4^ Domenica Avvento Ambrosiano

8 dicembre 2019 – Anno A
Vangelo di Matteo 21,1-9

 COMMENTO di suor Chiara Papaleo, FMA

A volte ci capita, accostandoci alle letture che la liturgia ambrosiana – con sapienza- ci propone, di storcere il naso e di chiederci: “Ma cosa c’entra questo brano di Vangelo in questo periodo dell’anno?”. È la domanda che potremmo porci oggi, davanti alla pagina di Matteo, che ci racconta l’ingresso di Gesù a Gerusalemme, a pochi giorni dalla sua passione, morte e risurrezione.

Oltre ad un primissimo parallelismo che ci viene spontaneo, ovvero che il mistero dell’Incarnazione di Gesù non può mai essere separato da quello della Pasqua, non possiamo non guardare a Gesù che entra in Gerusalemme senza pensare che, in fondo, è un’immagine davvero rappresentativa dell’Avvento: un popolo che attende e acclama Colui-che-viene.

Questo avanzare di Gesù lo ritroviamo anche nella geografia che questo vangelo ci propone: dall’aspro deserto di Giovanni il Battista, entriamo nel cuore della città santa.

Al giro di boa del nostro Avvento, siamo dunque chiamati a passare dal deserto, luogo dell’essenziale, dell’ascolto profondo, dell’intimità, a Gerusalemme, città caotica ed anche un po’ pagana, eppure santa, portatrice del mistero, città che non capisce Gesù, ma che è culla della nostra salvezza. Dall’aridità alla culla della salvezza. Dalle parole dell’evangelista Matteo, capiamo che è Gesù stesso a scegliere la cavalcatura che più ritiene opportuna a quanto sta per accadere. L’asina (il mulo) era la cavalcatura usata dai re nella vita quotidiana, nei tempi di pace. Ed eccolo, Gesù, re di pace, che avanza mite e gentile. La reazione della folla è imprevista, eppure pare che stiano mettendo in pratica le parole gridate dal Battista: “Preparate la via al Signore, spianate nella steppa la strada per il nostro Dio”. Conoscono le Scritture e accolgono Gesù come si accoglie un re che rientra vittorioso da una battaglia. Ma Gesù è il re dei nostri giorni, della semplicità del quotidiano, vissuta con gentilezza e pace.

Il gesto della folla, tuttavia, ha una simbologia non trascurabile: “Stese i propri mantelli sulla strada, mentre altri tagliavano rami degli alberi e li stendevano sulla strada”. Il mantello è un bene inalienabile nella Scrittura, anche per il più povero dei poveri, come testimonia il libro dell’Esodo: «Se prendi in pegno il mantello del tuo prossimo, glielo renderai prima del tramonto del sole, perché è la sua sola coperta, è il mantello per la sua pelle; come potrebbe coprirsi dormendo?» (Es 22,25-26).

Stendere il mantello sotto i piedi di Gesù vuol dire mettere ai suoi piedi quanto di più prezioso abbiamo per vivere. Questo è forse il dono più grande per questo Natale, da fare al vero festeggiato: mettiamo ai piedi del piccolo di Betlemme la nostra stessa vita, con il nostro cuore e la nostra intelligenza. E non è retorica né poesia da quattro soldi, è l’atteggiamento che Gesù ha eretto a criterio della sua vita: la piccolezza.

Scriveva Magdeleine di Gesù: «Il vostro cuore l’avete dato tutte da tempo… ma avete tenuto la vostra testa. Di grazia, date anche questa al bimbo Gesù del presepio. Credetemi, non è né sdolcinata né sentimentale questa devozione. È la devozione dei grandi santi. Il bambino Gesù è un bimbo piccolo pieno di dolcezza, pieno di tenerezza, pieno di debolezza e d’impotenza esteriori, ma è Dio con la sua potenza e la sua intelligenza infinite. Mettete la mano nella sua manina, chiudete gli occhi e lasciatevi guidare da lui…».

Alla Sua scuola, quindi, impariamo l’arte della piccolezza: quell’uomo sull’asina, regale e povero, è il Dio-con-noi, il nostro Dio, che si fa strada nella nostra vita. Che belle le parole di Gesù:

«Andate nel villaggio di fronte a voi e subito troverete un’asina, legata, e con essa un puledro. Slegateli e conduceteli da me. E se qualcuno vi dirà qualcosa, rispondete: “Il Signore ne ha bisogno, ma li rimanderà indietro subito”». Matteo non ci fa capire se Gesù salì in groppa all’asina o al puledro ma, visto che li nomina entrambi, possiamo dar loro un doppio significato.

Chi è quest’asina, mamma di un puledro?

È la Chiesa, nostra madre, che avanza nella storia, portando a tutte le genti il suo re; a tutti, anche a quelli che non capiranno, che saranno infedeli, che trasformeranno in poco tempo un “Osanna!” in “Crocifiggilo”. Una Chiesa impastata di regalità e spoliazione, una chiesa del quotidiano che, nella sua povertà e miseria, è pur sempre la cavalcatura che Gesù sceglie per attraversare i nostri giorni.

E poi c’è un puledro. Siamo forse noi? Cuccioli di una madre così come l’abbiamo appena raccontata. Camminiamo incontro al Signore come il puledro che porta Gesù: consapevoli che, in realtà, è Lui che ci porta. È, infatti, Gesù a cercare per primo l’asina e il puledro, è Lui che sceglie la nostra povertà e ne fa il trono della sua umiltà e misericordia. Il Signore ha bisogno della nostra piccolezza, perché l’ha scelta lui stesso per sé! Assomigliare a questo puledro è tutto ciò che ci serve per avanzare umili e sicuri verso questo Natale.

Allora, lieti e senza esitazione, facciamo nostre le parole del Santo curato d’Ars: “Se Sansone con una mascella d’asino è riuscito a battere un esercito di filistei, chissà Dio cosa può fare con un asino tutto intero!

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