Don Bosco e noi

da | 25 Ago 2015 | La buona parola

Una storia che continua partendo da un’immensa gratitudine.

Che il mondo dell’educazione abbia avuto una svolta ed una ventata di aria buona grazie a Don Giovanni Bosco è un dato riconosciuto anche da diversi onesti manuali di Storia della Pedagogia.

Victor Hugo ha detto di lui: «Don Bosco è un uomo da leggenda», mentre Umberto Eco: «La genialità dell’Oratorio di Don Bosco è che essa prescrive ai suoi frequentatori un codice morale e religioso ma poi accoglie tutti».

Le testimonianze celebri potrebbero continuare, ma più che le parole sono i fatti a parlare e le storie di vita che, sparse in tutti i continenti, sarebbe davvero impossibile raccogliere per il vasto numero. Basta girare un po’ per il mondo o solo la nostra città, per rendersi conto di vie, piazze, ospedali, parrocchie, scuole che portano il suo nome, per non parlare delle statue anche nei luoghi più sperduti.

Egli è patrimonio di tutta la Chiesa e, per il suo metodo educativo, pure di altre fedi religiose o della società civile.

Negli anni scorsi, il viaggio dell’urna con le reliquie del Santo ha toccato i tanti Paesi in cui sono presenti oggi i salesiani, laici o consacrati, dimostrando un’accoglienza straordinaria pure in quelli dove i cristiani sono una minoranza.

È dunque il metodo educativo che appassiona e coinvolge donne e uomini di ogni razza, nazionalità e confessione, un metodo che è un progetto di vita piena e abbondante per i giovani, che guarda alla crescita completa della persona e a formarla nell’onestà e nella bontà. Il 16 agosto è stat la data del suo duecentesimo compleanno, una festa – ormai giunta alla conclusione – che non è stato uno sdolcinato ricordo del passato bensì una memoria viva e ricca di profezia.

Don Bosco educatore è un vero patrimonio dell’umanità e l’etimologia ci viene in aiuto con i diversi significati: la prima parte della parola deriva chiaramente dal latino pater, la seconda da munus che può significare “dono”, “bene”, “compito”.

Seguirlo vuol dire innanzitutto considerarlo un dono per tutti, un prezioso regalo che nessuno può tenere per sé, neanche il mondo salesiano, ma deve essere donato totalmente e “fino all’ultimo respiro”.

Significa oggi valorizzare questo bene ricevuto e farlo fruttare con originalità, fedeltà, sacrificio. Impegna gli educatori ad assumere il compito, arduo e speciale, di portare la gioventù al bene e di realizzarsi come donne e uomini dai profondi valori.

Eppure è il termine padre che aiuta a capirlo meglio: ricorda l’abbraccio paterno quando dice basta che siate giovani perché io vi ami assai e sceglie di farsi tutto a tutti per i ragazzi nelle carceri del suo tempo; ma è allo stesso tempo papà e mamma quando fa della sua casa una casa per tutti, dell’oratorio una famiglia, del futuro una possibilità per tanti.

Forse è questa la vera grande eredità lasciata e da continuare a coltivare finito il Bicentenario: sostenere le famiglie nell’educazione dei figli, ma anche essere mamme e papà per chi non c’è l’ha o vive rotture in famiglia, per una generazione senza figure genitoriali significative, per chi non crede più in stesso o non ha prospettive, per chi ha perso la speranza e vive nella povertà, per chi è violentato e sfruttato, per chi non può studiare e realizzarsi nel lavoro, per chi cerca risposte alle domande sul senso della vita, per chi è alla ricerca di Dio e della sua vocazione.

Un “povero sognatore” di campagna, nato 200 anni fa, è divenuto un seme fecondo nel grande campo dell’educazione, adesso il seme è un albero dalle ampie radici e dai tanti rami frondosi.

 

Marco Pappalardo

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