4^ Domenica Avvento Ambrosiano

4^ Domenica Avvento Ambrosiano

Commento al vangelo

8 dicembre 2019 – Anno A
Vangelo di Matteo 21,1-9

 COMMENTO di suor Chiara Papaleo, FMA

A volte ci capita, accostandoci alle letture che la liturgia ambrosiana – con sapienza- ci propone, di storcere il naso e di chiederci: “Ma cosa c’entra questo brano di Vangelo in questo periodo dell’anno?”. È la domanda che potremmo porci oggi, davanti alla pagina di Matteo, che ci racconta l’ingresso di Gesù a Gerusalemme, a pochi giorni dalla sua passione, morte e risurrezione.

Oltre ad un primissimo parallelismo che ci viene spontaneo, ovvero che il mistero dell’Incarnazione di Gesù non può mai essere separato da quello della Pasqua, non possiamo non guardare a Gesù che entra in Gerusalemme senza pensare che, in fondo, è un’immagine davvero rappresentativa dell’Avvento: un popolo che attende e acclama Colui-che-viene.

Questo avanzare di Gesù lo ritroviamo anche nella geografia che questo vangelo ci propone: dall’aspro deserto di Giovanni il Battista, entriamo nel cuore della città santa.

Al giro di boa del nostro Avvento, siamo dunque chiamati a passare dal deserto, luogo dell’essenziale, dell’ascolto profondo, dell’intimità, a Gerusalemme, città caotica ed anche un po’ pagana, eppure santa, portatrice del mistero, città che non capisce Gesù, ma che è culla della nostra salvezza. Dall’aridità alla culla della salvezza. Dalle parole dell’evangelista Matteo, capiamo che è Gesù stesso a scegliere la cavalcatura che più ritiene opportuna a quanto sta per accadere. L’asina (il mulo) era la cavalcatura usata dai re nella vita quotidiana, nei tempi di pace. Ed eccolo, Gesù, re di pace, che avanza mite e gentile. La reazione della folla è imprevista, eppure pare che stiano mettendo in pratica le parole gridate dal Battista: “Preparate la via al Signore, spianate nella steppa la strada per il nostro Dio”. Conoscono le Scritture e accolgono Gesù come si accoglie un re che rientra vittorioso da una battaglia. Ma Gesù è il re dei nostri giorni, della semplicità del quotidiano, vissuta con gentilezza e pace.

Il gesto della folla, tuttavia, ha una simbologia non trascurabile: “Stese i propri mantelli sulla strada, mentre altri tagliavano rami degli alberi e li stendevano sulla strada”. Il mantello è un bene inalienabile nella Scrittura, anche per il più povero dei poveri, come testimonia il libro dell’Esodo: «Se prendi in pegno il mantello del tuo prossimo, glielo renderai prima del tramonto del sole, perché è la sua sola coperta, è il mantello per la sua pelle; come potrebbe coprirsi dormendo?» (Es 22,25-26).

Stendere il mantello sotto i piedi di Gesù vuol dire mettere ai suoi piedi quanto di più prezioso abbiamo per vivere. Questo è forse il dono più grande per questo Natale, da fare al vero festeggiato: mettiamo ai piedi del piccolo di Betlemme la nostra stessa vita, con il nostro cuore e la nostra intelligenza. E non è retorica né poesia da quattro soldi, è l’atteggiamento che Gesù ha eretto a criterio della sua vita: la piccolezza.

Scriveva Magdeleine di Gesù: «Il vostro cuore l’avete dato tutte da tempo… ma avete tenuto la vostra testa. Di grazia, date anche questa al bimbo Gesù del presepio. Credetemi, non è né sdolcinata né sentimentale questa devozione. È la devozione dei grandi santi. Il bambino Gesù è un bimbo piccolo pieno di dolcezza, pieno di tenerezza, pieno di debolezza e d’impotenza esteriori, ma è Dio con la sua potenza e la sua intelligenza infinite. Mettete la mano nella sua manina, chiudete gli occhi e lasciatevi guidare da lui…».

