Propositi ambiziosi per il 2020

Propositi ambiziosi per il 2020

Propositi ambiziosi per il 2020

di Costanza Miriano

 

Per questo 2020 che inizia ho un proposito molto ambizioso, che però credo si infrangerà sullo scoglio della mia umanità verso mezzanotte e quaranta, a meno che non riesca ad andare a letto prima, nel qual caso potrà resistere fino a domattina sul tardi, perché non parlo mai prima di avere preso due caffè. Vorrei imparare a controllare le mie parole. Come dice la lettera di Giacomo non è vero che quello che pensiamo condiziona quello che diciamo.

Molto spesso è vero anche il contrario. Spesso lasciamo che le parole partano senza troppo pensare – un pensiero solido organizzato, serio e non emotivo è una rarità – e lasciamo che vadano dietro al nostro mondo emotivo, e così diciamo con leggerezza cattiverie a volte anche inutili, spesso ingiuste, a volte anche giuste ma non necessarie. E piano piano le nostre parole modificano ciò che sentiamo, ciò che pensiamo, e infine come viviamo. Sembra un cambiamento da poco, ma è una leva potentissima per la nostra conversione. Non per niente abbiamo due barriere, i denti e le labbra, per cercare di frenare la voce. E non per niente abbiamo due orecchie, mentre di bocca una sola, perché dovremmo ascoltare più che parlare. Il silenzio, più spesso possibile.

Un silenzio che ascolta davvero gli altri: quante volte nelle conversazioni ci è capitato di notare di non essere ascoltati?

E quante volte anche noi forse parlando con qualcuno non avremo ascoltato. Io ho diverse amiche molto capiscione, come le chiamo io, cioè capaci di ascoltare davvero e di capire, ma sono una rarità, e non sono neppure sicura di essere capace di fare altrettanto per loro. Sembra un cambiamento da poco, ma non lo è. Una volta a un’omelia di un matrimonio il sacerdote si è raccomandato di non commentare la festa che sarebbe seguita: se i camerieri saranno in ritardo, se il riso sarà freddo, se l’invitata seduta vicino a noi antipatica. Non dite niente. Zero. Io lì per lì mi sono chiesta che senso avesse. Cioè, non parlare male dell’invitata posso anche capirlo.


Ma che male c’è a dire che il riso è freddo? Eppure è vero, è proprio cambiare lo sguardo, adottare un altro paradigma, cominciare a ringraziare per quello che c’è: c’è una festa, sono stata invitata, c’è del cibo e anche oggi posso mangiare, ho degli occhi per vederlo e le mani per portarlo alla bocca.
Quando cominci a spegnere le mormorazioni e ad accendere questo sguardo – azionare l’App Occhi, marchioregistrato – cambia anche il cuore. Mi è capitato anche di notare che quando con un’amica ti lasci andare alle critiche a qualcuno (ovviamente per il suo bene, per carità), le critiche si autoalimentano. Ne trovi sempre di nuove, e altre persone a cui destinarle. Sparlare è uno sport di resistenza, e più sei allenato più ti riesce.

Il silenzio poi ci permette di ascoltare la voce di Dio. Silenzio dalle parole ascoltate, dette e scritte, come ha detto ieri il Papa, invitandoci a spegnere i telefonini (il problema per me è ricordare dove nascondo quelli dei miei figli, attendo un Angelus con consigli in merito). 

Il silenzio dunque non è un valore in sé, io non sono buddista: il silenzio che cerco è per far parlare Dio. Spazio per lui. Spazio per ricordare la Sua Parola, ricordarla nel senso proprio etimologico di riportarla al cuore, osservarla, custodirla (che poi è stato il tema del capitolo generale del monastero Wi-Fi, e vorrei dire grazie a Dio per questa cosa meravigliosa che si è inventato in questo 2019 che finisce, con la complicità di una delle sue bionde preferite, Monica, e di tutta la squadra delle amiche, figli spintaneamente arruolati compresi).

