Il “vizio” dell’educazione

Il “Don” degli scacchi e il “vizio” dell’educazione

«Il lupo perde il pelo, ma non il vizio»! E questa massima mi piace, almeno per una volta, considerarla positivamente parlando del “vizio dell’educazione”.

Sì, un “vizio”, un pallino, una passione, una scelta preferenziale che non va in pensione. Potrei scrivere a lungo di Papa Francesco e la sua già veneranda età che certo non lo limita, incontrando ragazzi e giovani, a confrontarsi con loro senza timore e con un linguaggio sulla giusta lunghezza d’onda; ma queste battute sono dedicate, invece, ad un sacerdote salesiano che – superati gli ottant’anni – incontro nel tardo pomeriggio da diversi giorni in una piazza della mia città a dialogare con i tanti giovani presenti. La prima volta ho pensato che fosse di passaggio, la seconda che fosse lì per caso, la terza ho capito che si trattava di una scelta.

Quella piazza è quasi una fossa di leoni under 18, con i gruppi che si raccolgono nelle diverse panchine: ci sono a turno o stabili i “rasta”, gli sportivi, i chitarristi, gli innamorati, gli emarginati, i “disturbatori”, quelli del bowling, i “cerca wi-fi”, i periferici, “cacciatrici e cacciatori”. Vi sono tutti e pure il nostro “don”!

Già gli anziani non sono visti bene da questi possibili nipoti, rumorosi e fumatori, che hanno rubato loro i posti a sedere al fresco e lo spazio per una giocata a carte, figuriamoci un anziano prete. Eppure lui è là e, mentre tanti giovani laici fedeli arretrano chiudendosi negli oratori e nelle parrocchie, il “don” avanza; sorridente, ritto, con la sua scacchiera portatile sotto braccio, parla con loro, si intrattiene e li intrattiene, ascolta, insegna l’arte degli scacchi o sfida chi vi sa giocare, di solito vincendolo. Certo, c’è chi lo prende in giro, chi se ne tiene a distanza, chi gli fuma lo spinello davanti, ma il “vizio dell’educazione” non lo fa arretrare da questa periferia a due passi dal centro.

Un prete di strada? Un esponente della Chiesa “in uscita”? Un salesiano D.O.C.?

L’evangelizzazione di strada, spesso legata solo ad eventi limitati e ormai sempre meno frequente (sembra sia passata di moda nell’ambito della Pastorale Giovanile, forse perché pensata e vissuta come qualcosa che duri solo una stagione), è per lui l’ordinarietà, frutto di una vita spesa per i giovani, conferma di una vocazione la cui risposta è per sempre, fedele e “fino all’ultimo respiro”. Ma c’è di più! Nell’istituto in cui vive, di recente, bussano alla porta ragazzi mai visti ed in orari non consueti, giovani dall’abbigliamento “alternativo”; chi sta all’ingresso ormai sa già chi cercano della comunità: il prete degli scacchi, quello magrolino e piccoletto, il sacerdote dalla voce strana, il “don” della piazza.

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