2^ domenica dopo l’Epifania

2^ domenica dopo l’Epifania

2^ domenica dopo l’Epifania

19 gennaio 2020 – Anno A

 

 

Vangelo di Giovanni 1, 29-34

 

Commento di suor Cristina Merli, FMA

 

Mi sono sempre chiesta come mai, per il suo primo miracolo, Gesù abbia accettato di porre un segno apparentemente secondario rispetto a guarigioni, liberazioni di indemoniati, uscita da sepolcri.

 

Ho trovato risposte teologiche di grande illuminazione.

 

Qui, però, vorrei prendermi la licenza di partire dalle nozze di Cana per operare una piccola deviazione, magari non proprio ortodossa, rispetto al Vangelo proposto questa domenica: voglio guardare “le piccole gioie della vita” che anche Gesù ha gustato. Come un bicchiere di vino buono, un pasto saporito, il sole che se ne va con la promessa sempre mantenuta del suo ritorno, lo sguardo dell’amico, il caldo del camino, un frutto dell’orto che matura sotto i nostri occhi.

 

Fermarsi e assaporare questi momenti, a volte, ci fa provare la triste impressione di “perdere tempo”. Allora riprendiamo a correre, a lavorare, ad affannarci per silenziare i sensi di colpa. Ed è una sensazione triste perché, se ci allontaniamo da lì, ci allontaniamo dalle cose belle, buone e vere che Dio ci ha dato per farci più felici.

 

Nel medioevo, epoca da sempre considerata “buia”, dove per arrivare alla perfezione dovevi disprezzare le cose del mondo, campeggia un gigante delle “piccole gioie della vita”: Francesco d’Assisi.

Il Cantico di Frate Sole ne è l’emblema, ma ci sono episodi della vita di Francesco che stupiscono per la sua capacità di godere di tutto ciò che parla di Dio.

Ottobre 1226. Francesco sa che ha ancora poco da vivere e fa scrivere una lettera ad una sua amica.

“A donna Jacopa, serva dell’Altissimo, frate Francesco poverello di Cristo, augura salute nel Signore e la comunione dello Spirito Santo. Sappi, carissima, che Cristo benedetto, per sua grazia, mi ha rivelato che la fine della mia vita è ormai prossima. Perciò, se vuoi trovarmi vivo, vista questa lettera, affrettati a venire a Santa Maria degli Angeli, poiché se non verrai prima di tale giorno, non mi potrai trovare vivo. E porta con te un panno di cilicio in cui tu possa avvolgere il mio corpo e la cera per la sepoltura. Ti prego ancora di portarmi di quei dolci, che eri solita darmi quando mi trovavo ammalato a Roma.”

(lettera a donna Giacomina – 253-254-255)

Prima di morire, Francesco chiede di poter gustare ancora quei dolci, i mostaccioli, fatti di mandorle e miele, che solo donna Jacopa sapeva confezionare così buoni.

Peccato di gola? No, in fin di vita non chiedi qualcosa di banale, tanto più se sei San Francesco, ma chiedi qualcosa che ti permetta di avvicinarti a Dio. E l’uomo di Assisi lo fa con dei biscotti, perché per lui tutte le cose create sono emanazione diretta del Suo amore, per questo in esse bisogna immergersi, di esse gioire, da esse lasciarsi pervadere.

Mi piace leggere Montale e pensare che le “piccole gioie della vita” siano per tutti, gratis, regalate da Dio anche al poeta che non riesce ad andare oltre il segno, che non riesce a vedere Colui che esse indicano.

[…]
La pioggia stanca la terra, di poi; s’affolta
il tedio dell’inverno sulle case,
la luce si fa avara – amara l’anima.
Quando un giorno da un malchiuso portone
tra gli alberi di una corte
ci si mostrano i gialli dei limoni;
e il gelo dei cuore si sfa,
e in petto ci scrosciano
le loro canzoni
le trombe d’oro della solarità.