 

Se riuscirò a fare un po’ di silenzio, il mio manifesto per il 2020 è: imparare il Padre Nostro. Non nel senso del testo, ovviamente, non sono ancora a quel punto anche se dimentico chiavi e auto parcheggiate e compleanni, e sto entrando in quella fase della vita in cui parlo sorridente con delle persone di cui ignoro totalmente l’identità (di solito mamme di compagni di classe, medici e vicini di casa, mentre con i confratelli del monastero wi-fi ho una grazia speciale, e memorizzo non so come vicende umane e nomi di figli e malattie). Comunque di solito me la cavo anche abbastanza bene, se non compare qualcuno che conosco e a cui dovrei presentare quella simpatica bionda con cui sto parlando da quattro minuti senza avere la minima idea di chi sia.

 

Il Padre Nostro lo voglio imparare nel senso di piantarmelo dentro al cuore, perché sono le uniche parole che Gesù ci ha raccomandato di dire, invitandoci a non sprecarne altre, inutili. Proprio mentre riflettevo su questo mi sono imbattuta in due libretti (etti per dimensioni) preziosi, di Santo Marcianò. Il primo ha un titolo folgorante, Signore, insegnaci a parlareed è una raccolta di meditazioni proprio sul Padre Nostro come vocabolario della preghiera e dell’amore.

Penso che se proviamo a fare nostra una parola per volta abbiamo da lavorare per tutto l’anno, a essere ottimisti. Forse per tutta la vita, se consideriamo che a volte san Francesco non riusciva ad andare oltre la prima parola, Padre, tanto lo commuoveva la scoperta di essere figlio di Dio. Quanto al nostro, quindi la comunione, come spiega il libro, ci sarebbe da lavorare davvero una vita.

E il cuore del Padre Nostro è quel “sia fatta la tua volontà” così difficile da dire a volte, ma così pacificante. E così davvero ribelle e coraggioso, così liberante come scrive monsignor Marcianò. Ma per dire davvero, ma davvero sia fatta la tua volontà ti devi convertire sul serio. A pagina 62:

“Che tutto diventi cielo! Traduce così un antico autore, Origene, il significato di questa domanda del padre Nostro. E aggiunge: La volontà di Dio si compia perché, per così dire, tutto si incieli e un giorno non ci sia terra, ma tutto sia cielo”.

E così, aggiungo io, diventa cielo quella moglie nervosa, quel marito musone, quei figli egoisti, quel cattivo umore che neanche noi sappiamo perché, quel lavoro che oggi piuttosto ti spareresti, quella torta da preparare. Sia fatta la tua volontà rende il cuore docile come quello di un infante, a cui tutti scelgono tutto, e lui si lascia fare certo dell’amore di quelle mani.

 

Se riesco a mantenere il proposito un po’ oltre la mattina del 1 gennaio, un altro effetto collaterale potrebbe essere quello di riscoprire il vero senso delle parole, e di questo si occupa l’altro libretto di cui parlavo, pensato per i giovani che a volte si vedono consegnate parole impoverite di senso, (penso per esempio a “love is love”): Parole sempre giovani cerca invece di riscoprire il senso di parole di uso comune, come per esempio amore, appunto.

È insomma un dizionario italiano italiano, per mettere alcuni punti fermi necessari come non mai (ogni volta che mi trovo a parlare con i ragazzi nelle scuole mi rendo conto della confusione che c’è sui fondamentali).

 

Ecco, dire meno parole, dire se possibile solo quelle buone (vale sempre la regola del mio amico Pippo Corigliano: se non puoi lodare, taci), ridare il senso alle parole, ascoltare Dio, osservare la Sua Parola, ascoltare di più chi mi è consegnato come compagno di cammino ogni giorno (con mio marito è facile, dice una parola al mese), imparare a pregare seriamente il Padre Nostro.

Io direi che fino al 2070 sto a posto. Ma solo perché nel caso avrei 100 anni. Più probabilmente sarò morta e allora magari starò zitta (così spera mio marito).

Fonte: costanzamiriano.com

Auguri per un anno generativo

Auguri per un anno generativo

Auguri per un anno generativo

“Ma nel mio cuore c’era come un fuoco ardente, trattenuto nelle mie ossa;
mi sforzavo di contenerlo, ma non potevo”.

