Ho visto l’abisso

da | 17 Mag 2021 | Libri

Durante un programma televisivo, l’alpinista Simone Moro ha presentato il suo ultimo libro, HO VISTO L’ABISSO, frutto di una tragica esperienza.

Amo la montagna, perché è un dono bellissimo del Creatore e mi piace andarci per ammirare i paesaggi, ma nulla di più. Tuttavia, ascoltando Moro sono stata subito attratta e incuriosita, pur non conoscendo il mondo dell’alpinismo e il suo ricco vocabolario per spiegare le spedizioni.

L’opera è molto avvincente, come un romanzo dalla storia affascinante, perché descrive con singolare bravura situazioni divertenti e drammatiche nello stesso tempo. Ha come spunto l’abisso più recente dell’himalaysta bergamasco: la caduta nel crepaccio avvenuta nella spedizione invernale ai due Gasherbrum, dell’inverno scorso.

 

Il primo capitolo narra, attimo dopo attimo e con minuzia di particolari, quanta attenzione, sangue freddo, forza di resistere siano stati necessari per mettersi in salvo, durante l’impresa tanto ambita, per la quale Moro si era allenato e preparato con cura. È un capitolo mozzafiato, pieno di emozioni!

Un abisso – fatto di ghiaccio e oscurità da cui è riuscito incolume, grazie anche all’incredibile aiuto che ha ricevuto dalla sua compagna di cordata Tamara Lunger – viene utilizzato come incipit, per raccontare i vari “abissi” che la vita ci può mettere di fronte. Infatti, trae ispirazione dalla montagna, per comunicare qualcosa di più profondo e introspettivo.

 

Scritto durante il lockdown, HO VISTO L’ABISSO favorisce la riflessione su tanti aspetti della quotidianità di ognuno di noi.

Innanzitutto, l’opportunità di sfruttare il tempo a casa, per rimanere con il figlio Jonas che ha voglia di stare con il padre sempre in giro per il mondo e trova che questa sia l’occasione giusta. Simone, abituato a non stare fermo, a programmare ogni momento, si trova improvvisamente senza spedizioni, senza attività sportive e inizia a raccontare a Jonas – e quindi al lettore – le sue imprese e le sue sconfitte che lo hanno aiutato a migliorare.

“Vorrei che mio figlio impari fin da piccolo ad amare la fatica e l’insuccesso, che capisca quanto siano preziosi per ripartire più forti.
Nella vita si possono fare errori, ma  non per questo si diventa dei delinquenti o dei falliti.”

Se è possibile uscire da un crepaccio su un ghiacciaio in alta quota, nel pieno dell’inverno himalayano, sarà anche possibile sfidare le proprie difficoltà.

Moro fa una lunga analisi della paura che è fondamentale per non mettersi nei guai, perché “ci dice fino dove possiamo arrivare e ci avverte se stiamo entrando nella zona della morte.”

Ascoltare la paura e rinunciare alla spedizione non è scontato, né facile, perché la vetta è come il canto delle sirene con Ulisse, ma è proprio in quella situazione che la voglia di sfidare il rischio deve essere messa da parte, per dare spazio alla lucidità, a costo di tornare da sconfitti. Sottolinea che ad ottomila metri la mancanza di ossigeno è come l’alcool e la droga, uccide la lucidità; le capacità fisiche e mentali si riducono all’8 per cento e devono bastare per sopravvivere, per gestire le emozioni. Solo la paura può aiutare a ricordare le regole e obbligare a rispettarle.

Ma alla descrizione delle sue imprese alterna anche scorci di vita in piena emergenza Covid, alcune riflessioni sul compito educativo del genitore e numerosi riferimenti alla sua famiglia d’origine: al nonno, al rapporto molto bello con il padre che gli ha insegnato i valori fondamentali per essere quello che è diventato.

Riconosce la fortuna di aver avuto una storia e una genetica familiare umili e forti.

 

Nei numerosi episodi ed avventure raccontate emerge un alpinista capace di autocritica, uno sportivo che non trova giustificazioni per gli errori che, sicuramente, non sono mancati.

Inoltre, la narrativa si sviluppa attorno a diversi aneddoti: la storia di suo padre e un simpatico riferimento al legame spirituale con Padre Pio; le precedenti spedizioni; il rapporto di Simone con alcuni dei suoi compagni di scalata di nazionalità diverse ai quali ha insegnato e dai quali ha imparato; i momenti difficili di un’amicizia che si è bruscamente interrotta.

È sempre importante dare e trovare un senso, senza mai odiare o litigare con le persone, perché fa perdere tempo e serenità, quindi è meglio dedicarsi ad altro.

“Trasformare l’avversario in una risorsa è il segreto di molte vittorie e carriere.”

 

L’autore descrive le sue scalate, permettendo al lettore di immedesimarsi nelle vicende; di fantasticare, immaginando di essere anche lui sulle cime più alte del mondo; di conoscere luoghi naturali fantastici; di provare le stesse emozioni narrate; di incontrare i numerosi personaggi, che trovano cittadinanza nei racconti, come se fossero anche amici suoi.

Insomma, un libro da leggere tutto d’un fiato e che termina con questo bel programma di vita:

“La vetta è sempre e solo un punto di passaggio e mai di arrivo, perché la felicità e la passione non risiedono in una destinazione, ma nel tragitto. L’importante è identificare il proprio e mettersi in cammino.”

Non mi resta che augurarvi buona lettura e… buon viaggio!

 

 

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