Alla Sua scuola, quindi, impariamo l’arte della piccolezza: quell’uomo sull’asina, regale e povero, è il Dio-con-noi, il nostro Dio, che si fa strada nella nostra vita. Che belle le parole di Gesù:

«Andate nel villaggio di fronte a voi e subito troverete un’asina, legata, e con essa un puledro. Slegateli e conduceteli da me. E se qualcuno vi dirà qualcosa, rispondete: “Il Signore ne ha bisogno, ma li rimanderà indietro subito”». Matteo non ci fa capire se Gesù salì in groppa all’asina o al puledro ma, visto che li nomina entrambi, possiamo dar loro un doppio significato.

Chi è quest’asina, mamma di un puledro?

È la Chiesa, nostra madre, che avanza nella storia, portando a tutte le genti il suo re; a tutti, anche a quelli che non capiranno, che saranno infedeli, che trasformeranno in poco tempo un “Osanna!” in “Crocifiggilo”. Una Chiesa impastata di regalità e spoliazione, una chiesa del quotidiano che, nella sua povertà e miseria, è pur sempre la cavalcatura che Gesù sceglie per attraversare i nostri giorni.

E poi c’è un puledro. Siamo forse noi? Cuccioli di una madre così come l’abbiamo appena raccontata. Camminiamo incontro al Signore come il puledro che porta Gesù: consapevoli che, in realtà, è Lui che ci porta. È, infatti, Gesù a cercare per primo l’asina e il puledro, è Lui che sceglie la nostra povertà e ne fa il trono della sua umiltà e misericordia. Il Signore ha bisogno della nostra piccolezza, perché l’ha scelta lui stesso per sé! Assomigliare a questo puledro è tutto ciò che ci serve per avanzare umili e sicuri verso questo Natale.

Allora, lieti e senza esitazione, facciamo nostre le parole del Santo curato d’Ars: “Se Sansone con una mascella d’asino è riuscito a battere un esercito di filistei, chissà Dio cosa può fare con un asino tutto intero!

2^ domenica Avvento Romano

2^ domenica Avvento Romano

Commento al vangelo

8 dicembre 2019 – Anno A
 “NULLA E’ IMPOSSIBILE A DIO”

Vangelo di Luca 1,37

 Commento di suor Patrizia Colombo, FMA

Un brano ricco di nomi: l’angelo Gabriele, la città della Galilea chiamata Nazareth, un uomo della casa di Davide di nome Giuseppe, la vergine si chiama Maria… E ancora: “Avrai un figlio e lo chiamerai Gesù, sarà chiamato Figlio dell’Altissimo… sarà santo e chiamato Figlio di Dio…”. Nomi e chiamate.

Per il popolo ebraico il nome indica non solo un’identità, non solo dice chi si è, non solo serve per distinguere una persona dall’altra; il nome dice anche a chi si appartiene, dice una storia, dei legami, una parentela e parla anche del futuro di chi porta quel nome, della sua vocazione, di ciò a cui è chiamato. Spesso, nella Bibbia, il cambio del nome indica che è avvenuto un incontro particolare con Dio.

Ed ecco che Maria allora, dopo l’annuncio dell’angelo Gabriele, pronuncia il suo nome nuovo: “Sono la serva del Signore”. La serva, colei cioè che si pone a servizio, colei che mette al primo posto la volontà di Dio, sebbene incomprensibile ed anche “pericolosa”, ma pure affascinante per quel poco che è dato di intravvedere. Maria ascolta, accoglie, acconsente e fa sua la parola dell’angelo, la chiamata del Signore diventa la sua nuova identità, il suo nome nuovo. Lei sarà madre perché è serva, perché è al servizio, perché si fida dell’impossibile e dice di sì. Lei è al servizio, e questo, al contrario di quanto le parole possano portare a pensare, è la sua grandezza, la sua alta dignità.

È al servizio, quasi a dire, un po’ sottovoce, che Dio ha bisogno di lei per realizzare il suo progetto d’amore, come se, senza il suo consenso, il progetto non potrebbe essere lo stesso.

Del resto Maria ci rivela un aspetto originale di questo nostro Dio che ama, cioè “aver bisogno degli uomini”; lui, a cui nulla è impossibile, decide di non fare a meno di noi e chiede a Maria di collaborare a questa sua folle ed inedita idea di farsi uomo! E perché comprendiamo bene questo stile divino di umiltà e semplicità, decide di farsi bambino, la creatura che più di ogni altra deve dipendere dalle cure di una madre e di un padre. E chiede la disponibilità di una donna umile e semplice, di una profondità e fiducia disarmanti! Una donna dal cuore puro, immacolato.