 È una frase del profeta Geremia, nell’antico testamento.

 

Una frase che esprime con parole chiare e universali il tema del desiderio: qualcosa che ci attraversa, preme, ci spinge a uscire da noi stessi e ad andare oltre.

 

Non crediamo a chi ci dice che questo desiderio ha un nome, che può esserci qualcosa o qualcuno capace di soddisfarlo. È la forza della vita, che ci rende vivi facendoci uscire e aprire al mondo.
Quando questo desiderio incontra la realtà e si lascia fecondare possono nascere cose straordinarie: inedite, inaudite, imprevedibili – impossibili, secondo le categorie del già dato.

 

È questa la via di un cambiamento che sia veramente umano.
Che non si riduca a fabbricare (dove il soggetto è il protagonista assoluto, e tutto ciò che è altro da sé diventa oggetto manipolabile secondo i propri piani, a immagine di sé e dei propri limiti) ma sappia generare (mettere al mondo l’inimmaginabile, grazie ad altri e per altri).

 

L’augurio per il nuovo anno è che sia generativo:
capace di andare oltre le contraddizioni del presente,
nella consapevolezza che una nuova prosperità
potrà essere raggiunta solo cambiando la relazione
tra il desiderio che anima la vita di ciascuno
e l’organizzazione sociale, economica e istituzionale che ci circonda.

Con un’idea di libertà più ricca e consapevole,
capace di accettare il rischio di attraversare il vuoto che il desiderio ci spalanca davanti,
attraverso un’affezione creativa che, proiettata verso il futuro,
non pretenda di dominare ciò che ama.
Ma anche con la serena consapevolezza
che ogni equilibrio che ci pare di aver raggiunto è destinato a rompersi.
E che questo è un fiorire e insieme un passaggio.

Buon anno davvero nuovo!

 

 

Fonte: generativita

Buon Natale 2019!

Buon Natale 2019!

Buon Natale 2019!

E che “Buon Natale” sia!

Desidero farvi gli auguri nel modo più semplice e comune di tutti, con le due parole che in questo tempo più si ripetono e si scrivono: Buon Natale! Senza cercare frasi avvincenti, senza riflessioni profonde, senza altre parole: semplicemente: Buon Natale!

E’ l’augurio della gente, mi viene da dire, della gente comune. Tutti lo dicono, tutti lo scrivono e lo augurano. E forse, va anche bene così. 

Forse abbiamo proprio bisogno tutti di bontà, abbiamo bisogno di augurarci la bontà.

E se questa bontà assume anche i colori dei pacchetti di regalo che si fanno in segno di amicizia, di affetto, di riconoscenza; se questa bontà assume il tono dell’incontro con le persone care, dello stare insieme, del ritrovarsi in famiglia; se questa bontà prende il colore della festa, della bellezza, della luce, se prende i caratteri della solidarietà, della condivisione, del vincere la solitudine, la malattia e la povertà, ben venga.

Forse non tutti daranno al Natale il suo significato cristiano, forse non andranno alla Messa, forse non pregheranno con le parole della liturgia, ma se il Natale avesse l’effetto di renderci più buoni anche negli altri giorni dell’anno, sarebbe già un renderci somiglianti a Dio, forse più di tanti gesti fatti per “abitudine”, ahimè.

In fondo, il nostro Dio ha preso posto nella storia degli uomini così com’era questa storia, nel momento dell’andirivieni a Gerusalemme per il grande censimento, quando l’interesse erano i numeri e i conti, quando ognuno cercava un albergo o un posto letto per alloggiare, quando i mercanti facevano affari con tutto il movimento di gente che Roma aveva creato…. Proprio lì, senza pretendere che si fermasse il mondo perché Lui era nato, senza richiedere riflettori o tappeti rossi, senza che neppure si sapesse qualcosa di Lui, nemmeno il nome.

E così è oggi: Dio si fa uomo e  pochi forse se ne accorgono!