Eugenio Montale, I limoni

 

Splendido questo suo prestare “attenzione” alla realtà, questa sua attitudine a volgere l’animo e la mente agli oggetti che gli si fanno incontro. E tenace e onesta la sua ricerca dell’Oltre che i limoni portano in sé e che lui non riesce a vedere.

 

Ci insegna l’attenzione, Montale. E oggi ne abbiamo un grande bisogno, perché la distrazione può rubarci le “piccole gioie della vita” e fare in modo che esse ci attraversino senza che riusciamo a sentirne il sapore. E le cose “sanno di Dio”.

 

E allora, come dice Franco Arminio:

Abbiamo bisogno di contadini,
di poeti, gente che sa fare il pane,
che ama gli alberi e riconosce il vento.
Più che l’anno della crescita,
ci vorrebbe l’anno dell’attenzione.
Attenzione a chi cade, al sole che nasce
e che muore, ai ragazzi che crescono,
attenzione anche a un semplice lampione,
a un muro scrostato.
Oggi essere rivoluzionari significa togliere
più che aggiungere, rallentare più che accelerare,
significa dare valore al silenzio, alla luce,
alla fragilità, alla dolcezza.

 

Che sia l’anno dell’attenzione.

 

Riusciremo così non solo a sentire il sapore del vino eccellente di Cana, ma anche a riconoscere in esso il segno che ci indica che il Dio di Gesù è il Dio della gioia, quella gioia che Lo disvela anche nelle piccole cose.

2^ domenica del Tempo Ordinario

2^ domenica del Tempo Ordinario

2^ domenica del Tempo Ordinario

19 gennaio 2020 – Anno A

 

Vangelo di Giovanni 1, 29-34

Commento di suor Cristina Merli, FMA

 

E ancora una volta, come sempre, prima che noi riusciamo a muovere un passo verso di Lui, è Dio che ci viene incontro, ci cerca, desidera incontrarci.

“Il giorno dopo, vedendo Gesù venire verso di lui…”.

Non sono gli sforzi di volontà, gli alti propositi, le decisioni ferree di essere più buoni a farci sentire il desiderio di vivere una vita più degna, più bella, più vera, ma solo il suo chinarsi su di noi, il suo rimanere piegato su di noi.

Giovanni Battista riconosce Gesù al di là delle sue connotazioni fisiche e anagrafiche e, cosa sorprendente, lo mostra come “l’Agnello Dio”.

Ma come, lui che aveva speso la vita a preparare la strada a un Dio che stava per arrivare con la “scure” e con il “ventilabro”, riconosce in Gesù colui che viene non con il volto del giustiziere, ma con quello di un “agnello”?

Il Battista, che ha trascorso la vita a preparare la strada ad un giudice, ora vede oltre, vede Altro, vede il Vero.

Vede che, al posto di pretendere dall’uomo sacrifici propiziatori, Dio sacrifica se stesso; al posto di chiedere la vita, offre la sua; al posto di mostrarsi onnipotente, si mostra bisognoso come un agnello a cui serve il latte di una madre e la mano di un pastore.

Ci vuole certamente una grande capacità di visione per cambiare prospettiva su Dio in così poco tempo.

Ma da dove gli arriva questa intelligenza?

Credo derivi dall’attitudine acquisita, giorno dopo giorno, a guardare il mondo “per quello che è” e non “secondo me è”, ad abitare la realtà con un’attenzione totale alle persone e alle cose, al frammento in cui abita misteriosamente l’Eterno.

E per riuscirci deve decentrarsi.

Ed è proprio ciò che il Battista ha fatto.

Io non sono la Parola, sono la voce che pronuncia la Parola.
Io non sono lo Sposo, sono l’amico dello Sposo.
Io non sono quello che dovete seguire, sono il dito che indica chi dovete seguire.
Io vi battezzo con acqua, ma viene uno che è più forte di me,
che vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco.