Festeggiamo Maria Immacolata e per farlo la liturgia ci propone un brano della Scrittura che parla della vocazione di Maria e della sua maternità. Ancora una volta, in un altro modo, è come se ci venisse ripetuta l’idea che Maria è madre nella sua identità, che tutto il suo essere è stato pensato perché fosse madre, ma che nessuno, neppure Dio, può agire senza che lei accetti questa sua vocazione, senza che lei aderisca a ciò per cui da sempre è stata pensata.

Festeggiamo Maria concepita senza peccato originale e non possiamo disgiungere Maria dal suo essere madre, non possiamo pensare Maria senza Gesù, perché è lui che dà pienezza al suo essere. Identità e missione, indivisibili.

“Tante volte, nella vita, perdiamo tempo a domandarci: “Ma chi sono io?”. Tu puoi domandarti chi sei tu e fare tutta una vita cercando chi sei tu. Ma domandati: “Per chi sono io?”. (Papa Francesco, 8 aprile 2017)

“Nulla è impossibile a Dio”.

Quante volte Maria si sarà ripetuta questa frase dell’angelo! Quante volte questa frase sarà risuonata nel suo cuore, quando i tempi non facevano intravvedere che Dio era all’opera.
Perché i tempi nei libri, anche nei libri sacri, sembrano sempre così ravvicinati: è arrivato l’angelo, Maria ha acconsentito, è rimasta incinta, Giuseppe ha capito tutto in sogno e, insieme, sono andati da Elisabetta, incuranti di tutto il vociare dei parenti e dell’intero villaggio di Nazareth; sono rimasti lì tre mesi circa e poi sono rientrati a Nazareth per ripartire e andare a Betlemme per il censimento. Quindi i pastori, i Magi, la fuga in Egitto, la morte di Erode e il ritorno a Nazareth. Tutto molto concentrato, tanto che a volte rischiamo di pensare che tutto sia stato da subito molto chiaro e definito. Ma quanto si sarà ripetuta, Maria, che nulla è impossibile a Dio!

Che Dio poteva fare in modo di prendere carne in lei, che Dio avrebbe trovato il modo di non farla lapidare nonostante le rigide leggi, che avrebbe aiutato Giuseppe a comprendere, che lei avrebbe potuto affrontare un viaggio lungo e pericoloso fino ad arrivare, il prima possibile, da Elisabetta, che Dio davvero poteva permettere alla cugina di essere madre nonostante l’età e la sterilità di anni.

Maria Immacolata ci parla dell’attesa, della sospensione del tempo, della costante fiducia che quell’annuncio dell’angelo era davvero una promessa della fedeltà e dell’onnipotente amore di Dio, era verità che si andava facendo nella quotidianità della storia, nonostante “l’angelo partì da lei”. E quante volte anche a noi è chiesta questa fiducia che attraversa i silenzi, le attese e le notti! Quante volte anche a noi è chiesto di rimanere fedeli a un’intuizione del cuore che capiamo essere volontà di Dio! E quante volte anche a noi è chiesto di scoprire e accogliere passo passo il nome che Dio ci dà e che fa di noi una persona unita e felice, è chiesto un cuore puro che vede le mosse di Dio pur nelle pieghe, a volte un po’ strette e contorte, della storia.

Maria Immacolata, giovane donna di Nazareth, ripeta anche a noi e per noi che “nulla è impossibile a Dio”, lo ripeta ai giovani, lo ripeta a chi è nella fatica, lo ripeta a chi desidera che Dio nasca nella sua vita.