Tutti però parlano del Natale, tutti pronunciano questa parola, forse senza neppure saperne il senso, l’origine, il perché. Tutti però si augurano che sia buono questo Natale, molti, in modi diversi, pensano alle persone care e al bene di chi sta peggio, si prodigano a cercare doni e a preparare un giorno di festa e di famiglia, di vicinanza e di affetto. E non è tutto questo più vicino a Dio di quanto non si voglia riconoscere? Questa bontà che cerchiamo, che auguriamo, che proviamo a dimostrare, non è la stessa e unica bontà che viene da colui che è l’origine, il compimento e la fonte stessa della bontà?

Allora augurare Buon Natale è essere dalla parte di questo nostro Dio che in tutta umiltà non pretende neppure di essere riconosciuto, ma ci mette nel cuore il desiderio di lui, che è la bontà, che è la bellezza, che è il bene di cui il mondo ha bisogno, di cui ognuno ha bisogno.

Augurare semplicemente Buon Natale è sedersi a tavola accanto ai nostri fratelli, è condividere la loro vita, è mettersi ad imparare da come loro portano avanti le fatiche di ogni giorno, senza salire in cattedra e pretendere di insegnare; è entrare nelle pieghe della storia quotidiana, non disdegnare di gioire degli affetti terreni, dei doni materiali, delle luci, dei cibi, della festa, ma gioire di queste briciole di bontà e di bellezza e lì portare Gesù, lì portare la sua bontà, anche a chi festeggia il Natale senza neppure conoscere o senza cercare chi dà il senso a questa festa così grande, senza sapere che, in fondo, ciò che augura è che Cristo, finalmente, possa nascere anche nella vita di ognuno, perché solo lui può colmare il nostro desiderio di bene e di pace.

Chiudo questi miei auguri con un passaggio dell’omelia che Papa Francesco ci ha donato all’inizio del suo pontificato. Parlando di San Giuseppe, Papa Francesco esalta la bontà e ricorda il valore delle cose quotidiane, che, a volte, anche noi cristiani diamo per scontate perché troppo semplici e naturali:

“Vorrei chiedere, per favore, a tutti coloro che occupano ruoli di responsabilità in ambito economico, politico o sociale, a tutti gli uomini e le donne di buona volontà: siamo “custodi” della creazione, del disegno di Dio iscritto nella natura, custodi dell’altro, dell’ambiente; non lasciamo che segni di distruzione e di morte accompagnino il cammino di questo nostro mondo! Ma per “custodire” dobbiamo anche avere cura di noi stessi! Ricordiamo che l’odio, l’invidia, la superbia sporcano la vita! Custodire vuol dire allora vigilare sui nostri sentimenti, sul nostro cuore, perché è proprio da lì che escono le intenzioni buone e cattive: quelle che costruiscono e quelle che distruggono! Non dobbiamo avere paura della bontà, anzi neanche della tenerezza! E qui aggiungo, allora, un’ulteriore annotazione: il prendersi cura, il custodire chiede bontà, chiede di essere vissuto con tenerezza. Nei Vangeli, san Giuseppe appare come un uomo forte, coraggioso, lavoratore, ma nel suo animo emerge una grande tenerezza, che non è la virtù del debole, anzi, al contrario, denota fortezza d’animo e capacità di attenzione, di compassione, di vera apertura all’altro, capacità di amore. Non dobbiamo avere timore della bontà, della tenerezza!

(Papa Francesco, 19 marzo 2013).

E allora, semplicemente: Buon Natale!

Che sia ricco di bontà, che finalmente Gesù nasca anche nelle nostre vite, che proviamo a metterci accanto ai fratelli, a vedere il bene che c’è, a entrare nelle loro case, a sederci alla loro tavola condividendo la gioia e la fatica di vivere.

 

Buon Natale: esiste il Natale perché è nato Gesù, ed è la fonte della bontà, della bellezza, della pace. Gesù, che viene per amore, ci insegni ad amare i fratelli e le sorelle e che questo amore si veda e sia concreto.

Buon Natale dunque, a ciascuno di voi!