 

Ecco cosa ha fatto Giovanni: ha messo al centro Gesù e non se stesso. E allora ha potuto riconoscerlo per quello che è: il Figlio di Dio venuto per portare la tenerezza, per farci conoscere l’Amore, disposto a dare la vita pur di ricongiungere l’uomo all’unica Fonte di felicità.

Spostarci dal centro è possibile a partire dalle cose più semplici e quotidiane.

Forse proprio per questo è complicatissimo.

Quando uno lamenta un suo acciacco e l’altro incalza con un dolore più grande, è una gara a chi sta peggio, pur di stare al centro.

Decentrarsi è ascoltare l’altro in silenzio, cercando solo di capire il suo disagio.

Quando a scuola, a catechismo, in casa un ragazzo risponde male, farsi da parte è, prima di rispondere, cercare di capire perché ha risposto così.

Quando a tavola c’è qualcosa di buono e comincia la rincorsa ad accaparrarselo, mettere al centro gli altri commensali è aspettare ad alzarsi e vedere se qualcun altro ne vuole.

Quando la nonna o la sorella anziana raccontano per l’ennesima volta la stessa storia accaduta cent’anni fa, decentrarsi è sorridere dentro e fare finta di non averla mai sentita.

Quando un avversario viene elogiato per una buona impresa e nasce la tentazione di trovare quella piccola frase che possa screditarlo, farsi da parte è guardare all’oggettività del bene fatto e, se proprio non si riesce ad applaudire, almeno tacere.

Ce lo insegna Giovanni: togliersi dal centro non è la strada della rinuncia, è la strada che libera, è la strada della gioia!

“Io ho visto ed ho testimoniato che questi è il Figlio di Dio” che è disposto a tutto pur di sapermi felice.

2^ domenica dopo l’Epifania

Battesimo del Signore

Battesimo del Signore

12 gennaio 2020 – Anno A

 Vangelo secondo Matteo (Mt 3,13-17)

 COMMENTO di suor Patrizia Colombo, FMA

 

Su questa pagina di Vangelo si potrebbe fare un corso di Esercizi spirituali e, di fatto, si trovano tantissimi commenti, testi con esegesi, omelie e riflessioni sul Battesimo di Gesù, e di tanti studiosi autorevoli e preparati, di tanti maestri di spiritualità, di tanti profeti del nostro tempo.

Ecco allora che, solo in punta di piedi, con tanta umiltà, ho cercato di trovare una sfumatura salesiana a questa pagina centrale della vita di Gesù. Di fatto, tanti sono i collegamenti che si possono cogliere tra questo episodio e quanto accade nell’esistenza di Don Bosco e di Madre Mazzarello, qui mi permetto di sottolinearne uno.

Gesù, nel racconto che gli evangelisti fanno del suo Battesimo, sceglie di unirsi totalmente all’umanità a cui era stato mandato, si mette in fila con gli uomini e le donne del suo tempo, si immerge nella loro realtà. Lì dichiara, in modo ancora embrionale, se così si può dire, la sua missione. E la voce del Padre sancisce questa missione, che è poi anche l’identità stessa di Gesù: lui è il Figlio amato, nel quale il Padre trova compiacimento, Gesù fa ciò che piace al Padre.

Matteo parla di una voce che dal cielo si fa udire.

Verrebbe da chiedersi come si è fatta sentire questa voce, chi altro l’ha potuta udire, l’ha sentita solo Gesù? E come fa Matteo a sapere di questa voce?

Forse è stata un’intuizione profonda del cuore che poi Gesù stesso ha raccontato; forse un suono distinto che tutti hanno udito; forse una sensazione che i presenti hanno sperimentato.

Non sappiamo.

Ci restano le parole scelte da Matteo per raccontarci quanto è accaduto.

Non sappiamo come esattamente si sia fatto sentire Dio, sta di fatto che questa rivelazione, questo incontro, è avvenuto e ha dato inizio a qualcosa.