2^ domenica Avvento Romano

1^ domenica Avvento Romano

Commento al vangelo

1 dicembre 2019 – Anno A
“VEGLIATE, PERCHE’ NON SAPETE NE’ IL GIORNO NE’ L’ORA…”

 Vangelo di Matteo, 24,37-44

 

Commento di suor Maria Vanda Penna, FMA

Tempo di Avvento: tempo di attesa del Signore che viene. Il nostro è un Dio che sempre viene, che sempre “discende” verso di noi, tra noi, in noi, per assumerci in sé. È un Dio attratto dalla povertà, perché la vuole rivestire di sé, dal nostro niente perché ci vuole trasfigurare, avendoci creati “capaci di Lui” (1Cor 1, 27-29). A noi accogliere la sua iniziativa di amore, il dono gratuito che ci rivela il nostro essere profondo abitato da Lui.

Per questo la Chiesa ci aiuta a ricordare la confortante realtà invitandoci a vivere intensamente, ogni anno, il tempo speciale che nel Natale vede la PAROLA incarnarsi nella nostra storia e salvarla dall’assurdo, dal non senso, dal non amore. Se i nostri occhi sono limpidi e il cuore è pulito, in ogni istante “vediamo” la Sua presenza, perché Lui è nel quotidiano, Lui è qui mentre io scrivo e tu leggi, Lui è la roccia ferma della nostra vita. S. Paolo: “In Lui viviamo, ci muoviamo e siamo” (At 17,28).

Ogni tempo è simile a quello di Noè: chi si dà da fare per preparare l’arca della salvezza e chi mangia, beve, si sposa…, cose peraltro legittime, ma chiuse nell’attimo che fugge, senza sguardo di futuro, senza quel cuore profetico che sa trasformare ogni accadimento in evento di salvezza.

“Uno sarà preso, l’altro lasciato”: parole misteriose, che invitano ad andare a fondo del problema. In sostanza, il futuro si gioca nell’oggi, nel modo di vivere le stesse realtà, il lavoro, le relazioni, gli affetti: liberi e capaci di equilibrio interiore e di discernimento sull’importanza delle cose o perennemente affannati oppure pigri nella ricerca di un di più che non riusciamo a raggiungere e che essenziale non è?
L’essere preoccupati e agitati intorno alle molte cose è l’atteggiamento che Gesù rimprovera a Marta, come ci narra l’evangelista Luca (10,41), mentre è lodata Maria che, seduta ai suoi piedi, ascolta la Parola e in quella trova la risposta all’inquietudine del cuore.
D’altra parte, la Parola ci mette in guardia anche dal non trafficare i talenti ricevuti, dal non fare nulla per rendere il mondo, almeno intorno a noi, un po’ più vivibile (Mt 25, 14-30).
Presi o lasciati? Lo scegliamo ora e qui.

E Gesù viene sempre, ci cerca, ci parla, attende di essere riconosciuto, e spesso ci trova distratti di fronte alla sua Parola che, poiché Lui ama la nostra vita, ci avverte circa il “diluvio”.

Quando verrà? Il nostro tempo è pieno di metaforici diluvi, che con scelte più oculate si potrebbero evitare o rendere meno rovinosi.

E la nostra vita personale? Gli ultimi tempi della storia, a cui allude il Vangelo odierno, per ciascuno di noi saranno la conclusione del nostro vivere qui in terra.
Che significa “vegliare” perché non sappiamo né il giorno né l’ora?
“Vegliare” è proprio della sentinella che nella notte non può concedersi al sonno, perché il “nemico” potrebbe arrivare all’improvviso a rubare e distruggere.
Ascoltiamo Isaia. Un grido: “Sentinella, quanto resta della notte?”. E una risposta, interpretabile: “Viene il mattino, poi anche la notte. Se volete, domandate, domandate, convertitevi, venite!”. (Is. 21,11-12)

È chiaro che la sentinella è il profeta, al quale è stato affidato l’incarico di parlare a nome di Dio. E l’appello di Dio, nel suo venire verso di noi, è alla conversione: dalle cose al desiderio di Lui. Strada della santità, condizione dell’incontro felice con Colui che viene.

Vegliare è dunque l’atteggiamento interiore di chi, giorno dopo giorno, spegne in sé i desideri di cose che nulla hanno a che fare con il Regno di Dio, e lascia emergere invece l’unico vero desiderio degno dell’uomo, quello del Signore Gesù, perché solo Lui può placare la sete di infinito che ci abita e che, per grazia Sua, ci inquieta il cuore.

