Backspacer (Album) | Pearl Jam

da | 27 Giu 2017 | Musica

Ma sono ancora Grunge?
Oppure suonano Punk Rock, vestiti come una teenager band di Seattle pur avendo da un pezzo passato i 40? Ma chi se ne frega.

Quello che guardo di solito in un artista o gruppo che sia è la sostanza: la musica, le canzoni, gli arrangiamenti, i testi.

E a vent’anni suonati dall’esordio, qui c’è abbondanza di tutto ciò, e di ottima qualità. Il CD si apre con quattro scariche di adrenalina allo stato puro, Gonna see my friend, Got Some, The Fixer e Johnny Guitar. La ricetta è quella di tanto, solido rock: riff potenti o sequenze di accordi crunchy, graffianti; una essenziale e massiccia ritmica, affidata naturalmente a basso e batteria, e soprattutto una delle più belle e convincenti voci rock di tutti i tempi, l’ex benzinaio Eddie Vedder.
Alla traccia 5 una prima gradita sorpresa, che in ogni caso tanto sorpresa non è per chi ha seguito Vedder anche nelle sue scorribande soliste, in particolare alle prese con la colonna sonora del film Into the Wild. Siamo infatti di fronte ad una grande canzone d’amore in veste sostanzialmente acustica, tranne qualche incursione di chitarra elettrica, con la voce in primo piano che canta all’amata: non ti ho detto che ti voglio? Non ti ho detto che ho bisogno di te? Se non te l’ho detto sono un pazzo, nessuno lo sa meglio di me.

Il brano seguente, Amongst the waves è una sorta di riuscitissimo inno in cui il fare surf in mezzo alle onde diventa una specie di metafora della vita. Brano cardine, reale ed ideale centro dell’intero album è un singolo di grande presa e comunicativa. Quella di Eddie Vedder è una delle voci di maggiore urgenza espressiva, che manifestano il bisogno di cantare a tutti i costi.
E che è quello che manca a molte rockstar annoiate. Unthought Known, classico pezzo alla Pearl Jam, porta all’up-tempo di Supersonic, brano veloce e urlato alla maniera del migliore Vedder. Un’andatura swingata, quasi Beatlesiana accompagna invece Speed of Sound, prima di Force of Nature, e dell’ultima sorpresa, rappresentata dalla conclusiva The End, una canzone affidata a chitarra acustica e orchestra, in cui la voce potente ed implorante di Vedder invoca senza mezzi termini qualcosa che duri per sempre.

Insomma, un lavoro per niente stanco, anzi estremamente vitale, pieno di spunti e di buona musica per tutti, in particolare per gli amanti del buon vecchio Rock, suonato e cantato da artisti di razza.
E soprattutto da chi ha ancora qualcosa da dire.

Walter Muto per Tracce.it

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