Scrivo da tempo che la scuola non è un luogo asettico e fuori dal mondo, bensì un ambiente educativo dove la vita entra prepotentemente con le gioie e i dolori, con le sconfitte e le vittorie.

Da pochi giorni siamo ritornati da una bella visita di istruzione in Puglia, fatta viaggiando in pullman, e subito ci hanno colpito le immagini dell’incidente spagnolo in cui sono morte giovani vite su un bus. Passeremo alcuni giorni di vacanza per la Pasqua, ipotizzando pure un viaggetto, e ci assalgono le immagini e le notizie dolorose degli attentati in Belgio. Così, durante la ricreazione di qualche giorno fa, si rincorrono le voci tra studenti e docenti su quanto accaduto a Bruxelles; poi si rientra in aula, ma come fare a meno di fermarsi un po’ ad ascoltare i ragazzi su quanto accaduto? Andrea chiede: «Che cosa possiamo fare noi dinanzi a tanta violenza?».

Subito Clara risponde: «Bisogna rimandarli tutti nei loro Paesi e così non ci saranno più rischi!». E Cinzia si inserisce: «Ma siamo proprio sicuri che i problemi non nascano proprio nei Paesi di provenienza che si trovano in situazioni di povertà, guerra e fame?». «Ma che dici» riprende Clara «anche qui abbiamo problemi, mica possiamo caricarci delle responsabilità degli altri». E ancora Cinzia: «Infatti, è proprio un problema di responsabilità, di come tanti Paesi – per lo più occidentali – hanno affamato intere popolazioni, destabilizzato i governi per interessi economici, favorito colpi di stato per gestirne gli interessi, iniziato guerre per “portare una democrazia” mai arrivata».

Eppure Andrea non è soddisfatto di queste risposte alla sua domanda, poiché gli sembrano quelle dei talk show con politici e specialisti; per lui la questione è più precisa:

“che cosa noi, qui, possiamo fare, in che modo la scuola può essere utile e ciascuno mettersi in gioco”.

Mi vengono in mente le parole di Don Pino Puglisi, non un capo di stato bensì un povero prete che a costo della propria vita ha iniziato a cambiare il suo piccolo mondo palermitano ed oltre:

“E se ognuno fa qualcosa, allora si può fare molto”.

Le condivido con gli studenti non come uno slogan, ma come un invito a sbracciarsi le maniche perché non ci sono politici, diplomatici, membri delle forze dell’ordine, magistrati, medici, scienziati, generali, re, economisti, banchieri, imprenditori, ecc. che non siano passati dai banchi di scuola o da qualcosa di simile. In visita di istruzione abbiamo fatto tappa a Brindisi dove c’è stato un pomeriggio dedicato al sociale, incontrando i volontari di un oratorio salesiano che, dinanzi alla questione dei migranti, hanno scelto la strada dell’accoglienza e dell’educazione coinvolgendo il territorio; con loro abbiamo partecipato alla scuola di italiano, preparato i sacchetti con i pasti e donato ai bisognosi intorno alla stazione.

Dunque, ognuno ha fatto qualcosa e quel pomeriggio è stato speciale per tanti; non se ne parlerà nei libri di Storia eppure le conseguenze di queste piccole azioni di bene possono arrivare molto lontano nel tempo e nello spazio come “il minimo battito d’ali di una farfalla è in grado di provocare un uragano dall’altra parte del mondo”.

Possiamo crederci o no, impegnarci o meno: nel primo caso vivremo con speranza, nel secondo da disperati!

E la Pasqua non è forse il periodo giusto per fare delle tante croci quotidiane dei ponti sicuri verso un mondo migliore a partire da se stessi e da chi ci è vicino?
È questione di tempo, tre giorni e poi si risorge: coraggio e auguri!

Marco Pappalardo

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