Così come è successo nell’annuncio dell’angelo a Maria, o nei sogni per Giuseppe…

Il Vangelo ci racconta di un Dio che si fa sentire, che sa come manifestare la sua volontà; come questo avvenga non sappiamo bene, ma non possiamo dubitare del fatto che questo accada, perché poi da questi incontri, da queste rivelazioni si mettono in moto dei processi, spesso imprevedibili in precedenza.

Un po’ come, in modo certo differente, è avvenuto poi anche per esempio a Don Bosco e a Madre Mazzarello, i fondatori del nostro Istituto.

Don Bosco racconta del sogno che fece a 9 anni e che segnò e indirizzò tutta la sua vita:

“A 9 anni feci un sogno. […] apparve un Uomo venerando, nobilmente vestito. Il volto era così luminoso che non potevo fissarlo. Egli mi chiamò per nome e mi ordinò di pormi alla testa di que’ fanciulli aggiungendo queste parole: «Non colle percosse ma colla mansuetudine e colla carità dovrai guadagnare questi tuoi amici. Mettiti adunque immediatamente a fare loro un’istruzione sulla bruttezza del peccato e sulla preziosità della virtù»”.

(Giovanni Bosco, Memorie dell’Oratorio, LAS, Roma, 2011, pp. 62-63)

 Anche per Madre Mazzarello c’è una rivelazione che ha del misterioso e che, tuttavia, traccerà la sua missione e, quindi, anche la sua identità profonda:

 “Passava un giorno per Borgoalto, quando le parve di vedere di fronte un gran caseggiato con tutta l’apparenza esteriore di un collegio di numerose giovanette. Si fermò a guardare piena di stupore e disse fra sé: – Cosa è mai questo che io vedo? Ma qui non c’è mai stato questo palazzo! Che succede? – E sentì come una voce: «A te le affido». Maria si allontanò rapidamente di là e procurò di non ripensarvi; ma sì, quelle giovanette erano sempre lì quasi a chiamarla, specialmente ogniqualvolta era costretta a ripassare per quell’altura”.

(dalla “Cronistoria” dell’Istituto delle FMA).

Intuizioni. Segni di Dio nella loro storia, segni che non si erano costruiti da soli, che non erano illusioni o allucinazioni, parole a cui hanno creduto e che hanno tracciato la loro missione.

Dio si rivela, anzi, “ci rivela”, ci fa capire chi siamo e cosa siamo chiamati a fare.

Dio si fa sentire da chi ha il cuore docile, da chi “lascia fare” a lui, da chi cerca di fare ciò che piace al Padre, da chi non soffoca le intuizioni che non si è dato da solo, anche se non tutto il cammino è chiaro e tracciato sin dall’inizio.

Gesù, nel suo Battesimo, si fa uno di noi e il Padre approva totalmente quel gesto del Figlio amato. Per Gesù certo è avvenuto in modo unico e irripetibile, eppure anche di noi, in maniera differente, sebbene non poi così diversa, il Padre può compiacersi.

Che cosa grande: siamo chiamati a immergerci nella realtà condividendo il cammino di ogni uomo e a sentirci figli amati, a fidarci totalmente di Dio così da intuire la sua approvazione, da desiderare di renderlo contento, tanto da conformarci alla sua Parola.

Che cosa grande: lasciar fare a Dio perché ci purifichi, ci faccia sentire la sua voce e ci conduca dove la sua gioia corrisponde a ciò che è il meglio per noi.

Che cosa grande: sentire che Dio ci è Padre, che ci ama e che in noi si compiace, che noi possiamo rendere felice Dio di averci come figli, che Dio ci ama e ci manda ai fratelli perché tutti conoscano il suo amore.

E che cosa grande avere Gesù come maestro e come modello. “Lascia fare per ora”: Gesù ci dà l’esempio, egli chiede a Giovanni di non fermare quel gesto che dice l’amore trinitario che unisce il Padre e il Figlio e il Figlio ad ogni uomo e donna.

