una cosa sorprendente – e forse persino scandalosa – per una generazione di adulti che l’ultima cosa che avrebbe pensato è di arrivare ad un tale risultato? Vista in questa prospettiva, la protesta dei ragazzi – che non può che essere un po’ naïve – può diventare una preziosa occasione per riflettere criticamente sul nostro modo di vita. Il problema è la radice antropologica del modello di sviluppo che si è affermato negli ultimi cinquant’anni, a partire dal ’68 e cresciuto poi nell’habitat neoliberista: l’origine dei nostri problemi non è forse aver detto che ogni singolo individuo è portatore del proprio sogno e che l’economia è il sistema deputato ad aumentare le opportunità disponibili? È perché ha creduto in questa idea che la nostra generazione ha finito per costruire un mondo in cui alla fine i sogni non esistono più. Semplicemente perché ce li distruggiamo a vicenda, distruggendo nel contempo tutto ciò che ci circonda.

È questo il nodo che va affrontato per aprire una prospettiva davvero nuova e impegnativa. La natura della crisi sistemica di quel riscaldamento globale che minaccia il futuro della vita è il sintomo della reazione del pianeta Terra nei confronti di quella modalità predatoria adottata da miliardi di Io, ‘ciascuno perso dietro ai fatti suoi’ per citare Vasco Rossi. I sogni di tutti possono essere coltivati solo a condizione che si torni a comprendere che siamo tutti intimamente legati gli uni gli altri, nel quadro di una serie di compatibilità (che abbiamo invece rimosso). E chiaro che il movimento degli adolescenti non riesce a cogliere tutte implicazioni profonde della protesta che pure ha il merito di portare alla luce.

Ma non ci si illuda. Come è successo col ’68, ci aspettano anni in cui la faglia apertasi con Fridays For Future si approfondirà, trasformando un po’ per volta il nostro modo di vivere. Con tutte le ambivalenze che processi di questi tipo necessariamente generano. Da un lato, le spinte fondamentaliste miranti alla contrapposizione frontale nei confronti dell’organizzazione esistente; dall’altro la rapida omologazione di ogni discorso col tentativo da parte dei grandi interessi di appropriarsi e sterilizzare le idee espresse degli adolescenti. In mezzo c’è lo spazio per un cammino di cambiamento culturale vero, che superi l’idea individualistica e restituisca centralità della dimensione relazionale della nostra vita personale e sociale. Che è la vera questione da affrontare. I giovani hanno tutto il diritto di sognare. Non smettano di farlo! Imparando però la lezione che i fallimenti della nostra generazione insegna: non si sogna mai da soli. Si sogna sempre con gli altri, su un pianeta che ci ospita e in un cosmo che ci abbraccia.

Persone e linguaggio

Persone e linguaggio

Educatori e docenti

di Bruno Mastroianni

Le parole sono importanti.

È forse una delle frasi più ripetute in assoluto ogni volta che si parla di linguaggio e di comunicazione. Ed è una frase fondata: le parole sono ciò che ci rende capaci di esprimere il nostro pensiero di fronte agli altri e a nostra volta di capirli.

Ma questa importanza delle parole va bene intesa e in un certo senso relativizzata: va messa in rapporto, infatti, a ciò a cui le parole rimandano. Esse non sono meri pacchetti codificati di significati che ci scambiamo indicando in maniera più o meno chiara i nostri pensieri; sono molto di più. Ce ne accorgiamo quando entriamo in discussione con l’altro ed emerge il dissenso, cioè il diverso modo di vedere e di sentire la realtà. In quei momenti ci rendiamo conto che nelle parole mettiamo tutti noi stessi, le nostre relazioni, il valore che diamo alla realtà attorno a noi.

Questo insieme di relazioni significative che noi esprimiamo nelle parole dice chi siamo e chi vogliamo essere, dice come ci poniamo nei confronti degli altri, dice cosa è per noi il mondo e che posto vogliamo ritagliarci in esso. Per questo una discussione non è mai un semplice scambio di parole, è piuttosto un incontro (o uno scontro) tra mondi. È per questo che spesso finiamo in litigio: quella tensione che nasce dalla presenza di un altro mondo che mette alla prova il nostro ci spinge a rompere la relazione con l’altro e a porre fine al confronto.

Oggi, in un situazione di incontro costante prodotta dall’interconnessione, una delle capacità fondamentali per comunicare diventa allora l’autoironia, cioè il distacco da sé stessi.

