Nel campo delle forze armate essere ferito in battaglia viene riconosciuto come un merito e premiato dallo Stato con una medaglia al valore.
Nel campo dell’insegnamento, invece, quando un docente viene ferito da genitori impazziti per difendere un figlio indifendibile, chi se ne accorge? Quanti ne parlano? Quali attestati di solidarietà? Che tipo di azioni si mettono in campo?

Entrambi hanno subito un duro colpo svolgendo il proprio dovere, il primo armato di tutto punto, il secondo armato solo della forza dell’educazione; uno preparato a combattere, l’altro formato al dialogo. Naturalmente la questione non sta nel ricevere una medaglia, poiché le medaglie più belle di ogni docente sono gli alunni, il loro impegno, i loro risultati, la loro amicizia, le loro realizzazioni. Sono così tante che per un militare non basterebbe l’intera carriera ad ottenerle!

Preoccupano, invece, il disinteresse di chi governa quando accadono situazioni tanto gravi, la velocità con cui i media fanno passare tali notizie, il silenzio dei sindacati, le minime prese di posizione delle altre famiglie, le inesistenti manifestazioni degli studenti.

Che cosa stiamo aspettando? Forse una maestra o un professore morti per simili e gravissimi atti prima di ricominciare a parlare con forza ed in modo determinato di emergenza educativa in generale ed a scuola, di crisi della famiglia in sé e dell’incapacità di essere in diversi casi una mamma ed un papà il più possibile equilibrati?

Attendere senza un tempo determinato, vivere alla giornata, pensare che si tratti solo di casi sporadici, sarà ciò che porterà in futuro a dover persino costruire un monumento “al docente ignoto”! Ecco che allora la questione della medaglia diventa importante, perché un merito riconosciuto e premiato, visibile e condivisibile, crea opinione pubblica, scuote le coscienze, protegge la categoria, pone e fa porre delle domande, offre un modello.

Si deve fare più di un passo in questa direzione, ciascuno secondo le proprie competenze, sempre guardando al bene maggiore, cioè la crescita integrale dei bambini, dei ragazzi, dei giovani.

Per il “lavoro sporco”, quello sul campo, l’esercito c’è ed è pure molto numeroso, donne e uomini che amano l’insegnamento; bisogna seriamente lavorare per costruire alleanze chiare e forti con le famiglie, partendo da quelle sempre disponibili; poi ci vogliono le strategie, vere non teoriche, che indichino spazi e tempi per una rivoluzione educativa pacifica e allo stesso tempo appassionata.

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