Sono passati venticinque da quando ho iniziato il percorso di studi liceali, vent’anni, invece, dal diploma di maturità, cioè una di quelle ricorrenze che si festeggiano organizzando qualcosa con gli ex compagni di classe e magari qualche professore. Venticinque o vent’anni che si celebrano spolverando vecchie fotografie e facendo memoria di aneddoti pronti da usare. La mia classe non era numerosa, eravamo un piccolo resto alloggiato in una piccola aula.

Finito il liceo, è facile perdersi nonostante 1000 e più giorni passati insieme, nonostante le promesse del tipo “non ci lasceremo mai”; e noi ci siamo persi davvero! Solo qualcuno ho continuato a sentire con costanza e qualche altro ha fatto insieme a me il percorso di studi universitari, i restanti ci siamo incrociati di nuovo grazie ai social network. Inoltre non ricordo se i miei sogni fossero di diventare un insegnante a quel tempo, ma ero certo che non sarei stato come alcuni dei miei e allo stesso tempo avrei voluto essere come un paio di loro. Non sbagliavo, in fondo, perché le vie della vita mi hanno portato a trovarmi per altri motivi a diventare oggi amico di quei due professori di allora.

Certo, da insegnante si rischia a volte di dimenticare di essere stato uno studente, di aver avuto lo stesso sguardo assente il lunedì mattina la prima ora, di non aver fatto i compiti per casa qualche volta, di essere stato messo fuori dall’aula per qualche motivo, di disegnare sul diario durante una spiegazione e chissà quanto altro. Magari ci si ricorda dei momenti più belli come i bei voti, l’assenza improvvisa di un docente, l’uscita anticipata non prevista, gli ultimi giorni prima delle vacanze estive, il non essere stato interrogato proprio quel giorno in cui non eri preparato.

Un giorno, poi, mentre sto pensando a tutto questo, arriva una telefonata che mi richiama alla realtà, mi fa riavvolgere il nastro della vita anche a venticinque anni prima, nastro che si intreccia purtroppo con quello della morte. Roberta, la mia compagna di classe, Roberta, la mia compagna di banco del liceo, è morta!
La testa mi si riempie di flashback, le parole non bastano, i pensieri diventano pesanti, gli occhi arrossiscono. Con lei non ci eravamo mai persi di vista e anche dopo lunghi periodi di silenzio, quando ci si ritrovava o sentiva, era come se non avessimo interrotto mai il dialogo tra i banchi.

La scuola inconsapevolmente ci aveva reso amici veri, non solo compagni di classe, e noi abbiamo tenuto stretto questo dono come qualcosa di prezioso. Pur vivendo a distanza, grazie alla tecnologia di cui non abbiamo goduto ai nostri tempi, siamo stati in grado di non perdere di vista l’essenziale e in ogni discussione di andare al cuore delle cose.

Roberta spesso commentava queste pagine di “Diario di prof” e ci teneva a leggerlo ogni settimana e così a lei, da giornalista e da compagno di classe, desidero lasciare la conclusione citando alcune sue parole sul nostro primo giorno di scuola, che aveva scritto in una sorta di promemoria:

«Primo giorno di scuola: 13 anni classe 1976, ma si faceva la primina. IV Ginnasio, ci fanno entrare in cortile per il discorso di benvenuto del Preside. Siamo terrorizzati, siamo i nuovi arrivati, osservati da tutti gli altri, impacciati, sotto il peso degli zaini andiamo incontro alla più totale incertezza. In realtà all’inizio di ogni ciclo della vita è così! Dopo il discorso del Preside sulla disciplina, le sospensioni, la condotta, dovevamo capire subito chi comandava e che era finita la bella vita della scuola media; i divieti di andirivieni durante le ricreazioni, di uscire o no prima e a quali condizioni, le giustificazioni firmate dai genitori, insomma cose che ci davano la voglia irrefrenabile di tornare a casa subito; poi l’arrivo in classe al secondo piano con vista sull’ospedale Santo Bambino: certo il passaggio delle ambulanze era un po’ rumoroso, ma non si può avere tutto nella vita, almeno c’erano nuove vite in arrivo là dentro, una bella speranza».

Marco Pappalardo

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