Solo accettando con benevolenza i nostri limiti sapremmo anche accettare i limiti degli altri: è solo se ci si riconosce “manchevoli” che si riesce a stabilire punti di incontro con altri.

L’autoironia è la strada per sviluppare due capacità fondamentali nei confronti.

La prima è quella di saper ignorare le provocazioni: chi è autoironico sa passar sopra alla parte aggressiva delle espressioni altrui, senza offendersi, per prendere invece in considerazione la parte significativa, che c’è sempre. Ciò può ridare fiato al confronto anche quando sembra compromesso.

La seconda è quella di perdere la foga dell’ultima parola, che online è ancora più intensa visto che l’ultima frase rimane scritta a chiusura di una trafila di scambi. Chi ha un po’ di distacco in una discussione, una volta che ha espresso bene il suo pensiero si ferma perché sa che andare avanti all’infinito non porterebbe da nessuna parte.

L’autoironia è il “guardarsi da fuori”, anzi meglio: il sapersi guardare dal mondo dell’altro cercando di sintonizzarsi con ciò che per lui ha valore. Quando lo facciamo ci scopriamo capaci di far emergere nelle parole – pur nei mondi in conflitto – ciò che ci accomuna come persone. Che poi è la strada per comunicare.

 

Fonte: worldsocialagenda.org

Un’avventura con e per i giovani

Un’avventura con e per i giovani

Educatori e docenti

di Anna Spena per Vita.it

Ad un anno dall’inizio del progetto “Donmilani2: Ragazzi Fuoriserie”, selezionato dall’impresa sociale Con i Bambini, la fondazione organizza un momento d’incontro per raccontare gli adolescenti di oggi. «L’adolescenza non è una malattia», dice lo psichiatra e scrittore Vittorino Andreoli che ha partecipato alla tavola rotonda. «Quindi smettiamo di “psichiatrizzarla”»

Immaginate un convegno. Poi smontate quest’idea. È quello che è successo a Milano per la giornata conclusiva del 31° Capitolo “Cercando l’Altro”, organizzato dalla Fondazione Exodus di don Antonio Mazzi nella sua prima storica sede nel Parco Lambro.

La Tavola rotonda, alla quale hanno partecipato il Prefetto di MilanoRenato SacconeVittorino Andreoli, Psichiatra e Scrittore, Eraldo Affinati, Scrittore, Docente e Direttore Scuola “Penny Wirton”, lo psicologo e psicoterapeuta Matteo LanciniVincenzo De Bernardo di “Con i Bambini”, Franco Taverna, Responsabile Progetto ”Donmilani2: Ragazzi Fuoriserie” e, ovviamente il “padrone di casa”, Don Antonio Mazzi, è nata per raccontare quello che è successo durante il primo anno del progetto “Don Milani2: Ragazzi Fuoriserie”, selezionato dall’impresa sociale Con i Bambini nell’ambito del Fondo per il contrasto della povertà educativa minorile – Bando Adolescenza. Un vero momento d’incontro e confronto su un tema difficile, complesso eppure tanto affascinante che è l’adolescenza, al quale ha preso parte anche Caterina AntolaPresidente Municipio 3 del Comune di Milano, in cui si torva la Cascina Molino Torrette di Exodus.

“Invece di fare una comunità”, ha esordito don Mazzi, “tanti anni fa ho deciso di intraprendere un’avventura con e per i giovani. Questa avventura continua ancora oggi, anzi, si allarga”. “Questa”, ha sottolineato appunto don Mazzi, “non è la solita tavola rotonda ma un momento di relazione che ho fortemente voluto per raccontarvi uno straordinario progetto educativorischioso e bellissimo – ma che sentiamo di dover fare. Quando parliamo di adolescenti usciamo dai soliti schemi. Gli adolescenti di oggi vanno capiti, ascoltati e hanno bisogno di iniziative nuove”.

Per questa ragione da alcuni anni la Fondazione prova a dare il suo contributo per realizzare una scuola nuova. “Grazie al contributo dell’impresa sociale Con i Bambino”, dice Franco Taverna, “siamo riusciti a potenziare ancora di più il nostro impegno per contrastare la povertà educativa. Il Don Milani2: Ragazzi Fuoriserie, presente in dieci poli su tutto il territorio nazionaleha un obiettivo preciso: “Lavorare sulle relazioni”, continua Franco Taverna, Coordinatore Nazionale del progetto, “perché quello che abbiamo imparato dalla nostra esperienza è che la povertà educativa non è solo diretta conseguenza di quella economica, ma affonda le sue radici nella difficoltà di gestione delle relazioni: tra genitori e figli, tra studenti e insegnanti, tra giovani ed educatori”.

