4^ Domenica di Pasqua

3 maggio 2020

 

Vangelo di Giovanni 10,11-18

Commento di suor Lucia Brasca, FMA

 

Il Vangelo ci offre l’immagine del Pastore, che è un po’ lontana da noi oggi, come anche quella delle pecore. C’è una cosa, però, sulla quale penso siate tutti d’accordo con me: “A nessuno piace essere chiamato pecora”.

Pensiamo subito di essere considerati dei fifoni, delle persone deboli, che non hanno il coraggio di dire le cose come si dovrebbero dire, di essere persone che non sanno far valere le proprie ragioni, di non essere liberi. Eppure noi tante volte ci comportiamo proprio come delle pecore, che sono animali sensibili e miti, ma che hanno questa caratteristica: il bisogno di vivere insieme al gregge, e imitando gli altri. Allora immaginiamo per un attimo di essere delle “pecore”…

Siccome abbiamo bisogno di un pastore come lo verremmo?

Oggi succede che ci lasciamo guidare, purtroppo, da tanti “pastori” che hanno molti nomi! Pensiamo alle varie mode che ci propongono questo o quello, pensiamo alla “pubblicità” che ci propone quali prodotti acquistare. Oppure a quel personaggio che si propone come la persona che ha l’assoluta ricetta per risolvere i problemi. Questi sono quei “pastori mercenari”, che non hanno a cuore il bene del gregge, ma solo i loro interessi e che vorrebbero guidarci, ma sono cattivi pastori.

Ma oggi Gesù ci dice: “Attenzione: IO SONO IL BUON PASTORE!

Noi con il peccato ci siamo smarriti e la nostra vita, lontano dal Signore, è come nel cuore di una tempesta, anche se magari non ce ne rendiamo proprio conto.

Allora pensiamo di andare ancora più lontano, di fare chissà quali cose, salvo poi ritrovarci feriti, soli, abbandonati. Questo succede quando andiamo dietro a quei pastori ai quali non importa nulla di noi e, se ci perdiamo, se siamo feriti, non ci vengono a cercare, pensano a loro stessi.

Gesù passa nella vita e nella storia delle persone, porge l’orecchio, sente il nostro grido, ci cerca, ci soccorre e ci accoglie. Vicino al cuore di Gesù si sta bene, il suo battito è quello che, se stiamo attenti, ci dice tu sei importante per me, ti voglio bene.

Gesù è il pastore vero, perché dà la vita: rischiare la propria vita per gli altri, essere disposto a pagare con la propria esistenza la salvezza del gregge, lo fa solo il buon pastore. La bellezza/bontà del pastore deve corrispondere alla sua autenticità che si concretizza nell’essere disposto a essere/fare il proprio dovere.

Chi ha un pastore sa di poter contare contemporaneamente su una guida per la strada da percorrere, su un compagno, su un padrone che vive servendolo, su un guardiano che lo aiuta a trovare cibo e riposo.

Presentandosi come pastore Gesù voleva proporsi come guida e come compagno; si dichiarava disposto a relazionarsi con chi lo volesse come pastore, come fa un pastore buono: convivendo con chi pascola, condividendo con essi la stanchezza ed il riposo, l’alimento e la necessità, il sole ed il cattivo tempo, il giorno e le notti.

Sapersi “pascolati” da Gesù porta a vivere senza paura la propria vita, sapendo che il nostro presente è in buone mani e che il nostro futuro è già assicurato in Colui il quale amò la sua vita meno che la nostra.

Preghiamo per i nostri sacerdoti perché siano, come Gesù, l’immagine di una vita vissuta per il bene di tutti.

 

 

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