Che anche noi possiamo riconoscere, come Giovanni il Battista, che siamo noi ad aver bisogno di essere battezzati e che invece è Gesù che per primo ci viene incontro, affinché impariamo da lui cosa piace a Dio Padre.

2^ domenica del Tempo Ordinario

Battesimo del Signore

Battesimo del Signore

12 gennaio 2020 – Anno A

Vangelo secondo Matteo (Mt 3,13-17)

COMMENTO di suor Patrizia Colombo, FMA

 

Su questa pagina di Vangelo si potrebbe fare un corso di Esercizi spirituali e, di fatto, si trovano tantissimi commenti, testi con esegesi, omelie e riflessioni sul Battesimo di Gesù, e di tanti studiosi autorevoli e preparati, di tanti maestri di spiritualità, di tanti profeti del nostro tempo.

Ecco allora che, solo in punta di piedi, con tanta umiltà, ho cercato di trovare una sfumatura salesiana a questa pagina centrale della vita di Gesù. Di fatto, tanti sono i collegamenti che si possono cogliere tra questo episodio e quanto accade nell’esistenza di Don Bosco e di Madre Mazzarello, qui mi permetto di sottolinearne uno.

Gesù, nel racconto che gli evangelisti fanno del suo Battesimo, sceglie di unirsi totalmente all’umanità a cui era stato mandato, si mette in fila con gli uomini e le donne del suo tempo, si immerge nella loro realtà. Lì dichiara, in modo ancora embrionale, se così si può dire, la sua missione. E la voce del Padre sancisce questa missione, che è poi anche l’identità stessa di Gesù: lui è il Figlio amato, nel quale il Padre trova compiacimento, Gesù fa ciò che piace al Padre.

Matteo parla di una voce che dal cielo si fa udire.

Verrebbe da chiedersi come si è fatta sentire questa voce, chi altro l’ha potuta udire, l’ha sentita solo Gesù? E come fa Matteo a sapere di questa voce?

Forse è stata un’intuizione profonda del cuore che poi Gesù stesso ha raccontato; forse un suono distinto che tutti hanno udito; forse una sensazione che i presenti hanno sperimentato.

Non sappiamo.

Ci restano le parole scelte da Matteo per raccontarci quanto è accaduto.

Non sappiamo come esattamente si sia fatto sentire Dio, sta di fatto che questa rivelazione, questo incontro, è avvenuto e ha dato inizio a qualcosa.

Così come è successo nell’annuncio dell’angelo a Maria, o nei sogni per Giuseppe…

Il Vangelo ci racconta di un Dio che si fa sentire, che sa come manifestare la sua volontà; come questo avvenga non sappiamo bene, ma non possiamo dubitare del fatto che questo accada, perché poi da questi incontri, da queste rivelazioni si mettono in moto dei processi, spesso imprevedibili in precedenza.

Un po’ come, in modo certo differente, è avvenuto poi anche per esempio a Don Bosco e a Madre Mazzarello, i fondatori del nostro Istituto.

Don Bosco racconta del sogno che fece a 9 anni e che segnò e indirizzò tutta la sua vita:

“A 9 anni feci un sogno. […] apparve un Uomo venerando, nobilmente vestito. Il volto era così luminoso che non potevo fissarlo. Egli mi chiamò per nome e mi ordinò di pormi alla testa di que’ fanciulli aggiungendo queste parole: «Non colle percosse ma colla mansuetudine e colla carità dovrai guadagnare questi tuoi amici. Mettiti adunque immediatamente a fare loro un’istruzione sulla bruttezza del peccato e sulla preziosità della virtù»”.