“La presa in carico”, continua Vincenzo De Bernardo, “non è più solo delle persone svantaggiate, ma dei territori interi. E quindi sì, è sulle relazioni che si deve investire. Perché è vero: la povertà educativa non è solo una questione economica. Basti pensare ai figli dei camorristi o dei boss mafiosi: non si può dire di loro che siano poveri. Ma sono anche loro privati di qualcosa no?

Un conto è la crescita, un altro è lo sviluppo. E non può esserci sviluppo senza libertà. E quando si ottiene la libertà? Solo quando le persone sono messe in condizioni, fin da bambini, di esigere certi diritti: il diritto di studiare, di leggere, quello di vedere la bellezza.

Ecco, la Fondazione con il Sud, da cui l’impresa sociale Con i Bambini è nata, vuole lavorare sulle persone”.

Ma che cos’è davvero l’adolescenza? Quella dello psichiatra e scrittore Andreoli è stata una risposta onesta: “Non è una malattia”, ha detto (e il pubblico di 500 giovani ha sorriso ndr), “ma un periodo della vita che poi passa. Oggi tutti cercano di “psichiatrizzarla”, ma io non sono d’accordo. L’adolescenza è innanzitutto uno spazio in cui, per natura, “si è contro”.

a volte l’essere contro insegna ai giovani a capire il mondo fatto di contraddizioni. Mi sento anche di aggiungere un’altra considerazione: oggi non è più possibile parlare di adolescenza, ma dovremmo invece parlare di “adolescenze”. Io ne riconosco tre. Quella “conflittuale”, che si potrebbe anche chiamare adolescenza normale. Conflittuale significa “desiderare due cose diverse” e il nostro ruolo come adulti è quello di aiutare i ragazzi e fargli capire che c’è sempre una scelta da fare, senza mai giudicarli.

Poi c’è l’adolescenza difficile, che si caratterizza per un comportamento ripetitivo e dominante di non accettazione al quale dobbiamo prestare attenzione e infine c’è l’adolescenza malata che è rara. Quindi smettiamo di trattare tutti i ragazzi come materiali da psichiatria, non lo meritano”. Ma con i ragazzi bisogna lavorare anche su tre grandi temi che caratterizzano l’adolescenza e quasi ossessionano i giovani: la bellezza, la morte e il denaro.

“La prima”, continua Andreoli, “è che la bellezza non può essere chiusa in uno schema. E se non si è simili a questo schema i ragazzi non si sentono all’altezza. Quindi, aiutiamoli a gestire il non sentirsi belli. Secondo insegniamoli che cos’è la morte. Perché è il primo passaggio per capire che la vita è sacra e non si può giocare con la morte: né uccidere né uccidersi. E poi dobbiamo aiutare i nostri ragazzi a capire che la vita ha bisogno del denaro, ma non è il denaro”.

Uno dei grandi problemi delle “adolescenze di oggi” è che si cresce dentro a dei modelli.

“Società”, dice lo psicoterapeuta Matteo Lancini, “che fin da piccoli crescono i ragazzi nell’illusione del “successo a tutti i costi e alla popolarità”. E poi se i ragazzi non raggiungono queste false aspettative si sentono dei falliti. E allora educhiamo i nostri ragazzi al fallimento senza però confondere l’educazione al fallimento con la mortificazione.

E prepariamoci anche ad essere delusi, che anche la delusione servecome genitori, insegnanti ed educatori”.

“Io sono stato uno studente difficile, ma poi quella “difficoltà” mi è servita nella vita”, racconta lo scrittore e fondatore della scuola Penny Wirton, Eraldo Affinati, ai ragazzi in platea. “La scuola non è un luogo dove devono essere curati i sani, ma i malati. Anche per questo, con mia moglie, ho fondato la scuola. Oggi insegniamo “la lingua” ai ragazzi migranti. Perché se non conosci la lingua non puoi neanche esprimere le tue emozioni. Insegnare una lingua significa sanare una piega, cucire uno strappo, asciugare una lacrima. E agli educatori voglio dire che esistono più sconfitte che vittorie. Educare a volte significa ferirsi e stare attenti alle domande dei giovani, più che alle risposte. La nostra è la responsabilità dello sguardo altrui, lo sguardo dei ragazzi”.

Adesso la Fondazione si prepara ad affrontare il secondo anno di progetto…

 

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