Vegliare è anche l’atteggiamento di chi nutre la speranza nell’attesa fiduciosa del giorno del Signore. Allora non il timore, ma la gioia intride il nostro cuore. Attendere chi ci ama, con la certezza che verrà, è dare un senso profondo alla nostra vita, è imprimerle una direzione sicura, che né dolore, né tribolazione, né morte possono far deviare.

4^ Domenica Avvento Ambrosiano

3^ domenica Avvento Ambrosiano

Commento al vangelo

1 dicembre 2019 – Anno A

SEI TU QUELLO CHE DEVE VENIRE?

Vangelo di Matteo 11,2-15

COMMENTO di sr Cristina Merli, FMA

C’è una stridente dissonanza tra il Battista incontrato nel capitolo terzo di Matteo e quello intravisto nel Vangelo di oggi.

Giovanni il profeta, Giovanni l’uomo tutto d’un pezzo, Giovanni l’austero che insegna con sicurezza come ci si deve comportare, Giovanni al quale tutti accorrono, Giovanni che bacchetta farisei e sadducei, Giovanni che vorrebbe impedire a Gesù di essere battezzato da lui.

E poi l’arresto. Braccato come un criminale, messo a tacere. La “voce di uno che grida nel deserto” è ridotta al silenzio, soffocata nel luogo del non senso, dell’umiliazione, del disfacimento fisico e umano.

È in questa condizione che nasce la domanda: “Sei tu quello che deve venire o dobbiamo aspettarne un altro?”. Tutta la mia vita spesa per prepararti la strada, sacrificata alla verità, aderente alle Sacre Scritture, dettata dalla rettitudine è valsa la pena, è andata a buon fine, ha un significato?

Il Giovanni che incuteva timore diventa compagno del nostro bisogno di senso, dei nostri dubbi, delle nostre domande. Forse la sua richiesta nasce dallo scarto che avverte tra il Messia da lui annunciato e ciò che i suoi discepoli gli raccontano di Gesù.
Il Messia che stava per arrivare con la “scure” e con il “ventilabro”, per fare piazza pulita dei malvagi, guarisce i malati, proclama le beatitudini, mangia con i peccatori.

Giovanni ha bisogno di capire. Ma non si dà risposte affrettate, non risolve in sé la questione: ci insegna a stare dentro alla domanda e a lasciare che sia la realtà a parlare di se stessa, pronto anche ad abbandonare le convinzioni così salde che si era costruito.

Il profeta si lascia educare dall’incontro con il “tu” di Gesù.

E Gesù risponde.

Non con una teoria, non con un sì o con un no. Risponde con la vita. “Andate e riferite a Giovanni ciò che voi udite e vedete: i ciechi ricuperano la vista, gli storpi camminano, i lebbrosi sono guariti, i sordi riacquistano l’udito, i morti risuscitano, ai poveri è predicata la buona novella”.

Vedi, Giovanni, quello che Isaia ha preannunciato ora si realizza in me, nelle mie opere. E le mie opere testimoniano che Dio non è innanzitutto esigente, non vuole la punizione, non ama l’obbedienza cieca, non gli piace dividere tra buoni e cattivi. La buona novella è che il Padre ci prende così come siamo e lì dove siamo, nella nostra condizione di incompletezza, nella nostra cecità di fronte alla vita (i ciechi recuperano la vista), nella nostra fatica a fare dei passi (gli storpi camminano), nella nostra solitudine esistenziale (i lebbrosi sono guariti), nella nostra incapacità di ascoltare noi stessi, l’altro, la vita (i sordi riacquistano l’udito), nelle nostre morti quotidiane che tanto ci fanno paura (i morti risuscitano). Ci prende così, nei nervi scoperti delle nostre fragilità e ci offre una guarigione, dal di dentro.

Ma la risposta di Gesù non finisce qui, c’è un’aggiunta sorprendente: “…e beato chi non si scandalizza di me”. Anche se i conti tra ciò che hai predicato e le mie opere non tornano del tutto, anche se c’è una novità rispetto all’Antico Testamento che hai servito con lealtà, anche se inciampi in una notizia inaspettata, non ti scandalizzare, Giovanni, non vi scandalizzate. Io vengo in modo imprevedibile, sconfino, smargino sempre con un di più di amore, di dolcezza, di cura, di compassione, di misericordia. Beato chi non si vergogna di questo volto di Dio che annuncio.

