Intervista a padre José Tolentino Mendonça

da | 7 Giu 2016 | La buona parola

Le interviste di Andrea Miccichè

Misericordia: la sorpresa dell’incontro che tocca le profondità dell’uomo

Misericordia: la sorpresa dell’incontro che tocca le profondità dell’uomo Il tema del Festival Biblico “Giustizia e Pace si baceranno” trova un punto alto di riflessione in questa intervista al prof. José Tolentino Mendonça, sacerdote e poeta, vice-rettore dell’Università Cattolica di Lisbona

La sua ricerca teologica è imperniata sull’arte narrativa delle Sacre Scritture: come ama affermare, l’uomo ha un fondamentale bisogno di racconti, che gli schiudano la Verità. I vangeli, soprattutto, rappresentano l’icona di un viaggio con il Signore: i discepoli, la folla, i farisei sono tutti accomunati da un cammino di progressiva rivelazione della novità di Dio e sono caratterizzati dalle loro differenti reazioni di fronte al Mistero.

Poiché Dio è misericordia, “sconcertante misericordia”, le parole umane non riescono a trovare una definizione completa; ci aiutano, dunque, le storie, le testimonianze di un incontro che cambia la vita. Come è narrata la misericordia nel Vangelo di Luca e come la Chiesa può raccontarla all’uomo di oggi?

La misericordia si può descrivere come l’arte dell’incontro, un incontro del tutto inaspettato, che si direbbe impossibile a verificarsi, eppure, nella sorprendente pienezza del suo amore, Gesù rende possibile quello che gli uomini dichiarano irrealizzabile. Questi incontri sono la definizione più forte della misericordia per san Luca. Non è un concetto, un’astrazione teorica. Misericordia vuol dire accostarsi all’altro, mangiare insieme, lasciarsi toccare, accompagnare, manifestare nei gesti qualcosa che supera l’uomo e, contemporaneamente, lo accoglie.

Quando si parla di misericordia si deve presupporre un allontanamento: l’uomo di oggi, anche credente, non accetta più l’idea del peccato originale. In che modo la catechesi può annunciare con maggiore forza tale verità di fede?

All’inizio della Lettera ai Romani, San Paolo racconta la storia umana, dei credenti e dei non credenti, con la stessa conclusione: tutti siamo debitori, tutti siamo sotto l’ombra dell’inquietudine e del peccato. Ciò rimane una realtà.

Guardando alla nostra cultura, ai suoi nessi assiali più profondi, diremo che l’incapacità di provare la felicità, l’inquietudine permanente, il cuore segnato una domanda rimasta senza risposta, rimangono come la grande verità dell’uomo contemporaneo

Non sono pienamente d’accordo con la non accettazione dell’idea del peccato d’origine, perché il bisogno di misericordia, forse, non si traduce più in chiave religiosa, ma in una prospettiva antropologica. Alla fine, si giunge al medesimo risultato: in chiave antropologica, vediamo l’incompletezza dell’uomo, la sfiducia in se stesso e nella storia; è un individuo bisognoso di quella luce che solo Dio può donare.

A conclusione del Festival Biblico, quale rapporto sussiste tra giustizia, misericordia e pace?

Oggi si parla molto di giustizia “riparativa”, non soltanto di una giustizia retributiva. Si deve tendere a ricostruire la vita, anche di colui che è condannato, dell’aggressore. Riparare la vita del colpevole è la grande questione dei concetti di giustizia, pace e misericordia/perdono. Qual è l’obiettivo ultimo? La giustizia non si conclude in tribunale, nella prigione, si deve andare oltre, al cuore della persona. Senza la misericordia, non si raggiunge l’uomo, giustamente condannato; il bisogno di ricominciare in lui può essere sostenuto solo tramite il perdono. Bisogna abbandonare l’idea di una misericordia che sostituisce la giustizia e viceversa: anzi, è il perdono a rendere veramente “giusta” la giustizia; aiutando il prossimo a rinascere nella pace e nella speranza.

 

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