Sr Maria Teresa Cocco

Buone feste 2019

Buone feste 2019

Buone feste 2019

A tutti voi, giovani,

a tutte voi, Figlie di Maria Ausiliatrice,

a tutti voi, mamme e papà,

a tutti voi, nonni e nonne,

a tutti voi, insegnanti ed educatori,

a tutti voi che ci seguite con simpatia:

 

Buon Natale nella gioia di Gesù che viene e Buon inizio del Nuovo Anno!

Continueranno i commenti al Vangelo;

ci rivediamo il 7 gennaio con nuovi articoli!

Lettera di Natale

Lettera di Natale

Lettera di Natale

A Natale, impariamo a guardare il malato con la tenerezza di Dio

di Yesudas*

I malati comprendono solo una lingua: “appartenere all’amore”. Il Natale “ci ricorda che siamo una famiglia”. Se “permettiamo alla luce di Dio di penetrare nei nostri cuori e di vedere l’altro nella luce divina, questo è il Natale”.

Il Natale ci aiuti “a ricordare che siamo una famiglia, in cui siamo chiamati a riconoscere Dio nell’altro e imparare a guardarci nella luce della grazia e attraverso gli occhi di Dio”.
È quanto augura a tutti gli amici fratel Yesudas, missionario della Carità, l’ordine fondato da Madre Teresa di Calcutta. Nella sua lettera di Natale – che presentiamo in maniera integrale – egli ripercorre gli ultimi sei anni trascorsi al Karuna Bhavan, il centro che ospita uomini disabili mentali. Le giornate sono segnate da urla, insulti e confusione, soprattutto quando i malati fanno le abluzioni quotidiane. Ma da questo, afferma, “è cresciuta la mia fede”.
I malati, prosegue, “comprendono un solo linguaggio, quello dell’amore” e Dio “ci chiama a creare in noi un santuario d’amore”.

Di seguito il testo (traduzione a cura di AsiaNews).

Cari amici,

mentre sono seduto a scrivere questa lettera, dalla finestra posso vedere il nuovo edificio del Karuna Bhavan e la nostra gente che è in piedi nel portico al primo piano e accoglie i nostri aiutanti che vengono al mattino per svolgere le proprie mansioni. Li chiamano per nome e alcuni accorrono per dar loro il benvenuto. Durante la notte gli sono mancati e ora sono felici di averli di nuovo. Ogni fratello e ogni aiutante è una presenza amorevole per loro.

Le persone al Karuna Bhavan sono tutti disabili mentali. La malattia mentale spinge le persone verso la paura, le tenebre e la nullità che abbattono il loro spirito, distruggono le loro capacità mentali e tolgono loro il coraggio di affrontare la vita. Per loro la vita è dura perché essi non capiscono cosa gli succede. Il loro stato psichico che cade a pezzi può comprendere solo una lingua: appartenere all’amore. Solo l’amore può riunificarli con la loro anima, infondere speranza e dare un nuovo significato alla loro vita. Ciò ha bisogno di persone che facciano con loro un viaggio nella fede, la fede in Dio tra noi, con noi e in noi. Questo viaggio è sempre il Natale.

Ciò che ho notato nel mio viaggio di fede negli ultimi 6 anni, è che molte volte qui è una questione di lotta, mancanza di supporto, fallimento e scoraggiamento. È come se guardassi all’apostolato a Karuna Bhavan. Molti dei nostri uomini qui sono affetti da malattie mentali croniche, ci insultano, al mattino creano confusione mentre li laviamo e li puliamo, poi fanno di nuovo baccano, e noi continuiamo a lavarli e a pulirli… Eppure il processo di lavaggio e pulizia include anche momenti di grande incoraggiamento, gioia e speranza. Ho scoperto che è anche un momento di impazienza, sconforto e rabbia che mi disturba. È per tutto questo che la mia fede è cresciuta negli ultimi sei anni. Per me la fede è una questione di quotidianità e offrire a Dio tutti gli aspetti della mia vita.

 

Credo che il nostro Dio sia un Dio incarnato. Egli è in mezzo a noi, in noi, con noi. Egli rivela cose che abbiamo dimenticato. Egli ci chiama a creare in noi un santuario dell’amore, un ambiente favorevole dentro e intorno a noi dove le persone che sono malate di mente siano accettate e amate. Esse provano un senso di appartenenza a una famiglia.
Creare questo ambiente è stata la nostra principale preoccupazione nel ricostruire il Karuna Bhavan.