E Giovanni, il più grande tra i nati di donna, supera il dubbio. Qualcun altro non riuscirà a farlo e, davanti alla croce, griderà allo scandalo di un Dio che non sta dentro ai nostri schemi.

Dopo aver risposto ai discepoli di Giovanni, Gesù si rivolge alle numerose persone che ha intorno e, come spesso fa, le costringe a leggersi dentro per capire che cosa le muove.
“Che cosa siete andati a vedere nel deserto? Una canna sbattuta dal vento? Che cosa dunque siete andati a vedere? Un uomo avvolto in morbide vesti? Coloro che portano morbide vesti stanno nei palazzi dei re! E allora, che cosa siete andati a vedere? Un profeta? Sì, vi dico, anche più di un profeta. Egli è colui, del quale sta scritto:

Ecco, io mando davanti a te il mio messaggero
che preparerà la tua via davanti a te.

In verità vi dico: tra i nati di donna non è sorto uno più grande di Giovanni il Battista; tuttavia il più piccolo nel regno dei cieli è più grande di lui”. Cosa vi ha attirato di Giovanni il Battista? Che cosa ci attira di alcune donne e di alcuni uomini in ogni tempo? La loro integrità, la loro verità, la loro libertà. E avete ragione, dice Gesù, perché Giovanni è il più grande dei profeti, perché è stato fedele alla legge e alla sua missione fino alla fine.

Ma ora è un regno nuovo quello che Gesù inaugura, un regno inaspettato, che non annulla la legge, sempre punto di riferimento, ma la supera, la illumina, la libera tramite l’amore, la misericordia, la salvezza, la guarigione, il perdono, la sconfitta della morte attraverso la Risurrezione.

Quale annuncio più sorprendente?
Siamo noi “i poveri ai quali è predicata la buona novella” di un Dio che ci chiede di stare dentro alle inquietudini, alle domande, alle situazioni che la vita ci pone, perché è lì che possiamo incontrare il “tu” dell’altro, della creazione, di Gesù stesso. Ed è lì che Gesù ci insegna che spesso non possiamo cambiare la realtà, le situazioni, le cose che accadono (Giovanni non uscirà dal carcere e sarà messo a morte), ma possiamo decidere con quale atteggiamento stare di fronte ad esse.

La buona notizia è che possiamo cambiare noi dal di dentro, lasciando che sia Lui ad aprire i nostri occhi per vedere ciò che prima era appannato, i nostri orecchi per ascoltare la vita, che sia Lui ad insegnarci i passi che ci guidano verso l’altro, a guarire dalle malattie e dalle morti che atrofizzano il cuore.

La buona notizia è che proprio a ciascuno di noi Gesù dice: tu, il più piccolo nel regno dei cieli, puoi essere più grande di Giovanni Battista.

4^ Domenica Avvento Ambrosiano

2^ domenica Avvento Ambrosiano

Commento al vangelo

24 novembre 2019 – Anno A

Vangelo di Luca 3, 1-18

 

COMMENTO di suor Graziella Curti, FMA

 

All’interno del grandioso panorama di storia universale, lo sguardo si fissa su un uomo che cammina nel deserto: terra di silenzio e di esodo dove ognuno trova la verità propria e di Dio.

L’immagine scelta dall’evangelista Luca richiama la storia di ogni donna e di ogni uomo: viandanti nel deserto in cerca di speranza.

Giovanni Battista, solo, avanza, viene prima, annunzia il realizzarsi di un avvenimento decisivo per tutta la vicenda umana. E’ una voce che percorre i secoli.

Voce-soglia della Parola. Voce che precorre il Messia. Lungo il Giordano e nella terra sacra della Giudea si ode il grido: “Preparate le vie del Signore”. Non più sentieri storti. Mai più burroni dove sprofonda la nostra depressione. Via gli abissi dell’ingiustizia e della disperazione. Si appianino i monti dell’orgoglio e della presunzione.
Perché, come dice il biblista, “solo l’umiltà è la verità dell’uomo, che è terra (homo, humilis, humus hanno la stessa radice) e in questa sua verità l’uomo incontra Dio che solo in essa gli viene incontro per salvarlo”.

