La Natività, bagliore della Resurrezione

da | 29 Nov 2016 | La buona parola

“Gloria a Colui che è venuto presso di noi mediante il suo primogenito. Gloria a quel Silente che ha parlato mediante la sua voce.
Gloria a quel Sublime divenuto visibile mediante il suo Levante.
Gloria a quello Spirituale compiaciutosi che divenisse corpo il proprio figlio, affinché, mediante esso, la sua potenza divenisse tangibile, e potessero vivere, grazie a quel corpo, i corpi della sua stessa stirpe.”

(Sant’Efrem il Siro, Inno sulla Natività)

Chiunque abbia mai osservato un’icona orientale della Natività, si sarà accorto con stupore che il Bambino Gesù non è posto in una culla, ma in una bara. Una particolare che ha un profondo significato teologico: il Natale è in funzione della Pasqua, è il passaggio preliminare e introduttivo al grande mistero della Risurrezione.

Quando San Paolo scrive ai Filippesi, canta Cristo che, “pur essendo di natura divina, non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio; ma spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo e divenendo simile agli uomini” (cfr. Fil 2,6-7).

È particolare: al Natale abbiamo sempre associato un’atmosfera ovattata, luminosa, quasi eterea. Eppure, questa luce è originata dalla fiamma del dono di Cristo che si offre in sacrificio di soave odore.

L’Avvento è attesa della venuta del Signore, ma si proietta già verso la croce; in questo tempo possiamo pregustare quanto si sperimenterà la all’inizio della Settimana Santa.

Cristo viene nel mondo perché l’uomo divenisse “capace di Dio”, cioè tornasse a quel legame originario che lega creatura al Creatore, figlio al Padre.

Adamo ed Eva, volendo diventare come Dio, ingannati dal maligno, si privano del dono più grande, maggiore di ogni frutto dell’Eden; dopo aver peccato, perdono la confidenza con il Signore, la possibilità di conoscerlo e di conversare con Lui. Come afferma la Genesi, con il peccato, si sono chiuse le porte del Paradiso e si sono spalancate quelle del non senso, della disperazione, dell’Inferno, Cristo entra nel mondo, assume la natura umana per guarirla dall’interno, offrendo a ciascuno la possibilità di aderire al piano di salvezza. Forse che Dio non avrebbe potuto salvarci diversamente?

Certo! Nella sua onnipotenza, Dio avrebbe potuto salvare l’umanità in infiniti modi, ma ha scelto la via dell’Incarnazione, affinché Cristo, divenendo simile a noi, ci rendesse simili a Lui. Come afferma il diacono Sant’Efrem, il Silente, Colui che aveva parlato molte volte e per il tramite dei profeti, indirettamente e in modo velato, ora, nella pienezza del tempo, ha parlato a noi per mezzo del Figlio, che è la Parola che dà vita. L’Invisibile si è fatto Sublime visibile; lo Spirituale ha assunto un corpo di carne e l’ha sacrificato, riscattandoci dalla schiavitù della morte e del peccato.

E tutto questo perché noi potessimo riconoscere che Dio non ha rinnegato la sua creatura, non ha voluto “creare nuove cose”, ma “rinnovare quanto aveva già creato”. È la più grande testimonianza della misericordia divina: non solo l’uomo ha rinnegato il Creatore, meritando il castigo, ma, invece di una punizione, ha la possibilità di avere per fratello il Cristo stesso. Siamo stati salvati per mezzo di questa lampada che arde nelle tenebre, non in maniera nascosta e intangibile, ma visibile e conoscibile.

La concretezza del messaggio cristiano si fonda sul fatto che noi non possiamo dire di non poter sperimentare la vicinanza di Dio; non siamo noi a cercarlo o a sforzarci di sentirlo, è Lui che, entrando nel mondo, ci ha associati alla sua natura.

Come per la domenica delle Palme, il cui Vangelo è richiamato nella IV domenica d’Avvento, Cristo sale in groppa al puledro della natura umana e si lascia condurre nella stessa città – Gerusalemme – dove avrebbe portato a compimento la sua missione. L’umile asino, personaggio immancabile nei nostri presepi, diventi il simbolo del docile ascolto della voce di Gesù e la testimonianza del servizio di carità nei confronti dei fratelli.

Papa Francesco, in un’omelia presso la Cappella della “Casa Santa Marta” ha affermato che la memoria ci avvicina a Dio. Il Signore entra nella storia dell’umanità e la rinnova: fai memoria degli eventi della tua vita in cui hai incontrato Dio come Salvatore e Redentore.

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