 

Il Natale ci ricorda che siamo una famiglia. Questo è ciò che i fratelli e i nostri aiutanti cercano di creare con questi uomini malati di mente. In questa famiglia siamo chiamati a riconoscere Dio nell’altro e a imparare a guardarci l’uno con l’altro nella luce della grazia e attraverso gli occhi di Dio. Il nostro atteggiamento duro nei confronti dell’altro si dissolverà se permettiamo a Dio di condurci alla casa dell’altro, se permettiamo alla luce di Dio di penetrare nei nostri cuori e di vedere l’altro nella luce divina – questo è il Natale.

Il Natale ha molte cose da insegnarci: è Dio con noi nella nostra quotidianità; a essere nel presente; ci chiama a abbandonare i rimpianti passati e le preoccupazioni future solo per vivere nel momento.


È un tempo per dimenticare i litigi e le negatività che sono avvenute nel corso dell’anno. Ci invita ad accogliere un nuovo inizio in silenzio.


La festa del Natale non è rumorosa, è un’apertura molto personale del proprio cuore a Dio che è in mezzo a noi, con noi e in noi.

Pertanto in questa celebrazione c’è una sacralità, un tempo per mostrare la propria gratitudine a Dio perché egli è con noi. Ma ha bisogno di fede: se non facciamo un viaggio di fede, il Natale arriva solo una volta all’anno, ma per chi fa il viaggio di fede nella quotidianità, ogni momento e ogni giorno è Natale. Il Natale ci dà la possibilità di fermarci e di essere grati per tutto ciò con cui siamo stati benedetti. Per me, il vero spirito del Natale è nel donare. È Dio che dona suo Figlio per amore del mondo e il nostro donare al Creatore, ai nostri familiari e agli amici. Io credo che in questo donare le nostre vite diventino migliori, si arricchiscano e ci riempiano di gioia.

Possano questo Natale e il Nuovo anno che verrà essere un dono delle nostre vite a Dio e agli altri. “Tutti noi a Karuna Bhavan vi auguriamo un felice Natale e un Nuovo anno pieno di grazia”.

 

Con amore e luce.

 

 

*Missionario della Carità, vive al Karuna Bhavan (santuario di pace) di Calcutta

 

Fonte: AsiaNews

L’importanza del presepe

L’importanza del presepe

L’importanza del presepe

Papa a Greccio: “Fare il presepe in famiglia, nei luoghi di lavoro, nelle piazze”

 

Di M. Michela Nicolais per AgenSir

“Non è importante come si allestisce il presepe, ciò che conta è che parli alla nostra vita”. Si conclude così la lettera apostolica sul presepe, firmata a Greccio da Papa Francesco. “È come un vangelo vivo”, il presupposto di una “bella tradizione” da sostenere e realizzare in famiglia, nei luoghi di lavoro, nelle scuole, negli ospedali, nelle carceri, nelle piazze. “Non possiamo lasciarci illudere dalla ricchezza e da tante proposte effimere di felicità”.

“Sostenere la bella tradizione” del presepe: in famiglia, nei luoghi di lavoro, nelle scuole, negli ospedali, nelle carceri, nelle piazze. E’ l’invito contenuto nella lettera apostolica Admirabile signum, firmata ieri dal Papa durante la sua visita a Greccio. Per il primo Papa a prendere il nome di Francesco, pellegrino nel luogo dove Francesco d’Assisi ha realizzato la prima rappresentazione della Natività della storia, il presepe “è come un Vangelo vivo, che trabocca dalle pagine della Sacra Scrittura. A fare il presepe “si impara da bambini”, ricorda il Papa: “Mi auguro che questa pratica non venga mai meno”, l’appello: “anzi, spero che, là dove fosse caduta in disuso, possa essere riscoperta e rivitalizzata”.