Il procedere controvento di Giovanni, il suo modo di vestire, l’austerità delle sue parole e dei suoi modi richiamano gli antichi profeti, megafoni di Dio lungo la storia.

L’invito del Battista è essenziale, concreto, appartiene alla vita quotidiana.

Quando le folle, i soldati, i pubblicani lo interrogano: “Che dunque faremo?”, la sua risposta non ammette ambiguità. “Chi ha due tuniche ne dia una a chi non ne ha, e chi ha da mangiare faccia altrettanto”.

Giovanni non chiede di fare cose impossibili, di recarsi più volte al tempio, di fare particolari sacrifici e digiuni. Le strade diventano diritte attraverso l’onestà della vita.

Per fare spazio alla salvezza di Dio è necessario prendere coscienza del proprio peccato e sentirsi mendicanti del perdono del Signore. Ai pubblicani, ai soldati, alla folla Giovanni chiede quella santità della porta accanto di cui ci parla spesso Papa Francesco.

Il richiamo del Battista è sulla linea di una conversione che esige un mutamento concreto del vivere quotidiano, il cambio delle relazioni.

E’ un esempio umanissimo di apertura, di misericordia contro la politica dello scarto.
Nessuno è escluso dall’annuncio di salvezza.

L’evangelista Luca, che è lo scriba mansuetudinis Christi, fa pronunciare a Giovanni le parole della misericordia e della cura verso i fratelli.

4^ Domenica Avvento Ambrosiano

1^ domenica Avvento Ambrosiano

Commento al vangelo

17 novembre 2019 – Anno A

Vangelo di Matteo 24, 1-31

COMMENTO di suor Armida Spada, FMA

 “Verso la tua Parola, guida il mio cuore”

Una giovane mamma attende un figlio: quanti sogni, progetti, attenzioni, cure, preoccupazioni; tutto questo perché l’attesa raggiunga il suo compimento nella nascita di una nuova vita.

È l’attesa di una “presenza”, che riempie il nostro sogno d’amore. È l’attesa di Dio, presente tra le pieghe delle nostre trafficate giornate, che chiede di essere riconosciuto, incontrato, annunciato. Sì, perché il Signore viene, “viene il nostro Dio, viene e si manifesta”.

Allora vivere l’attesa è meditare la vita nei suoi incontri, nelle sue situazioni, nelle sue provocazioni e contemplarla alla luce della Verità di Cristo perché le scelte concrete siano animate da un cuore sponsale e da un amore generativo.

Viviamo così l’attesa nelle rivelazioni di ogni giorno: nell’incontro con quella mamma che ti confida le fatiche di educare una figlia adolescente o con quell’altra che ti condivide le soddisfazioni e delusioni nell’accompagnare il cammino accidentato del figlio universitario o con il padre cinquantenne, vedovo e disoccupato, che deve pensare al futuro della figlia quattordicenne.

Vivere l’attesa è accogliere e amare tutte le situazioni della contemporaneità con cuore “semplice”, che in tutto cerca solo Dio e la serenità dei fratelli.

Spesso diceva Don Bosco: “Questo solo io desidero: vedervi felici nel tempo e nell’eternità”.

Allora, come Maria, sapremo vivere l’attesa accogliendo anche l’incomprensibilità di Dio, sostenerla e crescere proprio in essa con l’atteggiamento della fede che “persevera nell’inafferrabile, attendendo finché da Dio venga la luce”. (R. Guardini)

E nella relazione con il Dio ineffabile ci lasciamo trasformare divenendo, piano piano, “icone di umanità” per i nostri fratelli e “a coloro che hanno fame sapremo offrire senza limiti il pane e il vino della presenza divina e il cuore del fratello umano, offerto in nutrimento puro”. (F. Dostoevskij)

In questo cammino guardiamo a Maria, icona della bellezza divina, perché “certamente è nella bellezza che il mondo sarà salvato; ma salverà il mondo quella bellezza che si concretizzerà come spazio di manifestazione dell’Invisibile e come ricostruzione della verità dell’uomo”.
(
P. N. EvdoKìmov)

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