Da docente “non voglio morire ad Itaca”!

Finito l’anno scolastico, è tempo di “arrivederci” e di qualche “addio”.

Ci si saluta più o meno calorosamente in vista della ripresa a settembre o di qualche evento estivo per ritrovarsi, ma ci sono anche gli studenti che passano alla scuola secondaria di primo grado o di secondo grado, quelli che concludono con gli Esami di Stato, alcuni che si trasferiscono altrove nel corso degli anni per diversi motivi.

Alcuni saluti sono più intensi e coinvolgenti di altri, e ciò capita pure nel mondo dei docenti. Chi va in pensione, chi ha ottenuto il trasferimento, chi è entrato di ruolo, chi non sa quale sarà la propria destinazione per l’anno successivo, chi ha accolto una sfida nuova quasi negli ultimi anni della propria carriera.

La scelta di un docente che, come Ulisse, ha deciso di seguire una chiamata.

«Lascio quella che per anni è stata la mia casa, il territorio conosciuto e ringrazio tutte le persone che ho incontrato, tutti mi hanno dato qualcosa. Certo ci sono state difficoltà nei rapporti, incomprensioni, divergenze che a volte sono divenuti scontri, ma questo perché ci ritroviamo accomunati da una medesima preoccupazione, quella che riguarda la crescita dei nostri ragazzi, ognuno con la visione della vita che ha maturato negli anni e col temperamento che si ritrova. La cosa più bella che mi sono ritrovata a fare con tanti di voi è stata l’accompagnare i ragazzi a diventare persone vere e mature, consapevoli di sé e della realtà».

Con queste parole una collega ha salutato il Collegio Docenti del liceo in cui ha insegnato per più di trent’anni, non per il pensionamento bensì per aver scelto di dedicare gli ultimi anni di insegnamento ad un contesto scolastico nuovo per lei come quello degli istituti tecnici.

Ha lasciato un luogo familiare e stabile per una realtà nuova in cui scommettersi, superando pure quanti le consigliavano di starsene tranquilla ed in pace in un posto tanto desiderato da molti: «Ho percepito in questo un segno, un’occasione, una chiamata a riscoprire il mio lavoro e il mio compito. Da 32 anni sono in questo liceo, questa scuola mi ha dato tanto, sento il privilegio di aver fatto parte di questa comunità scolastica. Ma a dire il vero, a fine carriera, mi ritrovo a conoscere solo un tipo di scuola, ho avuto a che fare con i caratteri tipici del liceo e dell’utenza che lo frequenta. Nel dire di sì alla novità, mi è venuto in mente l’Ulisse dantesco, una figura che amo, l’eroe che tornato dalla guerra, vuole ripartire per scoprire l’ignoto e andare oltre le colonne d’Ercole. Non vuole restare a Itaca. Cari colleghi e amici, anch’io non voglio morire a Itaca».

Che sarà mai cambiare, si potrebbe pensare? Chi opera nel mondo della scuola, invece, conosce quante incertezze ci sono.
Quanti possono e hanno raggiunto una certa stabilità, non si muoverebbero per nessun motivo, dunque c’è di più in questa storia:
«So quello che lascio, ma non so quello che trovo. Le persone a me vicine con cui ho parlato, hanno visto in questa considerazione la mia urgenza di cambiamento».

«Prima di uscire dalla scuola, voglio accettare questa sfida, provare a vivere il mio lavoro dentro un ambiente nuovo». Si lascia, si cambia, si parte, si va, ma ogni docente sa quanto scrive a conclusione del saluto al Collegio la collega: «Lavoreremo per lo stesso scopo, anche se in luoghi diversi: cari colleghi, sebbene maltrattati e mal ridotti, nessuno ci potrà togliere la possibilità di offrire ai ragazzi la comunicazione di noi stessi, di un rapporto vivo con la realtà, avendo in loro come alleato il desiderio di bene che cova in ciascuno uomo e affiancarli così nel cammino arduo verso la piena realizzazione della vita».

Marco Pappalardo

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