(Giovanni Bosco, Memorie dell’Oratorio, LAS, Roma, 2011, pp. 62-63)

 Anche per Madre Mazzarello c’è una rivelazione che ha del misterioso e che, tuttavia, traccerà la sua missione e, quindi, anche la sua identità profonda:

 “Passava un giorno per Borgoalto, quando le parve di vedere di fronte un gran caseggiato con tutta l’apparenza esteriore di un collegio di numerose giovanette. Si fermò a guardare piena di stupore e disse fra sé: – Cosa è mai questo che io vedo? Ma qui non c’è mai stato questo palazzo! Che succede? – E sentì come una voce: «A te le affido». Maria si allontanò rapidamente di là e procurò di non ripensarvi; ma sì, quelle giovanette erano sempre lì quasi a chiamarla, specialmente ogniqualvolta era costretta a ripassare per quell’altura”.

(dalla “Cronistoria” dell’Istituto delle FMA).

Intuizioni. Segni di Dio nella loro storia, segni che non si erano costruiti da soli, che non erano illusioni o allucinazioni, parole a cui hanno creduto e che hanno tracciato la loro missione.

Dio si rivela, anzi, “ci rivela”, ci fa capire chi siamo e cosa siamo chiamati a fare.

Dio si fa sentire da chi ha il cuore docile, da chi “lascia fare” a lui, da chi cerca di fare ciò che piace al Padre, da chi non soffoca le intuizioni che non si è dato da solo, anche se non tutto il cammino è chiaro e tracciato sin dall’inizio.

Gesù, nel suo Battesimo, si fa uno di noi e il Padre approva totalmente quel gesto del Figlio amato. Per Gesù certo è avvenuto in modo unico e irripetibile, eppure anche di noi, in maniera differente, sebbene non poi così diversa, il Padre può compiacersi.

Che cosa grande: siamo chiamati a immergerci nella realtà condividendo il cammino di ogni uomo e a sentirci figli amati, a fidarci totalmente di Dio così da intuire la sua approvazione, da desiderare di renderlo contento, tanto da conformarci alla sua Parola.

Che cosa grande: lasciar fare a Dio perché ci purifichi, ci faccia sentire la sua voce e ci conduca dove la sua gioia corrisponde a ciò che è il meglio per noi.

Che cosa grande: sentire che Dio ci è Padre, che ci ama e che in noi si compiace, che noi possiamo rendere felice Dio di averci come figli, che Dio ci ama e ci manda ai fratelli perché tutti conoscano il suo amore.

E che cosa grande avere Gesù come maestro e come modello. “Lascia fare per ora”: Gesù ci dà l’esempio, egli chiede a Giovanni di non fermare quel gesto che dice l’amore trinitario che unisce il Padre e il Figlio e il Figlio ad ogni uomo e donna.

Che anche noi possiamo riconoscere, come Giovanni il Battista, che siamo noi ad aver bisogno di essere battezzati e che invece è Gesù che per primo ci viene incontro, affinché impariamo da lui cosa piace a Dio Padre.

2^ domenica dopo l’Epifania

Domenica dopo l’ottava del Natale

Domenica dopo l’ottava del Natale

5 gennaio 2020 – Anno A

Vangelo di Luca 4, 14-22

Commento di suor Simona Bisin, FMA

 

Oggi Gesù realizza la buona notizia che libera l’uomo da ogni forma di chiusura per aprirlo alla vita in pienezza. Inizia il ministero di Gesù. Un ministero che annuncia il compimento di un’attesa, di una salvezza tanto desiderata.

 

Gesù torna in Galilea, torna a casa, nella sua terra, nel luogo che l’ha visto crescere e diventare uomo, tra la gente che ha vissuto accanto a lui per molti anni senza scorgere nulla di straordinario nel suo parlare e nel suo agire. Ma oggi ritorna in modo nuovo, “con la potenza dello Spirito”, e da esso si lascia guidare in atteggiamento di docilità.