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“Il presepe ci fa vedere, ci fa toccare questo evento unico e straordinario che ha cambiato il corso della storia, e a partire dal quale anche si ordina la numerazione degli anni, prima e dopo la nascita di Cristo”,

sintetizza Francesco. La notte di Natale del 1223 san Francesco, con la semplicità di quel segno, “realizzò una grande opera di evangelizzazione”, che consiste nel “riproporre la bellezza della nostra fede con semplicità. Greccio diventa un rifugio per l’anima che si nasconde sulla roccia per lasciarsi avvolgere nel silenzio”.

Il presepe “suscita tanto stupore e ci commuove” perché “manifesta la tenerezza di Dio”, il creatore dell’universo che “si abbassa alla nostra piccolezza”. 

Fin dall’origine francescana il presepe è un invito “a sentire, a toccare la povertà che il Figlio di Dio ha scelto per sé nella sua Incarnazione. È un appello a seguirlo sulla via dell’umiltà, della povertà, della spogliazione, che dalla mangiatoia di Betlemme conduce alla Croce. È un appello a incontrarlo e servirlo con misericordia nei fratelli e nelle sorelle più bisognosi”.

Anche quando “la notte circonda la nostra vita”, “Dio non ci lascia soli,

ma si fa presente per rispondere alle domande decisive che riguardano il senso della nostra esistenza: chi sono io? Da dove vengo? Perché sono nato in questo tempo? Perché amo? Perché soffro? Perché morirò?”. Così il Papa attualizza i vari segni del presepe. “Per dare una risposta a questi interrogativi Dio si è fatto uomo”, spiega: “la sua vicinanza porta luce dove c’è il buio e rischiara quanti attraversano le tenebre della sofferenza”.

“Gesù è la novità in mezzo a un mondo vecchio”,

scrive Francesco. Gli angeli e la stella cometa “sono il segno che noi pure siamo chiamati a metterci in cammino per raggiungere la grotta e adorare il Signore”, come fanno i pastori dopo l’annuncio fatto dagli angeli. “A differenza di tanta gente intenta a fare mille altre cose, i pastori diventano i primi testimoni dell’essenziale, cioè della salvezza che viene donata”, commenta il Papa.

“Gesù è nato povero, ha condotto una vita semplice per insegnarci a cogliere l’essenziale e vivere di esso”. Dal presepe, quindi, “emerge chiaro il messaggio che

non possiamo lasciarci illudere dalla ricchezza e da tante proposte effimere di felicità.

Maria e Giuseppe: insieme a Gesù Bambino, sono il centro del presepe, custodito nella grotta. “Maria è una mamma che contempla il suo bambino e lo mostra a quanti vengono a visitarlo”, è la Madre di Dio che “non tiene il suo Figlio solo per sé, ma a tutti chiede di obbedire alla sua parola e metterla in pratica”. Accanto a lei c’è San Giuseppe, “il custode che non si stanca mai di proteggere la sua famiglia”.

“ll cuore del presepe comincia a palpitare quando, a Natale, vi deponiamo la statuina di Gesù Bambino”, testimonia Francesco: “Dio si presenta così, in un bambino, per farsi accogliere tra le nostre braccia. Nella debolezza e nella fragilità nasconde la sua potenza che tutto crea e trasforma. Che sorpresa vedere Dio che assume i nostri stessi comportamenti: dorme, prende il latte dalla mamma, piange e gioca come tutti i bambini! Come sempre, Dio sconcerta, è imprevedibile, continuamente fuori dai nostri schemi”.

“I Magi insegnano che si può partire da molto lontano per raggiungere Cristo”, osserva il Papa: “Sono uomini ricchi, stranieri sapienti, assetati d’infinito, che partono per un lungo e pericoloso viaggio che li porta fino a Betlemme. Davanti al Re Bambino li pervade una gioia grande. Non si lasciano scandalizzare dalla povertà dell’ambiente; non esitano a mettersi in ginocchio e ad adorarlo”.

“Non è importante come si allestisce il presepe; ciò che conta, è che parli alla nostra vita”,

l’invito finale: “Dovunque e in qualsiasi forma, il presepe racconta l’amore di Dio, il Dio che si è fatto bambino per dirci quanto è vicino ad ogni essere umano, in qualunque condizione si trovi”.

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