Napoli: la missione della speranza

da | 24 Set 2015 | Giovani

Di fronte al dilagare della criminalità si può riscoprire il messaggio dell’accoglienza del prossimo. 

Napoli come una seconda Baghdad, questa l’idea che si diffonde tra i cittadini, all’udire l’escalation di sangue, che sta trasformando la città in un campo di battaglia, tra opposti clan mafiosi.

Sembra che non ci siano parole di speranza: da poche settimane il Capo dello Stato ha lanciato un appello per la rinascita, il riscatto, la legalità, e non si riesce a vedere un barlume di tregua.

Ciò che ferisce di più è il coinvolgimento di ragazzi, addirittura bambini, in questo gorgo di male; nessuno è immune dal divenire carnefice, nessuno è protetto dall’essere vittima.

Si grida l’intervento dell’esercito, della politica, delle istituzioni; si additano colpevoli, si creano icone, ma si perde di vista il cuore del problema.

Papa Francesco, fin dall’inizio del suo pontificato, ha richiamato l’attenzione dei fedeli sulle vecchie e nuove periferie esistenziali, spazi dove l’uomo non ha più coscienza del proprio orizzonte relazionale, della propria multidimensionalità.

La filosofia positivista ci ha consegnato una fenomenologia umana, che ricalca le funzioni matematiche: se l’individuo vive in un determinato ambiente, allora si comporterà in un dato modo. Vero, ma fino ad un certo punto; questa mancanza di duttilità pedagogica ha portato alla creazione di periferie, luoghi dimenticati dalla società, per i quali non c’è più nulla da fare.

E la prova di ciò è la crescita esponenziale delle periferie, tanto che lo stesso centro è ridotto ad un punto microscopico, ad un denominatore comune risibile.

Napoli, come quasi tutto il Meridione, e, come aveva predetto Leonardo Sciascia, anche il Settentrione, sta divenendo un tessuto in cancrena, al quale non si somministrano le cure, in attesa di una fine più o meno eutanasica, per utilizzare un termine politicamente corretto.

Se lo Stato non interviene (basta pensare alla difficoltà di aprire oasi di legalità), il mondo cattolico non può stare in silenzio.

Più che un rammendo delle periferie, come ha affermato più volte l’architetto Renzo Piano, che significherebbe un semplice collegamento socio – economico tra le parti, è necessaria una ricostruzione del tessuto umano, di valorizzazione di ciò che è intrinseco alla Persona, senza cadere nel determinismo pessimista.

Invece di un rammendo, è basilare la communio evangelica, il cor unum, l’unisono armonico dell’attuazione del Vangelo.

Far tornare Don Bosco a Napoli, in Sicilia, negli entroterra poveri, nelle metropoli, nei dubbi esistenziali…: formare buoni cristiani e onesti cittadini, abbattere quei muri che impediscono il dialogo, arginare la cultura dello scarto, che massifica gli individui e li riduce in monadi destrutturate, questa è la missione che richiede la sofferenza del mondo.

Forse, uscendo dalle sagrestie del perbenismo e del conformismo, si potrà vivere una primavera dello Spirito, in cui: “Amore e verità s’incontreranno, giustizia e pace si baceranno” (Sal 85,11), in un cammino di progressiva consapevolezza del dono grande dell’aprirsi alla novità del prossimo.

Andrea Miccichè

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