 

Gesù entra in Sinagoga, spazio di condivisione della fede e compie i gesti usuali, tipici della religiosità di Israele. Gesù si mette in ascolto delle Scritture, si inserisce nel solco dei Profeti, ma questo rotolo nelle mani di Gesù e con la voce di Gesù si trasforma in qualcosa di più grande di una profezia antica. Oggi Gesù si presenta come compimento delle Scritture, benedizione di Dio e realizzazione delle promesse. Gesù sa interpretare le Scritture nell’oggi del presente e incarnarle nei gesti che, di lì a poco, renderà Lui stesso visibili: gesti carichi di vita, di bene, di liberazione, di misericordia.

 

È una storia che chiede di coinvolgerci in prima persona nella consapevolezza che l’ “Oggi” è l’ “Oggi” che Dio rivolge anche a me ogni volta che mi metto in ascolto della Parola di Dio.
Oggi, cioè qui, adesso, per me. Un oggi che vale sempre.

 

Gesù, all’inizio di un nuovo anno, ci invita a credere al suo messaggio e a farlo diventare strumento di discernimento per la nostra vita e le nostre scelte quotidiane. L’invito può essere quello di diventare amanti frequentatori della Parola di Dio perché questa diventi nutrimento per la nostra vita, guida ai nostri passi e si trasformi in gesti e in parole di benedizione e liberazione per noi stessi e per le persone che avviciniamo.

Solo così potremo diventare autentici testimoni del Suo Volto.

2^ domenica del Tempo Ordinario

2^ domenica dopo il Natale

2^ domenica dopo il Natale

5 gennaio 2020 – Anno A

 

Vangelo di Giovanni 1, 43-51

Commento di suor Silvana Mascotto, FMA

 

In questo episodio, Gesù è deciso, sceglie, ordina: “Filippo, seguimi.”

E Filippo si fida, lo segue. Ma Gesù sa anche attendere.

Natanaele, a cui Filippo annuncia la scoperta di Colui che doveva venire, non è immediato nella sequela, pensa, si riserva delle perplessità che attinge all’esperienza ed esprime con chiarezza. Non teme giudizi, non teme di scalfire la fiducia dell’amico. Infatti Filippo ascolta i dubbi di Natanaele, non commenta, gli lascia tempo, anche se non demorde perché la sua percezione di chi sia Gesù è ferma.

L’intervento di Gesù crea un capolavoro di libertà comunicativa.

I personaggi sono tre. Gesù regala la sua stima a 360° a Natanaele. Filippo rimane nell’ombra. Natanaele con-testa, vuole avere un quadro preciso, chiede, non si ferma neppure al dono di apprezzamento ricevuto, vuole capire. Chiede, raccoglie informazioni.

E Gesù dialoga. Nulla di immediato, di scontato, nessuna folgorazione, solo un processo di conoscenza. Un’opera d’arte di modalità relazionali.

Uno, Filippo, ha già capito tutto, ha già scelto e propone all’amico.

L’altro, Natanaele, pur essendo amico, riflette, sonda. È la sua personalità, non poteva che comportarsi così, infatti Gesù dirà di lui ‘che non aveva falsità’. E Filippo accoglie l’amico con le sue considerazioni e anche col suo essere elogiato da Gesù. Filippo non si turba benché, nel contesto, forse si meritava una pacca sulla spalla, magari con un ‘beato te che hai creduto subito’!

Nessuno si scompone.

Natanaele, compiuta la sua indagine con il cuore sano che si ritrova, esprime con gioia il suo atto di fede, ormai convinto. E Gesù conclude l’incontro riaprendolo in un crescendo.

Non è finita lì, c’è dell’altro, c’è di più: dialogo, ricerca e “cieli aperti”!

Grande esempio di possibilità relazionale, di risposta alla fede, fatta di proposte, di ascolto, di attesa, di rispetto della differenza di ciascuno.

Quando è possibile? Quando l’amicizia, il dialogo, la ricerca è su ciò che conta e che, in ultima analisi, si chiama Gesù.

È l’essenziale, il non banale, che rende rispettosa e feconda la relazione.

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